Questa è una storia con dentro altre storie. La prima comincia a Torino, via Biancamano. È il 1953 e sulla scrivania di Elio Vittorini arriva un manoscritto. S’intitola "La tigre viziosa”, ed è una strana storia di tigri raccontata da una tigre. Il protagonista, voce narrante in introspezione, è un esemplare di tigre indiana, un patriarca colto nelle ultime fasi della sua vita. La trama è quella di un estremo viaggio iniziatico: in un paesaggio in costante penombra, liquido, violento e metamorfico, la belva infrange il tabù della carne umana. Questo “vizio” le costerà la purezza del suo essere selvaggio ma le donerà in cambio uno sguardo puro (e spietato) su di sé e sul mondo. Intanto, attorno a lei, gli uomini rivelano il loro lato bestiale e carnale. Impossibile distinguere predatori da prede. Nessuna redenzione nel finale.
«Bellissimo racconto di una «tigre allegorica», scrive Vittorini a Calvino. L’anno dopo il libro esce nei “Gettoni”, ed è un successo di critica. Lo recensiscono…
Questa è una storia con dentro altre storie. La prima comincia a Torino, via Biancamano. È il 1953 e sulla scrivania di Elio Vittorini arriva un manoscritto. S’intitola "La tigre viziosa”, ed è una strana storia di tigri raccontata da una tigre. Il protagonista, voce narrante in introspezione, è un esemplare di tigre indiana, un patriarca colto nelle ultime fasi della sua vita. La trama è quella di un estremo viaggio iniziatico: in un paesaggio in costante penombra, liquido, violento e metamorfico, la belva infrange il tabù della carne umana. Questo “vizio” le costerà la purezza del suo essere selvaggio ma le donerà in cambio uno sguardo puro (e spietato) su di sé e sul mondo. Intanto, attorno a lei, gli uomini rivelano il loro lato bestiale e carnale. Impossibile distinguere predatori da prede. Nessuna redenzione nel finale.
«Bellissimo racconto di una «tigre allegorica», scrive Vittorini a Calvino. L’anno dopo il libro esce nei “Gettoni”, ed è un successo di critica. Lo recensiscono, tra gli altri, Eugenio Montale, Carlo Bo, Piero Chiara, Giacinto Spagnoletti, Pietro Citati, Fernanda Pivano e Sergio Solmi. L’autore è un intellettuale, un trentenne. Si chiama Sergio Antonielli e anche lui ha una storia. Romano, classe 1920, ha studiato a Pisa e combattuto in Africa. Nel 1953 è assistente di Fubini alla Statale di Milano, dove insegnerà fino al 1982, anno in cui morirà di leucemia. Studia Pascoli e la poesia del Novecento; sarà uno dei massimi esperti di Parini.
Farà anche politica. Intanto scrive, e scriverà, romanzi. La tigre viziosa è il terzo. Il primo, Il campo 29, è uscito nel 1949 con la prefazione di Vittorio Sereni. È un libro importante per Antonielli, Il campo 29, perché narra di lui e della guerra. Catturato dagli inglesi a El Alamein nel 1942, è stato internato in India e ha trascorso quattro anni nel campo di Yol, ai piedi dell’Himalaya. Come lui, tanti – e questa è un’altra storia che andrebbe raccontata. Se ne parla poco, infatti, ma tra il 1941 e il 1945 si stima siano passati per i campi indiani tra i 60 mila e i 90 mila prigionieri italiani, tra cui circa undicimila ufficiali e oltre 50 mila soldati semplici. Le condizioni erano difficili e precarie. Lontani da tutto, si viveva come in un limbo, e mantenere viva la memoria della patria era un modo per non perdersi. Chi poteva leggeva, studiava. Antonielli rocambolescamente ci scrisse la tesi, rilesse (o ricordò) Dante. E a lungo si guardò intorno, assorbendo quel paesaggio inaddomesticabile.
Elio Vittorini
E qui torniamo a La tigre. Il setting è kiplinghiano, esuberante, pieno di animali. Ma non è un libro sull’India e nemmeno un libro sugli animali. L’India è colta come sentimento, come proiezione interiore, e la tigre stessa, simbolo o allegoria, è meno indiana di quanto ci aspetteremmo. Chi studia queste cose ci direbbe che in India la tigre è l’immagine o la compagna delle divinità per eccellenza. Shiva indossa o siede su una pelle di tigre. Durga ne cavalca una, e Shakti, la grande Dea, energia femminile del divino, è simboleggiata dalla tigre.
