✕

È la letteratura il più politico dei beni comuni

Raymond Carver (1938-1988) 

Ascolta l'audio

Abbiamo ridotto le grandi epiche collettive a racconti individuali, smarrendo in tanti “io” il senso del “noi”. Ma nessuno, è la lezione da Dante a Carver, si salva da solo
4 minuti di lettura

Qual è il ruolo che la letteratura può avere nella ricostruzione del bene comune? Una domanda non da poco. E che parte da un sospetto: che la letteratura abbia in parte contribuito al problema. O meglio, che a un certo punto abbia accettato — forse anche con entusiasmo — la logica dell’autosufficienza dell’io, del lirismo. Siamo passati da narrazioni epiche e collettive a una proliferazione di storie individuali, spesso chiuse in una forma di trauma privatizzato. Non c’è nulla di sbagliato in sé in questo spostamento — ogni io è un microcosmo. Ma quando la somma di questi “io” non genera un “noi”, allora qualcosa si inceppa.

Un autore che ha saputo esplorare con rara intensità proprio questa tensione tra l’io isolato e una possibile forma di …

Qual è il ruolo che la letteratura può avere nella ricostruzione del bene comune? Una domanda non da poco. E che parte da un sospetto: che la letteratura abbia in parte contribuito al problema. O meglio, che a un certo punto abbia accettato — forse anche con entusiasmo — la logica dell’autosufficienza dell’io, del lirismo. Siamo passati da narrazioni epiche e collettive a una proliferazione di storie individuali, spesso chiuse in una forma di trauma privatizzato. Non c’è nulla di sbagliato in sé in questo spostamento — ogni io è un microcosmo. Ma quando la somma di questi “io” non genera un “noi”, allora qualcosa si inceppa.

Un autore che ha saputo esplorare con rara intensità proprio questa tensione tra l’io isolato e una possibile forma di comunione è Raymond Carver. In Cattedrale — uno dei suoi racconti più celebri — il protagonista è un uomo cinico e chiuso in sé stesso, incapace di empatia, che si trova a dover accogliere in casa un amico cieco della moglie. All’inizio è diffidente, a disagio. Ma quando, verso la fine del racconto, i due si mettono a disegnare insieme una cattedrale accade qualcosa. Lo fanno insieme mano nella mano: il protagonista guidando la mano del cieco, a occhi chiusi. Quel gesto elementare diventa una vera epifania: l’uomo “vede” per la prima volta attraverso la relazione, il legame. Non c’è nessuna morale: solo il silenzioso emergere di una possibilità di apertura, di trasformazione.

È il passaggio dall’io blindato a un “noi” costruito nel gesto condiviso. Così pure Dante nella Commedia rappresenta l’umanità intera nel percorso dal caos infernale, dove ogni dannato è isolato nel proprio egoismo, alla visione di un Paradiso come città armoniosa dei santi uniti nell’amore di Dio. Non ci si salva da soli: Dante è aiutato da guide e al termine scopre che il motore dell’universo è l’Amore che unisce e muove tutte le creature.

Viviamo in un’epoca in cui la solitudine è diventata strutturale, anche se siamo connessi come mai prima d’ora. È il nostro Inferno dantesco. Tutto sembra prossimo, immediato, cliccabile — eppure cresce un senso di estraneità reciproca. È come se le nostre identità si fossero irrigidite dentro piccole bolle che raramente si sfiorano davvero. Ecco allora la domanda: può la letteratura aiutarci a ricostruire un immaginario condiviso? Può ridarci una lingua comune, o almeno uno spazio dove le lingue si ascoltino, si contaminino?

Il “terreno comune” del quale sto parlando non è un compromesso, ma uno “spazio radicale”, un radical center forse, come direbbe Zadie Smith. E credo che la letteratura sia una delle poche attività umane che può ancora generare questo spazio. Non perché tutti si riconoscano nelle stesse idee, ma perché — dentro una storia ben raccontata — anche le differenze trovano cittadinanza. Un buon romanzo, una poesia autentica, non semplificano il mondo: lo complicano in modo comprensibile. Lo rendono più difficile da giudicare, ma più facile da abitare.

