Cantami o diva, la bellezza che sta fiorendo di nuovo sulle rovine dell’antica Troia
dalla nostra inviata Lara CrinòLa moglie di Heinrich Schliemann, Sofia, indossa i gioielli d'oro di Troia, trovati dal marito e scambiati per il Tesoro di Priamo
Tevfikiye (Turchia)
Nel giardino del museo che conserva i reperti dell’antica Troia l’erba è alta, già ingiallita dal caldo estivo. Tra i fiori selvatici ronzano le api. L’orizzonte è sfocato per il calore sulla collina in cui sorge l’edificio contemporaneo che ospita le meraviglie recuperate tra le rovine di Ilio.
Le tinte dello Stretto dei Dardanelli, la terra rossastra, il verde pallido degli ulivi e quello brillante dei pini si confondono. A condurre la mente nel passato, fino ai tempi dell’Iliade, è un’installazione d’arte contemporanea lungo i sentieri del giardino. Tra gli arbusti e le erbe echeggia la riproduzione del canto degli uccelli menzionati nel poema: un concerto di messaggeri alati, intermediari tra cielo e terra com’erano ritenuti nelle culture antiche, ci conduce fino alla voce umana che sotto una grande quercia racconta una storia dell’Anatolia sull’alleanza tra un passero e una donna.
Tevfikiye (Turchia)
Nel giardino del museo che conserva i reperti dell’antica Troia l’erba è alta, già ingiallita dal caldo estivo. Tra i fiori selvatici ronzano le api. L’orizzonte è sfocato per il calore sulla collina in cui sorge l’edificio contemporaneo che ospita le meraviglie recuperate tra le rovine di Ilio.
Le tinte dello Stretto dei Dardanelli, la terra rossastra, il verde pallido degli ulivi e quello brillante dei pini si confondono. A condurre la mente nel passato, fino ai tempi dell’Iliade, è un’installazione d’arte contemporanea lungo i sentieri del giardino. Tra gli arbusti e le erbe echeggia la riproduzione del canto degli uccelli menzionati nel poema: un concerto di messaggeri alati, intermediari tra cielo e terra com’erano ritenuti nelle culture antiche, ci conduce fino alla voce umana che sotto una grande quercia racconta una storia dell’Anatolia sull’alleanza tra un passero e una donna.
La voce narrante è quella di Vuslat, al secolo Vuslat Do?an Sabanci, prima artista contemporanea invitata a esporre nel museo archeologico di Troia. Curata dall’italiano Paolo Colombo, alle spalle una carriera da artista e direttore di musei in tutta Europa, fino ad Istanbul e ad Atene dove oggi risiede, il progetto di Vuslat è in programma fino alla fine di luglio e si intitola Emanet. Porta nel giardino del Troy Museum, oltre all’installazione sonora, una scultura che ricorda la doppia elica del Dna ma anche i serpenti del caduceo, il bastone sacro degli araldi annunciatori di pace. All’interno le opere di Vuslat, una vita divisa tra la Turchia e Los Angeles, sono distribuite tra i piani di questa scatola di cemento, vetro e metallo in cui è ricostruita la storia della collina di Hissarlik, abitata fin dagli albori dell’uomo e teatro della guerra più celebre della letteratura, creduta per secoli solo un mito.