Antonielli però – ce lo ha confermato il figlio Livio – non ebbe modo di studiare le leggende indù o le mitologie che interessano gli antropologi. La sua tigre ha la sua lingua e la sua cultura. È vertiginosamente umana, ed è quasi psicoanalitica. Per questo è così piena di archetipi – l’eroe, il padre, l’amante, il viandante, il saggio, il distruttore; e così piena di immagini. E anzi, più che un racconto, è un libro da leggere per immagini: scene oniriche e metamorfiche, inanellate e cesellate le une nelle altre, in cui foglia per foglia, animale per animale, sentiamo la presenza della giungla come crogiolo alchemico in cui la materia si fonde con se stessa per animarsi–e umanizzarsi.
L’anima a cui si riferisce il soliloquio della tigre, con la sua confessione, il desiderio, il vizio della carne, i mescolamenti, è insieme lo specchio della psiche di un uomo e l’anima di un mondo vivente, il cui logos, lo sapeva Eraclito, è lotta: un mondo binario fatto di maschile e femminile, domato e indomabile, predatore e preda. L’umano e il non umano in questo mondo non sono solo fratelli separati alla nascita, come in molte mitologie, ma la stessa cosa osservata da punti di vista differenti. La violazione dei confini è la regola, proprio come avviene nel sogno.
Non è un caso che i passaggi più intensi siano quelli in cui la tigre racconta visioni di natura umanizzata («sognai che la primavera scioglieva i lunghi capelli d’erba dello stagno»), e i sogni lucidi delle tigri «le quali sorvegliano contro le palpebre calate i colori del mondo, popolano i loro sogni dei più vari animali, ne studiano abitudini e movimenti, e sentono, per la pressione del corpo sulle erbe, le nascoste voci della terra». È un libro straordinario, dunque. Eppure, come accade a volte alle opere più insolite, il suo destino editoriale è stato irregolare.
Dopo il successo di critica La tigre viziosa scivola lentamente fuori dal cono di luce. Nel 1979 però Mondadori prova a rilanciarlo. La raccomandazione era venuta da un altro lettore illustre, Giuseppe Pontiggia, che in una delle sue fulminee note editoriali aveva scritto: «La narrazione ha una suggestione intensa e una profondità insolita. Ristamparla sarebbe un’ottima idea». Passano gli anni, e il libro s’inabissa di nuovo. Finché nel 2025 un altro editore, vicino a Pontiggia, si ricorda di quella nota e decide di riproporlo. È questa l’ultima storia. La tigre viziosa infatti esce oggi per Palingenia, casa editrice nata a Venezia nel 2024. Il fondatore Giancarlo Maggiulli, oltre trent’anni trascorsi in Adelphi, ci ha raccontato che Pontiggia lo assunse, giovanissimo, per mettere ordine nei suoi archivi, a cominciare dalle migliaia di note editoriali (ne leggiamo una scelta in Un libro che divorerei. Pareri di lettura). È lì che trova Antonielli e La tigre viziosa. Ed ecco che il nastro si riavvolge.
Con tutte queste storie, anche quelle che, per quest’articolo, abbiamo raccolto dalle persone vicine a Sergio Antonielli: il figlio Livio, che ci ha parlato di un padre perso troppo presto, della tesi su Pascoli scritta nel campo di prigionia in un’India affascinante ma lontana, dei volumi di Jung nella biblioteca di casa; e l’allievo-curatore Alberto Cadiolo, che ha ricordato un maestro magnetico e generoso, pronto a impegnarsi in politica da antifascista, vicino alla sinistra e attento alle trasformazioni che l’Italia stava vivendo. Le storie e i libri a volte sono imprevedibili come gli animali, come i sogni. Forse è proprio questo il loro destino: attraversare il tempo come le tigri attraversano la giungla. Lasciarsi dimenticare, ogni tanto. Ma senza mai scomparire davvero.
IL LIBRO
La tigre viziosa, di Sergio Antonielli ( a cura di Alberto Cadioli), Palingenia, pagg. 192 euro 26