Da più di un secolo i bronzi del Benin, conosciuti nel settore dell’arte mondiale come Benin Bronzes, sono il simbolo della spoliazione da parte delle potenze coloniali del patrimonio culturale africano. Negli ultimi anni, al tempo stesso, il loro utilizzo come merce di scambio nella diplomazia culturale internazionale ha rappresentato l’esempio principe di quanto sia complessa la politica delle “restituzioni” da parte dei musei occidentali. La storia inizia nel 1897, quando le truppe britanniche occuparono e saccheggiarono il palazzo reale di Benin City, nell’attuale stato nigeriano di Edo, trafugando tra i 3000 e i 5000 oggetti preziosi; placche in metallo ma anche manufatti in legno, corallo, avorio. Giunto in Gran Bretagna, il bottino fu in parte messo all’asta e per questo motivo si trova oggi, oltre che in alcuni musei britannici, sparso tra altre istituzioni europee e americane. È notizia degli ultimi giorni che cento di questi oggetti, appartenenti al Wereldmuseum di Leida, i…
Da più di un secolo i bronzi del Benin, conosciuti nel settore dell’arte mondiale come Benin Bronzes, sono il simbolo della spoliazione da parte delle potenze coloniali del patrimonio culturale africano. Negli ultimi anni, al tempo stesso, il loro utilizzo come merce di scambio nella diplomazia culturale internazionale ha rappresentato l’esempio principe di quanto sia complessa la politica delle “restituzioni” da parte dei musei occidentali. La storia inizia nel 1897, quando le truppe britanniche occuparono e saccheggiarono il palazzo reale di Benin City, nell’attuale stato nigeriano di Edo, trafugando tra i 3000 e i 5000 oggetti preziosi; placche in metallo ma anche manufatti in legno, corallo, avorio. Giunto in Gran Bretagna, il bottino fu in parte messo all’asta e per questo motivo si trova oggi, oltre che in alcuni musei britannici, sparso tra altre istituzioni europee e americane. È notizia degli ultimi giorni che cento di questi oggetti, appartenenti al Wereldmuseum di Leida, in Olanda, sono rientrati in Nigeria su richiesta della locale Commissione Nazionale per i Musei e i Monumenti.
Non si tratta del primo accordo raggiunto, ma è la più consistente restituzione effettiva dei Benin Bronzes accaduta finora e offre a esperti legali, curatori e direttori l’occasione per fare il punto sulla dispersione del tesoro di Edo. Alle richieste della Nigeria, infatti, le istituzioni europee e americane hanno risposto e rispondono con una varietà di approcci; ciò che cambia rispetto al passato è che l’argomento più usato per rifiutare le restituzioni, ossia che in Africa non esistessero strutture adeguate a ospitare in sicurezza i capolavori, viene a cadere.
Proprio a Benin City è infatti in costruzione il Museum of West African Art o MOWAA, che dal 2026 dovrebbe poter esporre gli oggetti restituiti; lo firma un archistar, l’anglo ghaniano Sir David Frank Adjaye, a cui già si deve il National Museum of African American History and Culture di Washington. Solo pochi mesi fa, l’MFA di Boston ha chiuso la galleria che ospitava i “suoi” Benin Bronzes, restituendoli al collezionista che li aveva donati. L’Horniman Museum di Londra, invece, ha accettato di cedere i suoi bronzi, e così il museo etnologico di Berlino, firmando già nel 2022 un accordo di prestito a lungo termine per il quale parte dei manufatti non lascia la Germania; la ministra della Cultura tedesca Claudia Roth lo ha definito «un esempio per tutti i musei del Paese che hanno collezioni legate a un contesto coloniale».
Chi invece si tiene stretti i suoi Benin Bronzes è il British Museum: a causa di due diverse normative, una del 1963 e l’altra del 1983, al momento è “legalmente” autorizzato a non restituire i suoi oltre 900 oggetti; sta peraltro investendo nel museo di Benin City attraverso un programma speciale. Come per il caso della restituzione dei marmi del Partenone, contesa da lungo tempo aperta con Atene, Londra per ora non cede, pur avendo ipotizzato ultimamente un prestito a lungo termine. E anche la Francia, che tramite il presidente Macron nel 2017 all’università di Ouagadougou, in Burkina Faso, aveva dichiarato in pompa magna la volontà di procedere, entro cinque anni, al rientro del patrimonio africano nei paesi di origine, è parecchio indietro sulla tabella di marcia, tanto che nel 2024 su Le Monde i referenti culturali di Benin, Nigeria e Senegal dichiararono che solo 27 oggetti erano effettivamente rientrati in Africa.
Insomma, la dinamica delle restituzioni e del rapporto con il passato, mentre retrocede la visione “woke” che le aveva in parte promosse, riserverà ancora sorprese. Ogni nazione continua a giocare sul proprio tavolo, spesso con mosse contraddittorie. A Ostenda, in Belgio, il consiglio comunale ha appena ritirato la commissione a Hew Locke, artista britannico guyanese, per ricontestualizzare la statua equestre del re Leopoldo II, noto per aver instaurato in Congo un brutale regime coloniale.