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Addio a Langewiesche, reporter spericolato

William Langewiesche (1955-2025)

 

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Il grande giornalista americano è morto a settant’anni. Aveva raccontato l’attacco alle Torri Gemelle e il nuovo disordine mondiale in libri di successo
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Per lo stile muscolare e gli argomenti drammatici, lo chiamavano “lo Steve McQueen del giornalismo”: William Langewiesche, scomparso a 70 anni, si gettava nei reportage con la foga e il coraggio dell’indimenticabile protagonista di tanti film d’azione. Erano inchieste lunghissime, pubblicate a puntate, apparse sulle pagine di riviste come The Atlantic e Vanity Fair, o sull’inserto domenicale del New York Times. Per dieci anni consecutivi, dal 1999 al 2008, i suoi pezzi di bravura sono stati finalisti del National Magazine Award, il prestigioso premio americano per i periodici, che ha vinto in due occasioni.

Il suo nome, rivelatore di lontane origini tedesche, era noto anche al di fuori degli Stati Uniti e della lingua inglese, poiché molti di quei reportage sono diventati lib…

Per lo stile muscolare e gli argomenti drammatici, lo chiamavano “lo Steve McQueen del giornalismo”: William Langewiesche, scomparso a 70 anni, si gettava nei reportage con la foga e il coraggio dell’indimenticabile protagonista di tanti film d’azione. Erano inchieste lunghissime, pubblicate a puntate, apparse sulle pagine di riviste come The Atlantic e Vanity Fair, o sull’inserto domenicale del New York Times. Per dieci anni consecutivi, dal 1999 al 2008, i suoi pezzi di bravura sono stati finalisti del National Magazine Award, il prestigioso premio americano per i periodici, che ha vinto in due occasioni.

Il suo nome, rivelatore di lontane origini tedesche, era noto anche al di fuori degli Stati Uniti e della lingua inglese, poiché molti di quei reportage sono diventati libri, tradotti anche all’estero: come American Ground, sull’attacco di al Qaeda alle Torri Gemelle di New York; Terrore dal mare, sulle centoquarantatremila navi commerciali che incrociano le acque internazionali; Regola d’ingaggio, sul massacro di civili inermi commesso da una compagnia di marines durante l’invasione dell’Iraq; Il bazar atomico, sui rischi della proliferazione nucleare; Esecuzioni a distanza, sulla vita dei tiratori scelti dell’esercito e dei piloti che dirigono i droni militari verso i bersagli; La virata, su che cosa sia davvero un volo aereo. Tutti pubblicati in Italia da Adelphi, per lo più tradotti e curati da Matteo Codignola, l’editor e scrittore che per la stessa casa editrice ha appena firmato Portnoy, nuova versione del capolavoro di Philip Roth.

Per il libro sul volo, Langewiesche si era avvalso anche della propria esperienza personale: figlio di un pilota collaudatore, aveva preso a sua volta giovanissimo il brevetto per guidare piccoli aerei da turismo e si era mantenuto così negli anni dell’università e in quelli successivi, quando la laurea in antropologia non gli offriva di che vivere. Poi aveva scoperto il giornalismo, diventando uno dei più affermati magazine writer degli Stati Uniti. Alla lettera, questa espressione definisce chi scrive per settimanali o mensili. Ma, soprattutto in America, è il timbro di un particolare genere di giornalismo: una saggistica letteraria o, per dirla in termini anglosassoni, una non fiction scritta come fiction. Norman Mailer e Truman Capote ne sono stati due celebri interpreti. Ernest Hemingway l’ha talvolta praticata accanto alla narrativa pura.

Fonte d’ispirazione iniziale per Langewiesche era il New Yorker, specialmente John McPhee, famoso giornalista premio Pulitzer, i cui reportage sono a loro volta diventati libri, un paio dei quali tradotti in italiano (anch’essi da Adelphi), come il delizioso Il formidabile esercito svizzero.

Oltre a un minuzioso lavoro di cronista e alla qualità della scrittura, questo tipo di giornalismo si distingue per due aspetti: la lunghezza da libro, che richiede perciò una pubblicazione a puntate, e il tempo necessario a raccogliere materiale e a scrivere. Quando il New Yorker era diretto dal mitico William Shawn, certi giornalisti lavoravano a una storia per un anno o più. Esistono casi simili anche altrove: i reportage per Repubblica che Eugenio Scalfari assegnava a Vittorio Zucconi — un viaggio coast-to-coast negli Usa, quello in Italia “dallo sbarco dei Mille a Redipuglia”; i reportage affidati da Ezio Mauro a Paolo Rumiz, non a caso anch’essi diventati libri; o quelli che Mauro scrive ora per questo giornale sulla Russia e sulla storia del comunismo. Giornalisti come Langewiesche scrivevano solo ed esclusivamente pezzi di questo genere. Pezzi da maestro, dai quali chi fa o sogna di fare questo mestiere avrà sempre da imparare.

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