Nel cuore della Silicon Valley, nell’aprile del 2019, partecipavo a un seminario presso la Santa Clara University. Eravamo in dodici, provenienti da Stati Uniti, Europa e Cina. Ognuno con alle spalle una propria cultura, una propria visione del mondo. Al centro della discussione: l’intelligenza artificiale e il suo impatto sull’umanità. Fu allora che emerse in me una chiara consapevolezza: l’IA non ha lo stesso significato ovunque nel mondo. Le sue implicazioni etiche, culturali e spirituali variano radicalmente a seconda della mappa concettuale con cui viene interpretata. Era chiaro che le nostre discussioni davano per presupposte filosofie differenti e noi parlavano di cose diverse, pur trattando lo stesso argomento.
Parlando con i cinesi ho compreso che la narrazione dominante – che dipinge la tecnologia come neutra, universale – è figlia della modernità occidentale, e si è imposta attraverso la globalizzazione. In realtà, ogni civiltà elabora la tecnica in accordo con la propria …
Nel cuore della Silicon Valley, nell’aprile del 2019, partecipavo a un seminario presso la Santa Clara University. Eravamo in dodici, provenienti da Stati Uniti, Europa e Cina. Ognuno con alle spalle una propria cultura, una propria visione del mondo. Al centro della discussione: l’intelligenza artificiale e il suo impatto sull’umanità. Fu allora che emerse in me una chiara consapevolezza: l’IA non ha lo stesso significato ovunque nel mondo. Le sue implicazioni etiche, culturali e spirituali variano radicalmente a seconda della mappa concettuale con cui viene interpretata. Era chiaro che le nostre discussioni davano per presupposte filosofie differenti e noi parlavano di cose diverse, pur trattando lo stesso argomento.
Parlando con i cinesi ho compreso che la narrazione dominante – che dipinge la tecnologia come neutra, universale – è figlia della modernità occidentale, e si è imposta attraverso la globalizzazione. In realtà, ogni civiltà elabora la tecnica in accordo con la propria visione del mondo e con i propri valori costitutivi. La tecnologia, insomma, non è mai un semplice strumento: è parte di un ordine cosmologico.
Il confronto tra Oriente e Occidente mette in luce due approcci profondamente diversi. In Occidente quando parliamo di IA tiriamo in ballo l’autonomia individuale, la libertà personale, la responsabilità etica. Lo facciamo perché siamo plasmati dalla filosofia greca e dalla teologia espressa con il suo linguaggio. Da qui una visione dell’IA centrata sui diritti: tutela della privacy, consenso informato, controllo dell’algoritmo. In Asia orientale, e in particolare nel pensiero confuciano, il punto di partenza è diverso: l’essere umano non è un atomo isolato, ma nodo di una rete di relazioni. L’etica nasce dal legame, dal dovere verso la famiglia, la comunità, la società. L’IA, in questo contesto, deve essere valutata sulla base della sua capacità di rafforzare l’armonia e la coesione sociale, e non solamente di tutelare l’individuo. E questo, al netto delle conseguenze politiche, cambia la prospettiva.
Le differenze si accentuano quando si affronta la questione della creazione. L’Occidente concepisce Dio come creatore dal nulla, e l’uomo come capace di essere creativo. Ma che cosa accade se una macchina scrive poesie, prende decisioni autonome, dipinge quadri? Stiamo forse superando un confine ontologico?
Michelangelo Pistoletto, ad esempio, ha posto la domanda al centro della sua riflessione. In molte tradizioni orientali, come il taoismo, non esiste un’idea di creazione come la intendiamo noi: «Esiste una cosa caotica eppure formata,/ è nata prima del Cielo e della Terra. / Silenziosa./ Vuota. È autosufficiente; non muta./ Va in tutte le direzioni, ma non è esausta. / Potrebbe essere considerata la madre di tutto il creato. / Non conosco il suo nome; la chiamo Tao», si legge nel Tao Te Ching. Il mondo non è fatto: “scorre”. L’universo è flusso, trasformazione, mutamento continuo. Il compito dell’uomo non è creare, ma accordarsi con il flusso del Tao. Anche l’IA, allora, è vista come qualcosa da armonizzare in questo flusso.
Il tema decisivo, però, è quello del nostro rapporto con la tecnologia stessa. Due visioni si confrontano anche qui. Da un lato, quella che considera la tecnica un mezzo neutro, valutabile solo in base all’uso. Dall’altro, quella che la riconosce come ambiente, come qualcosa che ci plasma, ci forma, ci cambia. L’IA non è solo uno strumento: è parte dell’habitat in cui viviamo, pensiamo, sentiamo. Non basta chiederci come usarla, ma come viverci dentro, restando umani.
Per andare oltre una visione troppo antropocentrica e funzionale, servono nuove mappe, che vanno esplorate. Robin R. Wang, ad esempio, si è chiesta in un suo saggio: «Può una macchina fluire come il Tao? Il qi, l’energia vitale che muove ogni cosa non può essere replicato da un algoritmo, afferma. E tuttavia non si tratta di opporsi alla tecnica, ma di riformularla, con l’obiettivo che le macchine siano “autentiche”, zhen, cioè in armonia con la vita e con il mondo. Il filosofo Yuk Hui nel suo Cosmotecnica, a sua volta, propone di abbandonare l’universalismo tecnico moderno per riscoprire le cosmologie dimenticate. In Cina – osserva Hui – la tecnica non è dominio sulla natura, ma gesto che si accorda con il Tian, il Cielo, principio ordinatore dell’universo.
Le riflessioni che stiamo facendo entrano in risonanza profonda con l’enciclica Laudato si’, dove si parte dal fatto che «tutto è connesso». Papa Francesco rifiutava l’idea di un progresso tecnico lineare, universalizzabile, sganciato dalla cura per la vita e per la Terra. La sua proposta era quella di un’ecologia integrale, in cui natura, cultura, spiritualità e tecnica si intrecciano. Anche per Bergoglio non esisteva una sola modernità: servono molte visioni, capaci di generare una responsabilità condivisa. E per parlarne lui ha fatto riferimento privilegiato alle cosmogonie amazzoniche.
Dobbiamo imparare a immaginare una comprensione dell’intelligenza artificiale e del rapporto tra uomo e macchina che sia situata, plurale, radicata nei contesti culturali e spirituali. Leone XIV ha sollevato il problema, richiamando un altro Leone, il XIII, che a suo tempo si era interrogato su come forgiare e affinare l’intelligenza. Papa Pecci nella seconda metà dell’Ottocento scelse la strada del neotomismo. Se ne può discutere, ma certo si pose lucidamente il problema. Oggi la questione di che cosa plasma la nostra intelligenza e di come la si forgia al tempo del «cervello meccanico» – come lo definì Paolo VI, già nel 1964 – si fa ancora più decisiva. E papa Prevost lo sa. Sono spesso proprio le autorità spirituali – in Occidente come in Oriente – a porsi lucidamente questo genere di domande.
Dobbiamo uscire dalla prospettiva meramente etica nella quale finiscono tutti i nostri ragionamenti culturali sull’IA. E abbiamo il dovere di pensare altrimenti la tecnologia: non come oggetto da governare, ma come parte del nostro destino, da abitare con consapevolezza. La questione dell’IA non è solo tecnica, ma “spirituale”: non ci chiede solo cosa possiamo fare, ma chi vogliamo essere. Per farlo dobbiamo affacciarci fuori dalla prospettiva individualista e antropocentrica che ha plasmato la visione occidentale della tecnologia. Non per negarla, ma per integrarla e così migliorare la nostra capacità di essere umani.