Bologna negli ultimi mesi si è costellata di pipe. Nella “Galleria Modernissimo” sotto piazza Maggiore, c’è la mostra Georges Simenon. Otto viaggi di un romanziere, a cura di Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca, e John Simenon, figlio dell’autore. Che qui ha portato i beni di famiglia: foto, documenti, lettere. Camminare lungo il percorso della mostra permette di cogliere lo sguardo di Simenon sul mondo e sulla vita: c’è un aspetto tridimensionale nei suoi libri che viene dalla sua storia, quella di un umano appassionato degli umani.
Dalla culla della sua città natale, Liegi, passando per le decine di pseudonimi adottati nelle prime pubblicazioni, calchiamo insieme al padre di Maigret le strade di un mondo entrato e uscito dalla Prima…
Bologna negli ultimi mesi si è costellata di pipe. Nella “Galleria Modernissimo” sotto piazza Maggiore, c’è la mostra Georges Simenon. Otto viaggi di un romanziere, a cura di Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca, e John Simenon, figlio dell’autore. Che qui ha portato i beni di famiglia: foto, documenti, lettere. Camminare lungo il percorso della mostra permette di cogliere lo sguardo di Simenon sul mondo e sulla vita: c’è un aspetto tridimensionale nei suoi libri che viene dalla sua storia, quella di un umano appassionato degli umani.
Dalla culla della sua città natale, Liegi, passando per le decine di pseudonimi adottati nelle prime pubblicazioni, calchiamo insieme al padre di Maigret le strade di un mondo entrato e uscito dalla Prima guerra mondiale, ma pronto a curare le sue ferite coltivando antichi rancori e nuove ideologie. Su questo sfondo Simenon mette a punto il suo modo di raccontare gli uomini nella loro essenza, lontani dalle maschere. Come in un dipinto lo sfondo e il soggetto nascono dalla mano dello stesso pittore, così la guerra e l’opera di Simenon mi sembrano per paradosso figli di un medesimo desiderio: il possedere qualcosa. Mentre gli imperialismi smaniavano per possedere materialmente le terre, Simenon capisce che la rappresentazione della cruda realtà è il modo più efficace (e antico) che l’uomo possa adottare per possedere il mondo.
Ranuccio Bianchi Bandinelli in Roma. L’arte romana nel centro del potere fa notare come l’Europa nel corso dei secoli abbia considerato l’arte dell’antichità come «una seconda natura, già perfezionata e chiarita». Ugualmente il romanzo di Simenon si propone agli occhi del lettore con la forza della natura nuda, come una statua dalla quale apprendere l’anatomia. Non a caso l’autore stesso dice in un’intervista Rai del 1963 che se potesse preferirebbe scrivere i suoi libri «con lo scalpello».
Se non si può dire di Simenon che fosse un progressista, si deve notare la sua sordità alle lusinghe intellettualistiche e letterarie, e riconoscere che in un mondo facile alle fascinazioni ideologiche, che andava assumendo come fondamenta delle deboli sovrastrutture, poche azioni sono più rivoluzionarie della ricerca «dell’uomo nudo». Ecco, leggere i libri di Simenon è l’esperienza più simile alla vita che mi sia capitata nella mia attività di lettore. Esistono dei libri meravigliosi dove visualizziamo i colori, i volti, gli odori, i paesaggi. In Simenon accade una magia diversa. È come se l’incantesimo delle sue parole trasformasse le pagine che si tengono in mano nella carne delle persone, nella solidità del legno, nella ruvidità dei tessuti di cui si sta leggendo. È un’esperienza tattile.
Prendiamo un romanzo molto famoso dalla schiera dei “romanzi duri” (ovvero tutti quei libri che non rientrano nella serie dei Maigret): L’uomo che guardava passare i treni. La storia mette sotto i riflettori un problema che si può tentare di riassumere così: se una rosa rimane la stessa rosa anche rinunciando al suo nome, un uomo a quanto di sé stesso può rinunciare rimanendo lo stesso uomo?
Vediamo il protagonista, Kees Popinga, fuggire dalla polizia dopo aver ucciso involontariamente una persona e nel corso della sua non troppo lunga latitanza tentare in ogni modo di correggere la visione che gli altri hanno e danno di lui. La moglie lo crede impazzito, l’ex datore di lavoro lo descrive come un idiota, la stampa come un mostro ed è proprio ai responsabili dei giornali che il ligio funzionario Kees Popinga indirizza le sue lettere di “correzione”: «Signor Caporedattore… Supponga che su tutti i giornali persone non di sua conoscenza scrivano che lei è fatto in questo e in quel modo, mentre ciò non corrisponde alla realtà e lei è fatto in un modo diverso. Sono sicuro che le dispiacerebbe e desidererebbe dire la verità».
Le dita che tengono in mano il libro percepiscono qualcosa, un piccolo cambiamento. Parallelamente allo sforzo titanico di rettificare ciò che viene scritto sul suo conto, il protagonista inizia a cedere sotto il peso della caccia all’uomo, si sente osservato e desidera apparire sempre più anonimo. Non vuole essere l’uomo con la valigetta, dunque abbandona la sua valigetta in un hotel. Non vuole essere l’uomo del sigaro, dunque smette di fumare il sigaro e acquista a pochi soldi una scadente pipa di radica. La sensazione nelle mani del lettore si fa sempre più distinta. Kees Popinga aveva creduto di trovare il senso più profondo della vita nel suo fuggire da casa e dalla polizia, aveva creduto di poter essere tutto ciò che avrebbe voluto: «E dire che per tanto tempo si era dato da fare perché il personaggio risultasse perfetto».
Quello che le dita avevano iniziato ad avvertire ora è certo: le pagine sono diventate più sottili. Infatti Kees dopo aver abbandonato la vecchia realtà composta da lavoro, casa, moglie e figli ne abbraccia un’altra che, per quanto all’inizio sia più entusiasmante, non per questo è meno artefatta. La rosa senza il nome è sempre la rosa, ma Kees Popinga senza il sigaro è sempre Kees Popinga? Il lettore lo sente scomparire tra le mani e si accorge che la sua storia non finisce al concludersi del libro ma si dissolve mangiata dalle pagine, dalle frasi, dagli eventi, finché non rimane un essere nudo utile soltanto a scontare la sua pena.
Scandita dalle didascalie che titolano i capitoli (che per colmo di ironia riproducono quello stile lapidario e giornalistico che tanto affligge il protagonista) la vita che Simenon ha creato rimane come una sfera in mano al lettore, perfetta, tridimensionale, tangibile e non ha più nulla a che vedere con il libro. La prima didascalia, alla maniera di Boccaccio nel Decameron, recita «Quando Julius de Coster Jr. si ubriaca al Petit Saint-Georges, e l’impossibile infrange d’un tratto le dighe della vita quotidiana».
E mi fa sorridere adesso trascriverla perché non riesco a non vederla come una formula (ricordate «Della sfera il volume qual è? Quattro terzi pi greco erre tre!»). Questa è la nostra prima indicazione, è qui che vengono forniti i dati necessari al comporsi della realtà. È la nostra iniziazione a un mondo dove a regnare sono le conseguenze di uno stravolgimento. In bilico sulla vita. Nudi. Noi come i personaggi di Simenon.
Oltre a questa serie sul giornale, “Panorami”, Edoardo Prati tiene sul sito di Repubblica la serie di interviste video “La periferia del tempo”