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Memorie di un avvocato dei poveri diavoli (che sono i giornalisti)

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Caterina Malavenda racconta la difesa della libertà di stampa e la querela usata come arma dal potere: “Solo il giudice può dirimere il conflitto: serve convincerlo che è il tuo cliente ad avere ragione. Ed è a questo punto che arrivo io”
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Voi, per esempio, avreste assolto Oriana Fallaci? La rabbia e l’orgoglio era un libro «guerrafondaio», che «fomentava una guerra di religione e con l’odio nuovi attacchi terroristici»? O, al contrario, come sbottò Oriana, accusarlo di queste nefandezze e usare la Rai per invitare gli italiani a non leggerlo - «non compratelo» - era «pacifismo mendace» e «sostegno ai kamikaze» che «in nome di Allah» l’11 settembre avevano, «come un coltello nel burro», tagliato in due le amatissime Torri Gemelle? «Solo il giudice può dirimere il conflitto tra due modi di vedere la stessa questione finendo inevitabilmente per imporre, però, il suo punto di vista, decidendo chi ha ragione. Serve convincerlo che è il tuo cliente ad averla. Ed è a questo punto che arrivo io», l’avvocato del giornalista.

Voi, per esempio, avreste assolto Oriana Fallaci? La rabbia e l’orgoglio era un libro «guerrafondaio», che «fomentava una guerra di religione e con l’odio nuovi attacchi terroristici»? O, al contrario, come sbottò Oriana, accusarlo di queste nefandezze e usare la Rai per invitare gli italiani a non leggerlo - «non compratelo» - era «pacifismo mendace» e «sostegno ai kamikaze» che «in nome di Allah» l’11 settembre avevano, «come un coltello nel burro», tagliato in due le amatissime Torri Gemelle? «Solo il giudice può dirimere il conflitto tra due modi di vedere la stessa questione finendo inevitabilmente per imporre, però, il suo punto di vista, decidendo chi ha ragione. Serve convincerlo che è il tuo cliente ad averla. Ed è a questo punto che arrivo io», l’avvocato del giornalista.

Caterina Malavenda indossa la toga nera come Clark Kent il mantello rosso, e forse davvero viene da Krypton che, prima di esplodere, non era il pianeta di tutti gli avvocati, ma solo di quelli con la vocazione per la libertà di stampa, «la passione» che, dice Natalia Ginzburg nell’esergo di E io ti querelo (Marsilio), «è la più alta espressione dell’amore per la vita». Dunque Malavenda racconta le dieci avventure che esplorano la linea d’ombra della libertà di stampa, dieci come i comandamenti, dieci come le domande a Silvio Berlusconi, i dieci processi che non contrappongono i fatti veri ai fatti falsi, ché per quelli basterebbe un avvocato, ma provano che la querela per diffamazione, lunga e costosa, è diventata «nell’eterna lotta tra informazione e potere, l’arma non convenzionale su opinioni, invettive, persino vignette satiriche, e tutto quel che, riguardando il pensiero, dovrebbe essere immune da censure e sanzioni».

E magari chissà forse voi oggi non dareste ragione, come fece il giudice, all’onesta faziosità di Michele Santoro. «Chi apprezza un giornalista - scrive Malavenda - non si aspetta che sia imparziale. Anzi, se cercasse di sembrarlo, neppure gli crederebbe, subodorando la menzogna». Nel 2001 un truffatore aveva ingannato l’Italia, soprattutto quella di sinistra, inventandosi di essere stato assalito «da tre naziskin con il volto coperto dal casco che al grido sporco ebreo» lo avevano riempito di botte: «Sono vivo solo perché hanno sentito dei passanti arrivare e si sono spaventati», «molti miei parenti sono morti nei forni crematori. E ce l’hanno con me perché sono un cristiano orgoglioso di appartenere al popolo ebraico». Tutto falso. Insegnava, era vero, ma anche i titoli vennero messi in dubbio.

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Michele Santoro aveva dedicato la puntata di Sciuscià non solo alle abilità dell’imbroglione che, una volta scoperto, era fuggito in Uruguay, ma anche alla sintonia del suo imbroglio con tutti gli altri “ bugiardi” - questo era il titolo – di una società e di una città che avevano reso credibile l’aggressione che non c’era stata: «Si alternavano sul video naziskin, nostalgici di Salò, cattolici integralisti, politici leghisti, ma anche semplici ragazzi appena usciti dalla discoteca, che ostentavano un antisemitismo da mettere i brividi». Era il contesto. E invece il sindaco di centrodestra promise di querelare Santoro e lo accusò di essere lui l’imbroglione «in malafede, fazioso ça va sans dire, persino ipotizzando un vantaggio personale». Quel sindaco non querelò, ma fu querelato da Santoro, Riccardo Iacona, Stefano Bianchi e Sandro Ruotolo.

E, a questo punto, nel libro che racconta le avventure conradiane della libertà di stampa, ti aspetti l’odore del napalm di Apocalipse now. Invece qui la forza è gentile. Non ci sono neppure i nomi degli sconfitti, non si canta vittoria: «Fa parte del gioco e i giornalisti sanno di non avere alcuna speranza di cavarsela, pur avendo rispettato le regole, se incappano nel giudice sbagliato».

Nel libro, che è anche un albo d’onore, ci sono i giornalisti di Tangentopoli e i magistrati che querelando «si affidano» ai colleghi magistrati, e ci sono pure i colpi di scena all’americana che non ti aspetti nelle aule italiane, le spie, gli infiltrati, la magia dei taccuini, le registrazioni mancate, la stampa erotica e Silvio Berlusconi. E qualche giornalista c’è rimasto male pensandosi, e magari giustamente, come l’undicesimo caso, quello che non c’è.

L’ultimo capitolo, intitolato Gracias a la vida come la canzone del 1974, sembra un’appendice delle donne di Messina di Vittorini, l’impegno, il viaggio, l’amore di Antonio al quale è dedicato il libro, e la felicità di una professione che ha fatto di Caterina Malavenda l’allieva e l’erede di Corso Bovio. L’utopia è quella della libertà di stampa, che «o è completa o non è», una vocazione laica, la chiamata del Dio dei giornalisti già a sei anni: «Avevo deciso che avrei difeso solo gli innocenti». Invece, diciamo la verità, grazie a lei, qualcuno di noi l’ha fatta franca. E il più innocente di tutti, Oliviero Toscani, in primo grado venne pure condannato per vilipendio della religione perché aveva paragonato la chiesa di Cristo in croce a un club sadomaso, per soli uomini. Questo libro racconta come si arrivò al lieto fine: «Dipende dal giudice, dico sempre ai miei clienti prima che inizi un processo». Ma non è vero: dipende dall’avvocato.

Il libro

E io ti querelo di Caterina Malavenda (Marsilio, pagg. 368, euro 19)

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