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Abramovi?. “Solo il perdono potrà salvarci”

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La più acclamata artista performativa si confessa, dal grande amore per Ulay alla vicinanza al buddismo. E ci anticipa i suoi progetti in Italia
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Appare in video luminosa e diafana e sembra che la sua energia sprizzi fuori dallo schermo. Parla molto lentamente, con pause lunghe, magnetiche, voce profonda. Marina Abramovi? non è più solo un’artista ma sembra una sciamana sempre in procinto di captare qualcosa. Delle frustate, delle performance violente e torturanti del passato, non c’è traccia in questa magnifica donna settantanovenne diventata la star per eccellenza dell’arte mondiale. Una sacerdotessa pop che non sbaglia un colpo. Ora condisce l’intervista con pietre, olismo, energia, ricerca interiore. Le guerre ci sono «perché non sappiamo amare abbastanza, non sappiamo perdonare». Il tempio da cui si collega è una stanza d’albergo di Otranto. Abramovi? è tra i vincitori del Premio De Sanctis Europa che verrà assegnato a Bruxelles il 24 giugno e sceglie di parlare con Repubblica prima della cerimonia.

Come mai in Italia?

«Amo il vostro Paese. Sapete godervi la vita, in America nessuno sa farlo, sono tutti maniaci del lavo…

Appare in video luminosa e diafana e sembra che la sua energia sprizzi fuori dallo schermo. Parla molto lentamente, con pause lunghe, magnetiche, voce profonda. Marina Abramovi? non è più solo un’artista ma sembra una sciamana sempre in procinto di captare qualcosa. Delle frustate, delle performance violente e torturanti del passato, non c’è traccia in questa magnifica donna settantanovenne diventata la star per eccellenza dell’arte mondiale. Una sacerdotessa pop che non sbaglia un colpo. Ora condisce l’intervista con pietre, olismo, energia, ricerca interiore. Le guerre ci sono «perché non sappiamo amare abbastanza, non sappiamo perdonare». Il tempio da cui si collega è una stanza d’albergo di Otranto. Abramovi? è tra i vincitori del Premio De Sanctis Europa che verrà assegnato a Bruxelles il 24 giugno e sceglie di parlare con Repubblica prima della cerimonia.

Come mai in Italia?

«Amo il vostro Paese. Sapete godervi la vita, in America nessuno sa farlo, sono tutti maniaci del lavoro, me compresa. Ma qui sto dormendo molto, mi rilasso e posso leggere finalmente».

Cosa sta leggendo?

«La città e le sue mura incerte di Murakami. Come sempre sa mettere insieme la vita ordinaria con qualche elemento olistico e magico, e la cosa mi conquista. Ha un’eco di Mishima. Lo so, forse qui dovrei leggere Moravia… (ride). In compenso da un po’ di tempo ho preso ad ascoltare Nino Rota. La mattina, nella mia casa a Manhattan, metto Rota e mi viene il buonumore».

Nella motivazione del Premio De Sanctis si dice che lei ha sperimentato i limiti del corpo umano e della mente. È questo per lei il compito dell’arte performativa?

«È coinvolgere il pubblico prima di tutto. Ma non è stato sempre così per me. I primi passi sono stati come pittrice. Poi ho iniziato a fare performance e con Ulay, il mio compagno, abbiamo proseguito insieme su quella strada. La nostra camminata sulla Grande Muraglia cinese è stata un momento di svolta. Abbiamo capito che il pubblico era stanco di guardare passivamente le opere e che voleva essere coinvolto, interagire».

“The Great Wall Walk” ha fatto storia: lei e Ulay siete partiti da lati opposti della Muraglia per dirvi addio, mettendo in scena la fine della vostra relazione.

«Per me ha rappresentato un altro punto di passaggio. Dopo aver percorso la Muraglia cinese, mi sono resa conto che per la prima volta avevo realizzato una performance in cui il pubblico non era fisicamente presente. Per trasmettere questa esperienza in seguito ho realizzato una serie di oggetti transitori (Transitory Objects) con l’idea di far partecipare le persone attivamente. Ho usato quarzo, ametista, tormalina, rame, ferro e legno, che hanno effetti molto specifici su chi li indossa. Il lavoro della mostra Transforming Energy parte da questa concezione dell’energia: sarà alle Gallerie dell’Accademia di Venezia dall’aprile 2026, dopo essere nata in Cina, al MAM di Shanghai. Nell’autunno del 2026 sarò invece con un’altra mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma».

