“When I hold you in my armsAnd I feel my finger on your triggerI know nobody can do me no harm”
John Lennon & Paul McCartney, Happiness Is a Warm Gun
La felicità è una pistola calda, cantarono i Beatles, e ogni doppio senso può essere giustificato. Il loro gun in verità era più probabilmente una siringa (“I need a fix ‘cause I’m going down”…) che una rivoltella o un organo sessuale maschile. Ma fa davvero differenza?
Perché un’arma da fuoco non è soltanto un utensile tecnico che consente a un essere umano di bucare la pancia a un altro essere umano per cacciarne via la vita, ma è anche un potente dispositivo psicologico. Sicurezza di sé, potere sugli altri, potenza muscolare e sessuale: qualche etto di acciaio funziona meglio del Viagra o di una dose di cocaina.
Ricordo un lavoro sarcastico e agghiacciante di Gabriele Galimberti, Ameriguns, vinse anche un premio del World Press Photo. Gli americani armati fino ai denti si mettevano sorridenti e senza problemi in posa davanti al suo obiettivo, circondati dai loro arsenali artisticamente disposti. Fieri e orgogliosi della loro collezione di letalità. Era l’esibizione di qualcosa che sappiamo, ma che non riusciamo a credere quando la vediamo: la passione smodata e oscena degli americani per le armi in sé, a prescindere da qualsiasi paravento, giustificazione, scusa.Ma possibile che questa passione nasca da sé stessa, da zero? No, non è possibile, ovviamente. Ogni fenomeno antropologico localizzato ha una spiegazione a monte. Due fotografi sono andati a cercarla.
Sono Luca Santese e Marco P. Valli, lavorano in coppia da anni e dentro un appassionato, intelligente collettivo di fotografi non ché casa editrice, Cesura. Il 13 maggio 2024 sbarcarono a Dallas, Texas. La città dove nel 1963 un amerigun (ma probabilmente erano più d’uno) ammazzò un presidente degli Usa in carica e ancora non si sa bene perché. Nel corso di un mese e percorrendo cinquemila chilometri hanno setacciato lo stato americano dalla stella solitaria, il più reazionario degli Usa, la roccaforte del trumpismo. Erano i mesi dell’ultima campagna presidenziale e il Texas mostrava i muscoli, era in corso il meeting annuale dell'NRA (National Rifle Association of America), la lobby delle pallottole. Poteva essere facile limitarsi al grottesco macabro di quell’esibizione di strumenti di ammazzamento, ma i nostri due hanno voluto fare anche altro. Tra metropoli e provincia disperata (l’America vive di questa polarità) hanno tentato un ritratto della condizione mentale di un territorio attraversato da molti brividi.Nelle note di Texas Trigger, il libro che ne hanno ricavato e che esce in questi giorni, ci ricordano che il Texas non è solo lo stato del petrolio e delle armi. Come altri stati dell’Unione, il Texas ha visto crescere l’emarginazione sociale, la povertà, gli homeless, i tossicodipendenti da oppioidi vari e gli zombie del Fentalyn. Ma anche le politiche di marginalizzazione, repressione della diversità e dei diritti.
E nell’editing del libro, libero da cronologie e tassonomie, fatto di associazioni visuali e mentali, i segni esteriori di una deformazione interiore dello spirito collettivo sono espliciti e sconvolgenti. Il batacchio a forma di colt di una porta può essere grottesco, come le semiautomatiuche con la Stars and Stripes dipinta sul calcio delle pistole, ma la croce di legno infilzata come un migrante trafitto dal filo spinato sul confine tra El Paso e Juarez smorza qualsiasi ghigno. Eppure il grottesco e il drammatico, i barboni neri male addormentati sulle panchine, il Suv con le ruote rostrate per sciancare i pedoni sgraditi, i santini con Cristo che posa le mani sulle spalle di Trump e le limousine con le corna sul cofano fanno parete dello stesso universo onirico, e riescono a farci pensare, almeno è l’effetto che hanno avuto su di me queste immagini, che la civiltà occidentale, in quella versione pioniera che è sempre stata l’America più profonda, sia entrata nella dimensione allucinatoria di un sogno psichedelico da sostanze.Ma quei grilletti non sono immaginari, e scattano davvero.
Scattano. Lo stesso verbo dei fotografi. Del resto, dicono Santese e Valli, trigger in inglese è anche il bottone di scatto della fotocamera. E nel linguaggio della psicanalisi, è l’evento attivatore di un comportamento disturbato. Quell’incubo è a un passo da noi, forse è già qui.