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Cindy Sherman. “Sono una nessuna e centomila”

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La celebre fotografa, da decenni regina dell’autoritratto e protagonista di una grande retrospettiva a Minorca si confessa: “Indosso le maschere per poter scomparire”
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New York. Il suo volto è stato tutti i volti e nessuno. L’americana Cindy Sherman (Glen Ridge, New Jersey, 71 anni) non solo ha trasformato la fotografia contemporanea: l’ha smantellata e ricostruita dall’interno con l’audacia delle pioniere. L’ha trasformata in un sogno strano, in un teatro delle ombre, in uno specchio rotto dove ogni minuscolo frammento riflette un’identità diversa. E, di passaggio, ha cambiato il nostro modo di guardare e di guardare noi stessi.

Le sue immagini sono bugie cariche di verità. In cui cancella ogni traccia di sé e si appropria delle tipologie femminili che circolano in televisione, al cinema, nella pubblicità e anche sui social network. In ogni fotografia, si occupa di tutto: posa come modella, si trucca, si pettina, si traveste, allestisce il set e grida “azione”. Sherman ha tracciato nuove strade per il ritratto contemporaneo e ha influenzato diverse generazioni di artiste — Cate Blanchett, Isabelle Huppert, Lady Gaga, Miranda July o Chappell Roan la…

New York. Il suo volto è stato tutti i volti e nessuno. L’americana Cindy Sherman (Glen Ridge, New Jersey, 71 anni) non solo ha trasformato la fotografia contemporanea: l’ha smantellata e ricostruita dall’interno con l’audacia delle pioniere. L’ha trasformata in un sogno strano, in un teatro delle ombre, in uno specchio rotto dove ogni minuscolo frammento riflette un’identità diversa. E, di passaggio, ha cambiato il nostro modo di guardare e di guardare noi stessi.

Le sue immagini sono bugie cariche di verità. In cui cancella ogni traccia di sé e si appropria delle tipologie femminili che circolano in televisione, al cinema, nella pubblicità e anche sui social network. In ogni fotografia, si occupa di tutto: posa come modella, si trucca, si pettina, si traveste, allestisce il set e grida “azione”. Sherman ha tracciato nuove strade per il ritratto contemporaneo e ha influenzato diverse generazioni di artiste — Cate Blanchett, Isabelle Huppert, Lady Gaga, Miranda July o Chappell Roan la indicano come esempio da seguire —, così come le drag queen più sofisticate e i codici estetici dell’ultima metà del secolo, dalla pubblicità di moda alle copertine di riviste ritoccate fino a sfiorare il grottesco.

The Women, la mostra in corso alla galleria, Hauser & Wirth, fino al 26 ottobre all’Illa del Rei di Minorca, è una sorta di retrospettiva informale che riunisce opere delle sue serie più note, dagli anni Settanta a oggi. L’esposizione, che prende il titolo da un vecchio film di George Cukor (in italiano Donne, ndt) vuole dimostrare come Sherman abbia rivoluzionato la fotografia. Lo ha fatto interpretando una miriade di personaggi davanti alla macchina fotografica, cambiando volto, corpo e identità, come una Barbie impazzita che prova tutti i costumi sociali per rivelare ciò che si nasconde dietro. Nei panni di star del cinema, femme fatale, dame dell’alta società o fashioniste in declino, Sherman compone un archivio inquietante degli stereotipi di genere.

L’artista vive da 19 anni in un discreto edificio di una quindicina di piani a Lower Manhattan, situato in una strada che corre parallela al fiume Hudson. Mentre ci dirigiamo verso il suo studio, ci rendiamo conto di un paradosso: non abbiamo chiaro quale sia il volto di Sherman. Potremmo incrociarla per strada e non riconoscerla. «A volte succede, ma non spesso. Essere un’artista famosa non è come essere una celebrità. Forse in Europa è diverso, ma qui nessuno presta attenzione agli artisti. E la verità è che lo preferisco. Mi piace passare inosservata, essere una persona normale, andare al supermercato senza che nessuno se ne accorga». All’inizio, molti l’hanno accusata di egocentrismo per aver fotografato se stessa più e più volte. «Non lo facevo per mettermi in mostra, ma per scomparire», spiega. «Non volevo essere me stessa. Al contrario: stavo cercando di smettere di esserlo».

È stato suggerito più volte che il suo lavoro anticipi l’era dei selfie, ipotesi che lei respinge categoricamente. «I selfie sono un’altra cosa», dice con fermezza. «Di solito cercano di farti apparire bene, di promuovere un’immagine favorevole di sé. Non è quello che faccio io. Inoltre, ho sempre odiato quell’angolazione della fotocamera». Mentre il selfie celebra, Sherman fa una parodia. Il suo lavoro è una satira dell’io che sabota ogni accenno di vanità. I suoi personaggi, anche i più belli, hanno sempre qualcosa che mette a disagio, una crepa in superficie, un fondo oscuro. Nei suoi ritratti si intuisce la bruttezza morale di una cultura segnata dall’ansia sociale, dalla paura latente, da un puritanesimo nascosto. Sherman ha attraversato gli anni più bui della storia recente del suo Paese, da Nixon a Reagan, da Bush a Trump. «Sono molto preoccupata, ovviamente. Quello che sta succedendo è terribile», ammette.