Ha realizzato una delle sue opere più note sedendosi su una sedia dentro al MoMA di New York per ore in silenzio davanti ai visitatori.

«The Artist is Present è stato il primo passo per mettere a punto un metodo e creare un mio Istituto (il MAI, Marina Abramovi? Institute, ndr). Dopo essermi alzata da quella sedia del MoMA ho capito che non finiva lì, dovevo fare qualcosa di quell’esperienza. Volevo provare a capire se era possibile insegnare alle persone a vedere dentro se stesse, andare al centro del proprio corpo, della propria mente, della propria anima».

È evidente dalle sue opere che il silenzio diventa il viatico privilegiato per questo viaggio interiore. Eppure lei attira migliaia di persone, non è un paradosso?

«In Lituania per una mia conferenza performativa hanno affittato un intero stadio di basket. Un posto per seimila persone, richiamate lì attraverso i social. Ho parlato del mio lavoro ma ho anche coinvolto il pubblico chiedendogli di alzarsi in piedi, respirare, creare determinati suoni o mantenere il silenzio assoluto».

Una cosa simile l’ha fatta in Inghilterra al festival di Glastonbury. Di nuovo un successo, trasmesso dalla Bbc.

«Una situazione che assomiglia a Woodstock. In quell’occasione ho di nuovo chiesto alle migliaia di persone presenti di rimanere sette minuti in silenzio: sette minuti per darsi amore incondizionato. Un momento magico».

Che intende per amore incondizionato?

«L’amore per qualsiasi cosa, per il pianeta, gli alberi, gli animali, per la vita dell’universo. Si tratta di aprire il cuore al mondo, a ogni creatura vivente. Un’apertura quasi religiosa. Non riesco nemmeno a spiegare la sensazione che dà di dolore e di gioia allo stesso tempo».

È sicura di questa energia positiva anche oggi che il mondo è in fiamme e ci sono guerre ovunque?

«L’arte ci aiuta a capire che l’unica cosa che possiamo fare è cambiare noi stessi, che è poi anche la risposta alle guerre. La violenza non nasce oggi, c’è sempre stata. Bisogna concentrarsi sul presente, imparare a stare nel silenzio».

Quello che dice suona come una forma di meditazione.

«Viviamo costantemente rivolti al passato, mentre dovremmo imparare a essere presenti. Guardarsi a lungo senza parlare come ho fatto al MoMA alla fine spinge ad andare dentro se stessi. A quel punto non importa la tua etnia, il colore della pelle, chi sei nella vita».

È successo che tra i tanti arrivasse Ulay: voi due uno di fronte all’altro, la commozione di ritrovarvi. Lo aveva previsto?

«Lo avevo invitato ma non credevo sarebbe venuto. È l’unico momento in cui ho interrotto le regole, perché non era un visitatore qualunque. Era la mia vita. Ora ho un progetto che ci riguarda: presenterò in anteprima la sua mostra Art Vital, che sarà la prima esposizione del mio lavoro con lui dopo la sua scomparsa. Si terrà presso la Galleria Cukrarna di Lubiana. E poi ci sarà il libro Love/Hate/Forgiveness, che sarà pubblicato in concomitanza con questa mostra. Un progetto fatto insieme alla sua vedova. Amore, odio e perdono: esattamente ciò che la nostra relazione ha attraversato».

Parla di energia, amore e perdono, è religiosa?

«Sono molto vicina alle idee del buddismo tibetano. Non credo nel Dio con la barba ma all’amore e al perdono sì. Solo imparando a perdonare possiamo migliorare il mondo».

In Ucraina lei ha realizzato un muro del pianto fatto di carbone da cui sbucano cristalli di quarzo.

«The Crystal Wall of Crying è anche un muro del perdono, spero non venga distrutto».

Ultima domanda: che pensa della correttezza politica?

«Molte mie opere degli anni Settanta oggi non si potrebbero fare. È solo una grande cretinata che limita la creatività».

Il premio

Martedì 24 (ore 15, Residenza dell’Ambasciatore d’Italia a Bruxelles), il Premio De Sanctis Europa viene consegnato a Marina Abramovi?, Paola Ruffo di Calabria, Roberta Metsola, Maria Leptin, Paola Cortellesi e al film L’abbaglio di Roberto Andò. Premio speciale a Christine Lagarde. Organizza la Fondazione De Sanctis

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