A un certo punto spunta un bambino, che alla domanda «quante copie?», risponde fiero «trenta!». Trenta lui e cinquanta un operaio, e altre cinquanta un altro. C’era davvero un grande popolo dietro all’Unità, oltre che un partito, a distribuire (anzi, diffondere) il giornale per strada e nelle fabbriche, e persino in spiaggia. Una bandiera, più che un quotidiano, e qualcuno lo definisce anche “uno straccio rosso”, simbolo di appartenenza, fede fatta carta. Questo si capisce dal documentario l’Unità. Storia di un archivio, presentato ieri al Cinema Anteo di Milano (in autunno verrà trasmesso su La7). E che storia, dietro e dentro le duemila scatole ritrovate fortunosamente dalla Soprintendenza archivistica e bibliografica della Lombardia.
A un pelo dalla dispersione, il patrimonio è stato salvato e messo in s…
A un certo punto spunta un bambino, che alla domanda «quante copie?», risponde fiero «trenta!». Trenta lui e cinquanta un operaio, e altre cinquanta un altro. C’era davvero un grande popolo dietro all’Unità, oltre che un partito, a distribuire (anzi, diffondere) il giornale per strada e nelle fabbriche, e persino in spiaggia. Una bandiera, più che un quotidiano, e qualcuno lo definisce anche “uno straccio rosso”, simbolo di appartenenza, fede fatta carta. Questo si capisce dal documentario l’Unità. Storia di un archivio, presentato ieri al Cinema Anteo di Milano (in autunno verrà trasmesso su La7). E che storia, dietro e dentro le duemila scatole ritrovate fortunosamente dalla Soprintendenza archivistica e bibliografica della Lombardia.
A un pelo dalla dispersione, il patrimonio è stato salvato e messo in sicurezza, vincolato e restaurato, e ora si trova nell’archivio di Stato di via Senato a Milano. Rischiavano di finire chissà dove, nella storia travagliata delle molte chiusure e riaperture e procedure fallimentari che hanno investito in tempi recenti il giornale fondato da Antonio Gramsci a Milano: il 12 febbraio del 1924, redazione al civico 2 di via Santa Maria alla Porta, tipografia in via Settala. Quanta carta e storia hanno macinato quelle prime rotative, e le successive, lo spiegano i testimoni intervistati nel film scritto da Didi Gnocchi e Matteo Moneta, e diretto da Simona Risi (per 3D Produzioni), e potete immaginare quanti documenti si lasci dietro un giornale così importante. E quanta emozione abbia provato la soprintendente Annalisa Rossi, quando ricevette – era il 2018 – una segnalazione sorprendente: l’archivio dell’Unità era misteriosamente arrivato in Lombardia dal Lazio, dove pure era catalogato come bene protetto, e quindi inamovibile. Il suo intervento ha impedito la dispersione di un materiale enorme, costituito al settanta per cento da fotografie (firme importanti, Mario Dondero, Ugo Mulas, Uliano Lucas): un milione e 200mila immagini, più migliaia di buste di ritagli di articoli che gli archivisti sforbiciavano e riponevano in attesa delle richieste della redazione. Racconta Michele Serra, entrato ventenne all’Unità nella sede milanese, che «era un mondo di carta. Chiedevi di Mick Jagger, e ti arrivavano le buste con i ritagli e le foto».
«L’archivio era un luogo magico, con enormi armadi che arrivavano al soffitto», ricorda Alba Solaro, giornalista e figlia di Antonio, caposervizio archivista nonché re di quell’indispensabile strumento di lavoro, in tempi pre Google. Dentro, c’era tutto: non solo la storia del partito comunista, ma dell’Italia e del mondo, raccontata da un quotidiano che negli anni Settanta era terzo dopo il Corriere e la Stampa, e tirava 300mila copie nei giorni feriali, 500mila la domenica, un milione e mezzo il Primo Maggio. Altri tempi. «Un giornale completo, questa era l’ambizione di Togliatti» spiega Paolo Mieli, figlio di uno dei suoi direttori, e aggiunge «quando dirigevo il Corriere, il primo giornale che leggevo era l’Unità». Roberto Roscani, giornalista: «C’è sempre stato lo sport, e anche la cronaca. E in terza pagina spesso si pubblicava la foto di una signorina in bikini», raccontando le vacanze negli anni del boom economico, «cosa inimmaginabile nei giornali di partito dell’Est». Altre voci raccontano le battaglie, le prese di posizione di una redazione che spesso era più avanti del partito, e tra queste Walter Veltroni, Luciana Castellina, Giuliano Ferrara, Siegmund Ginzberg, Ugo Sposetti.
Aldo Tortorella, che ci entrò «la sera del 24 aprile 1945, per scrivere il resoconto dell’insurrezione», che ha poi inventato dal momento che i telefoni non funzionavano. E da un segretario di partito all’altro, da un direttore all’altro, i dilemmi: come raccontare i fatti d’Ungheria? E l’invasione della Cecoslovacchia? E il referendum sul divorzio? E i “compagni che sbagliano”, e Piazza Fontana?. Luciana Castellina racconta anche di essere uscita dalla sala parto, era il 1956, e subito piombata nel dibattito improvvisato in sala d’attesa su come dare la notizia di Krusciov, che aveva appena denunciato i crimini di Stalin, al Ventesimo congresso (il marito, Alfredo Reichlin, allora trentenne, era il direttore). Perché tutto questo non deve andare perduto? Perché «gli archivi dei giornali sono una lente di osservazione e di comprensione della storia quotidiana», dice la soprintendente Rossi. E questo archivio, poi, «documenta dall’interno il processo produttivo dell’informazione su un segmento di storia del Paese che altrimenti non sarebbe mai conosciuto». E sono quei bei cent’anni della nostra Storia.