Una sala del museo di Troia allestita per la mostra Emanet con le opere dell’artista Vuslat
Gli antichi sapevano bene dove si trovava la Troia omerica: Alessandro Magno vi andò in pellegrinaggio alla tomba di Achille, di cui si riteneva un discendente; i romani vi fondarono l’insediamento di Novum Ilium, costruendovi le terme e un teatro. Dopo l’epoca bizantina, Hissarlik per molti secoli fu dimenticata, fino a quando l’ossessione di un mercante divenuto archeologo, il tedesco Heinrich Schliemann, non ce la restituì. Era il 1871 quando Schliemann, che aveva fatto fortuna vendendo armi e vettovaglie allo zar nella guerra di Crimea, si rese conto che il tumulo nella piana dello Scamandro non era un innalzamento naturale del terreno ma una città sepolta. Fin da bambino, figlio di un pastore protestante appassionato di Omero, aveva studiato da autodidatta le lingue e la storia con l’unico scopo di ritrovare le tracce degli antichi eroi. Gli toccò in sorte, quando era ormai un uomo maturo, la scoperta di una vita. Le immagini in bianco e nero dei suoi scavi e quelle celeberrime della moglie Sofia coperta dell’oro che aveva scoperto in unico punto, vicino alle mura di Ilio, sono oggi esposte nel museo accanto a quelle degli altri studiosi che da allora scavarono qui.
Ma Schliemann dopo aver scoperto Troia la tradì, trafugando il tesoro che credeva di Priamo, centinaia di monili d’oro, al di fuori dell’allora Impero ottomano. La maggior parte di quei gioielli, scomparsi durante l’assedio di Berlino del 1945, si trovano al Puškin di Mosca. Ciò che non ha lasciato i Dardanelli brilla invece nelle teche di questo edificio: diademi, sigilli, orecchini le cui forme ricordano foglie d’alloro e ulivo, conchiglie, piume. Intorno, testimonianze umili e magniloquenti di una civiltà che continuò ben oltre la Troia omerica: un sarcofago di straordinaria bellezza, risalente al 500 a.C., quando i Persiani controllavano l’Asia minore, rappresenta la storia della principessa troiana Polissena e la sua tragica fine.
In una sala laterale, accanto a giganteschi otri in terracotta, Vuslat ha riunito le opere create per Emanet. Mentre i conflitti straziano il Medio Oriente, mentre le bombe dividono e distruggono, lo scopo di questa artista e filantropa (ha creato una fondazione, Generous Listening, incentrata sul dialogo in comunità traumatizzate) è riannodare i fili, quelli che ci legano al passato e quelli che ci uniscono tra noi.
Ispirandosi alla Conferenza degli uccelli, poema persiano del dodicesimo secolo che racconta come, per sottrarsi al caos del mondo, l’Upupa raccolga la moltitudine degli uccelli cercando un re perduto che conosce tutte le risposte, Vuslat rappresenta nelle sue sanguigne e nelle sue ceramiche dei volatili stilizzati.
Particolari del sarcofago di Polissena, risalente al 500 a.C. e rinvenuto nel 1994 a Gümü?çay, nella Troade
In alcune sculture mobili esse sembrano divorare o espellere le pagine dell’Iliade parzialmente epurate, come nelle Cancellature di Isgrò, a memento dell’ambigua natura del ricordo. Al piano superiore, un suo stendardo bianco riporta una famiglia di parole, dall’ebraico amen all’arabo aman, cui si lega emanet. In turco, spiega Vuslat «indica la conoscenza di cui siamo custodi e che riceviamo per passarla alle generazioni successive». Da qui il legame con l’Iliade, che parla «dell’essenza umana, del nostro potere distruttivo e dell’amore, del desiderio di esser ricordati per qualcosa di eroico e del bisogno di tornare a casa», in un percorso che da Omero arriva a interrogarsi «su cosa succede quando, come oggi con l’intelligenza artificiale, affidiamo la memoria a un supporto esterno».
Visitiamo insieme il vicino sito archeologico di Ilio: i resti della città, dall’età del Bronzo all’epoca romana, sono stati identificati e datati. Secondo gli archeologi contemporanei lo strato della guerra omerica è quello tra Troia VI e Troia VII, in una successione in cui a segnare il tempo delle guerre è il fuoco che distrugge. Tra le pietre rosseggiano i papaveri. Ai piedi di Hissarlik, oggi una piana alluvionale ha riempito il mare e nascosto le tracce. Ma qualcosa è rimasto. Cantami o Diva, l’ira funesta che infiniti addusse lutti.