Francesco Clemente risponde da Amalfi, tappa estiva nella vita nomade di questo artista, già esponente della Transavanguardia e poi artefice di una fortunata carriera internazionale, che del viaggio ha fatto una delle cifre del suo lavoro.
È in una casa di famiglia, quella dove la moglie Alba è nata e dove dorme nella stessa stanza in cui è venuta alla luce. Dalla finestra Alba vede il cimitero dove riposano le anime dei suoi avi. «Un cerchio bellissimo», commenta Clemente, che da giramondo ha però un senso profondo delle radici, della storia e del passato.
Poco più a sud, sulla Costiera cilentana, inaugura domani il suo ultimo progetto. Si intitola Sottencoppa, da un’espressione napoletana che significa sottosopra, e può indicare un ribaltamento reale ma anche figurato: il caos, ma anche un ribaltamento dello sguardo. E davvero ribaltano lo sguardo le “bandiere” o vessilli che, installati sulla costa all’altezza di …
Francesco Clemente risponde da Amalfi, tappa estiva nella vita nomade di questo artista, già esponente della Transavanguardia e poi artefice di una fortunata carriera internazionale, che del viaggio ha fatto una delle cifre del suo lavoro.
È in una casa di famiglia, quella dove la moglie Alba è nata e dove dorme nella stessa stanza in cui è venuta alla luce. Dalla finestra Alba vede il cimitero dove riposano le anime dei suoi avi. «Un cerchio bellissimo», commenta Clemente, che da giramondo ha però un senso profondo delle radici, della storia e del passato.
Poco più a sud, sulla Costiera cilentana, inaugura domani il suo ultimo progetto. Si intitola Sottencoppa, da un’espressione napoletana che significa sottosopra, e può indicare un ribaltamento reale ma anche figurato: il caos, ma anche un ribaltamento dello sguardo. E davvero ribaltano lo sguardo le “bandiere” o vessilli che, installati sulla costa all’altezza di Torre Caleo, di fronte al mare di Acciaroli, ci spingono a guardare il mare, e la terra, da un’altra prospettiva. Sono otto vessilli colorati, issati su pali di legno, che rappresentano un tema che, dai tempi più remoti - dal racconto primario dell’Eden - affascina l’uomo: la caduta.
Che cosa rappresentano i vessilli che ha disegnato per la costa di Acciaroli?
«Sono tutte immagini, inedite e create ad hoc per il progetto Sottencoppa, di una caduta. Il passato è ricco di cadute: dal mito di Icaro alla vicenda di San Paolo. Le immagini del mio lavoro provengono da esperienze vissute: non invento nulla, integro ciò che mi ha spaesato, quello che mi ha fatto perdere l’equilibrio».
Perché ha scelto questo luogo?
«Pare che Acciaroli sia la capitale della longevità mondiale e il curatore della mostra, Eduardo Cicelyn, mi ha promesso che in cambio della mia partecipazione al progetto mi faranno cittadino onorario e camperò un po’ più a lungo del programmato... Davvero, io credo molto nelle rime e di recente ho ricevuto molte richieste che “rimano” tra loro, collaborazioni per luoghi pubblici: il Clemente Bar di Daniel Humm a New York, un ospedale di Herzog and De Meuron a Zurigo, un antico castello in India. E ora questo litorale non lontano dall’immagine guida della mia vita: il Tuffatore di Paestum».
Perché il Tuffatore di Paestum?
«Sono campano, cresciuto a Napoli e mi sono sempre sentito un parente del mondo preromano a cui il Tuffatore appartiene. Ma non solo: fu Alighiero Boetti, di cui sono stato amico, a farmelo amare. Anche per lui era un’immagine importante. In quel tuffo, mi pare, c’è tutto il rischio dell’arte, ma anche tutta la potenzialità del linguaggio».
Qual è per lei la vera natura, la potenzialità del linguaggio?
«Il linguaggio? Non è la somma del passato, come ci dicono questi scemi dell’Intelligenza artificiale. Credo che il linguaggio e il significato non possano che nascere dal salto nel nuovo, nell’inesplorato. Io credo nel nuovo».
A proposito di nuovi significati. Le bandiere, i vessilli sono una forma, un mezzo che torna spesso nel suo fare arte. Che cosa le piace di questo oggetto così polisemico, capace di farsi simbolo identitario ma anche portale, segno di contatto con il sacro?
«Le bandiere si integrano con facilità nei luoghi pubblici, di passaggio. Ma oltre a questa immediatezza visiva, sono per me soprattutto un emblema di irriducibile nostalgia di sfilate, battaglie, vittorie e sconfitte. Della vita insomma. Se si ha nostalgia di qualcosa si può ancora sperare in qualcosa o almeno continuare ad amare la vita».
La bandiera però è anche un simbolo di guerra. Forse ci eravamo illusi di essere in un tempo di pace o meglio pacifica globalizzazione e invece scopriamo giorno dopo giorno di essere in un’epoca di guerre mostruose, dove il vessillo è pretesto per conquistare e distruggere. Come vive questo momento?
«L’orrore mi affligge ma non mi sorprende. Anni fa disegnai a Pechino un enorme murale di onde colore sangue di bue. Se non si ha niente da guadagnare non è difficile prevedere il futuro. Quando la storia si rimette in moto il bagno di sangue è in arrivo. Ma l’inumanità dell’uomo riesce sempre a sorprendere. Anche le mie bandiere sono simboli di guerra ma dell’unica guerra legittima».
Qual è questa guerra legittima?
«Quella che il nostro innato senso dell’eterno, che è la nostra vera natura, combatte per sbarazzarsi delle delusioni di tutto quello che è impermanente e vano: l’odio, la gelosia, l’avidità, la paura.
Le sue opere ad Acciaroli guardano il mare, e lei sul mare ci è nato. Che rapporto ha con il mondo liquido?
«Tanti anni fa una Mae de Santo, nel corso di un’iniziazione al Candomblé, la religione afrobrasiliana che ancora fiorisce a Salvador de Bahia, mi fece notare che quando guardiamo le onde del mare, anche le onde del mare guardano noi. Non dobbiamo mai dimenticarcene. Dunque anche questa mia mostra, anche questi miei vessilli, non sono solo per gli uomini ma anche per il mare».