Fin dalle prime opere, il suo universo emana un mormorio minaccioso, una tensione psicologica costante che lei associa al suo fascino per il cinema horror. «Cerco quell’emozione che si prova sulle montagne russe: una paura controllata, perché sai che non succederà nulla di male. Puoi urlare solo per il piacere di farlo». Il suo lavoro, sempre inquietante, assume nuove risonanze nell’era dei filtri e dei ritocchi, dei corpi di plastica e dell’ossessione per l’Ozempic. «Le pressioni oggi sono molto più forti che nella mia giovinezza», afferma. «Tra i social, la chirurgia estetica, il desiderio di apparire perfetti e ora l’esigenza di definirsi in termini di genere, tutto è diventato più complesso». Neanche lei si sente del tutto a suo agio quando si guarda allo specchio. «Non è solo l’invecchiamento. Le fotocamere digitali catturano fino all’ultimo poro. Ricorrere al grottesco e all’abietto è anche un modo per proteggermi».

Una delle sue sfide più recenti è stata quella di diventare un uomo. Ci aveva già provato, senza successo, negli anni Settanta. «Mi venivano fuori detective da film noir, tipi duri senza profondità», ricorda. L’esperimento è rimasto in sospeso per decenni, fino a quando ha osato riprovarci con la serie Men, svelata dopo la pandemia. «È stato molto difficile. C’era una linea molto sottile tra il raggiungere qualcosa di ambiguo e il cadere nel ridicolo».

All’inizio della sua carriera, molte voci femministe l’hanno celebrata, ma altrettante l’hanno messa in discussione. È considerata una figura chiave dell’arte femminile degli ultimi decenni, ma non ha mai lavorato sulla base di slogan o dottrine. Più volte le è stato chiesto di accompagnare le sue immagini con un avviso, una nota che chiarisse che il tono era ironico e sarcastico. Lei si è rifiutata.

Per un certo periodo ha seguito diverse drag queen su Instagram e non si è persa i programmi di RuPaul, affascinata dalla sua capacità di costruire identità attraverso il trucco, le parrucche e la performance. «Mi interessava il modo in cui, anche cambiando volto, continuavano a interpretare sempre lo stesso personaggio», dice Sherman, che riconosce una diretta affinità con il proprio lavoro. Con una differenza fondamentale: lei preferisce che la trasformazione avvenga in solitudine, nel suo studio, davanti alla macchina fotografica. «Non potrei mai salire su un palco», dice questa donna affabile ma un po’ schiva e a disagio di fronte al successo.

Negli anni Ottanta, quando è diventata una delle artiste più acclamate grazie alle sue immagini stilizzate in bianco e nero, ha risposto con fotografie realizzate con vomito finto, insetti di plastica e resti di cibo. «Non volevo essere l’artista del momento. Sapevo che questo comportava un pericolo, forse una vita professionale breve», spiega. All’inizio degli anni Novanta, è successo di nuovo con le sue Sex Pictures, per le quali ha utilizzato protesi, bambole e frammenti di corpi artificiali per sfidare allo stesso tempo la censura conservatrice, che imperversava nella precedente guerra culturale, e la pornografia vuota di alcuni artisti maschi. «Ad esempio, Jeff Koons», dice senza mezzi termini.

Più recentemente, mentre gli artisti criticavano aspramente l’intelligenza artificiale, lei ha voluto sperimentarla e ha esposto il risultato sui social. Ne è rimasta affascinata: teste che spuntavano dal prato, volti sciolti, esseri con più occhi e diversi arti. «Era incredibile, finché non hanno corretto l’algoritmo. Immagino che non volessero che uscissero cose così strane. Ora è tutto noiosamente bello. Ha perso completamente il suo fascino».

Nelle sue ultime immagini, bellezza e orrore condividono la stessa inquadratura. Volti lisci di perfezione cosmetica che, guardandoli da vicino, rivelano una putrefazione interiore, proprio come questa magnifica metropoli che puzza di immondizia, come se fossimo nella Roma degli ultimi giorni. Sotto la patina del lusso e del denaro, il mondo di oggi continua a nascondere le stesse rovine. Forse Sherman lo aveva capito prima di chiunque altro. Come vorrebbe essere ricordata? «Mi piacerebbe che le persone, di fronte alle mie foto, riuscissero a mettere in discussione i propri pregiudizi sugli altri, sulle donne, sul mondo», risponde. Missione compiuta.

©El País/Lena, Leading European Newspaper Alliance

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