Flannery O’Connor, per citare una grande autrice, con i suoi racconti ambientati nel Sud degli Stati Uniti, esplora il mistero della grazia in un mondo segnato dalla violenza, anzi dal “diavolo”, come lei scrive. I suoi personaggi spesso appaiono grotteschi, contraddittori, eppure nel momento più inatteso vengono feriti da una luce che li trasforma: è la grazia che colpisce come una mazza da baseball. O’Connor riesce a mostrare che la verità ha bisogno di ferire per liberare, e che il bene comune non nasce da una somma di buone intenzioni, ma da conversioni profonde, a volte traumatiche. Nei suoi racconti non c’è una morale preconfezionata, ma uno spazio di scontro tra disperazione e speranza che costringe il lettore a mettersi in discussione.

L’umanità in stato di natura è spietata, senza grazia. Lo vediamo dovunque: a Gaza, in Ucraina, ma anche nei cortili di casa nostra. Allora quando si è solidali si è creativi, artisti, poeti. Deve essere vero anche il contrario, in qualche modo. Facendo colazione insieme a casa sua a Soho, Patti Smith a un certo punto mi ha detto: «Dobbiamo costruire una narrazione alternativa alla retorica dominante. È fondamentale trovare un linguaggio nuovo, che non paralizzi le persone con l’orrore ma che le risvegli con l’immaginazione. L’immaginazione è una energia rivoluzionaria». Commentava la geniale espressione coniata da papa Francesco «poeti sociali».

Scrivere oggi è sempre più un atto di resistenza e, insieme, di tessitura. Perché se è vero che il mondo si presenta come una grande scacchiera — dove si muovono pedine secondo logiche di potere, calcolo e sacrificio — allora è ancora più urgente recuperare un’altra immagine: quella del tessuto. Immaginare il mondo in termini di tessuto è una rivoluzione. E lo scrittore non è di fatto un tessitore? Non perché abbia in tasca verità assolute, ma perché ha il coraggio di stare dentro alla complessità senza ridurla a schema. E proprio per questo può restituirci un’idea di bene comune che non è neutra, ma dialogica, plurale, concreta. E questo è il vero terreno del bene comune: non un’ideologia da applicare, ma un tessuto da intessere insieme. Abbiamo bisogno di storie che ci aiutino a guardare il mondo in modo nuovo, che ci mostrino che ogni parola può essere un filo, ogni testo un telaio. Abbiamo bisogno di storie che alimentino la nostra immaginazione.

O la scacchiera o il tessuto: sono queste due immagini che plasmano la nostra idea di azione sociale e dunque del bene comune. Non sono solamente figure retoriche, ma modelli di pensiero. La scacchiera rappresenta la logica del conflitto organizzato, del calcolo strategico, della divisione del mondo in sfere di influenza. È il paradigma che ha prodotto spartizioni come quella di Yalta in cui i popoli sono stati trattati come pedine su una tavola diplomatica. È il modello della spartizione della torta. All’opposto è lo “spirito di Helsinki”, l’orizzonte aperto dalla Conferenza del 1975. Invece della gerarchia, la trama. È qui che l’immagine del tessuto prende senso: come architettura relazionale, come modo di abitare insieme lo spazio comune, non per imposizione ma per intreccio.

Il bene comune non si costruisce per decreto, dogma o spartizione, ma per narrazione. La politica — nazionale e internazionale — ha le sue radici nel modo in cui immaginiamo, scriviamo e leggiamo il mondo. Ecco perché chi scrive, oggi, ha una responsabilità grande, quella di tessere voce per voce, storia per storia. Le storie non eliminano il conflitto, ma lo attraversano.

Leggi i commenti