La volontaria disfatta dell’entomologo
di Michele Smargiassi
Lo splendido catalogo della altrettanto eccellente mostra, ahimé ormai chiusa, Typologien, alla Fondazione Prada di Milano [ ], mi racconta una cosa che non sapevo. Nel 2014, poco prima di morire, Hilla Becher fece un curioso esperimento. Prese alcune immagini dalla grande opera fotografica di classificazione e comparazione di strutture industriali, condotta per decenni assieme al marito Bernd Becher, e le espose per la prima volta singolarmente, cioè estraendole dalle griglie da nove o più immagini simili in cui erano state sempre mostrate al pubblico. Accanto a queste, prese alcune immagini di un altro grande fotografo classificatore, August Sander, che i coniugi aveva…
Lo splendido catalogo della altrettanto eccellente mostra, ahimé ormai chiusa, Typologien, alla Fondazione Prada di Milano [ ], mi racconta una cosa che non sapevo. Nel 2014, poco prima di morire, Hilla Becher fece un curioso esperimento. Prese alcune immagini dalla grande opera fotografica di classificazione e comparazione di strutture industriali, condotta per decenni assieme al marito Bernd Becher, e le espose per la prima volta singolarmente, cioè estraendole dalle griglie da nove o più immagini simili in cui erano state sempre mostrate al pubblico. Accanto a queste, prese alcune immagini di un altro grande fotografo classificatore, August Sander, che i coniugi avevano fatto in tempo a conoscere e a riverire come loro precursore, ovvero i suoi ritratti di uomini del ventesimo secolo, e le raggruppò per la prima volta in griglie da nove. In questo modo, improvvisamente, le serie tipologiche diventavano individui e gli individui diventavano serie tipologiche. Nel suo saggio in catalogo, Tom Holert spiega questo capovolgimento come un modo per ammettere, alla fine di una carriera, che in verità tra l’individuo e il condizionamento sociale, tra il tipo e il singolo, non c’è una vera opposizione.
Se è così, io la vedo piuttosto come una onesta, lodevole resa delle armi. Dopo tutto, convincerci che l’identità prevale sulla variazione, la tipologia sull’eccezione, sembrava essere lo scopo delle ossessive comparazioni dei Becher, rese ancora più stringenti dal loro modo di fotografare che si pretendeva asettico (stesso punto di vista, stessa inquadratura ecc.) ed è in realtà ideologico, ovviamente. Nelle griglie dei Becher, l’omologazione delle diversità prevaleva programmaticamente sul viceversa, come se i due autori volessero dimostrare che esiste una matrice, quasi uno stampo, per ogni manufatto umano, e che le differenze sono accidenti trascurabili. O forse no?
Forse dovremmo chiederci per prima cosa: cos’è, dunque, un tipo? In uno dei saggi del catalogo troviamo questa definizione: “Per tipo si intende un individuo caratterizzato da una certa quantità di caratteristiche, in parte ereditarie in parte acquisite, che gli consentono di essere classificato all'interno di un concetto più ampio”. Perfetto. Ma esiste davvero, il tipo? E che tipo di tipo esiste?
Questa mostra, Typologien, ci adesca in modo abile e intelligente, lusingando apparentemente il nostro pregiudizio sullo spirito metodico, classificatorio, sistematicamente ossessivo dei tedeschi. E una visita troppo superficiale alla mostra potrebbe confermare questo luogo comune, inconsistente e un po’ da barzelletta come tutti gli stereotipi etnici.
Ecco, infatti, le serie di tralci e pistilli vegetali di Karl Blossfeld, impegnatissimo nel convincerci che la natura ha già creato per via organica tutte le forme originarie dell’arte e degli stili che gli umani hanno poi copiato nelle loro decorazioni e architetture. Ecco Marianne Wax che vuol dimostrarci come gli atteggiamenti e le pose del corpo distinguano machi e femmine sia nella quotidianità che nell’arte. Ecco Sigmar Polke che tenta di provare come che qualsiasi asta con ciuffo richiami nella nostra mente il tipo della palma. Eccetera. Una specie di ode all’archetipo.
Non è un caso che la mania tassonomica esploda nel XX secolo, quello del trionfo della cultura dell’immagine meccanica. A lungo, la fotografia sembrò essere lo strumento ideale per cogliere e svelare l’a soggiacente unità di base di tutte le cose dell’universo, la loro riducibilità a liste, elenchi, schemi, insiemi e gruppi e sottogruppi.
Ora, è perfino scontato riconoscere che l’essere umano ha bisogno di classificazioni per vivere tranquillamente. Se ogni volta che vediamo una sedia dovessimo chiederci che roba è, a cosa serve e come funziona, una serata al ristorante si trasformerebbe in un inferno di esitazioni; mentre quando ne vediamo una, di sedie, nonostante possa avere un design per noi inedito, la riconosciamo all’istante dalle sue caratteristiche comuni a tutte le sedie e ci sediamo comodi. C’è insomma una sorta di platonismo automatico nel corredo delle nostre risorse evolutive. Riconosciamo l’idea iperurania di sedia nelle sue imperfette configurazioni del mondo fisico.
Ma questo significa davvero che viviamo in un mondo di copie conformi? Di ripetizioni, di identità? Direi proprio il contrario. E direi che questa mostra intelligente sottilmente demolisce la presunzione classificatoria universale.
Certo, la ripetizione gratifica e appaga. Come i gatti, siamo animali abitudinari, ogni conferma ci consola e ci protegge. Non amiamo le sorprese. Ma devo dire che, personalmente, quando guardo le griglie dei Becher, mettiamo, quelle sulle torri degli acquedotti, se la prima impressione è quella tranquillizzante dell’omogeneità, la seconda reazione è quella della sfida: ah, dici che queste cose si somigliano tutte? No, guarda bene, qui il cemento fa la curva, lì lo spigolo, qui c’è una cornice, lì no… Dopo tutto, se la ripetizione conforta e rassicura, il mondo senza variazioni sarebbe noioso come quel pianeta inventato da Stefano Benni, dove crescono solo due cose, il quazz e il trond, e sai che divertimento mangiare tutti i giorni trond in sugo di quazz o quazz in sugo di trond…
Certo, si può dire che in fondo è questo il vero scopo dei classificatori, mostrarci la variazione dell’identico. Ma quale dei due termini ha davvero la prevalenza? Sander ambiva a comporre il mosaico gigantesco dell’umanità del XX secolo (era un’umanità solo tedesca, e questo già è un punto debole), quindi per lui alla fine era l’insieme a prevalere sull’individuo. I nazisti bruciarono i libri di Sander (forse soprattutto perché avevano la prefazione dello scrittore comunista Alfred Döblin), ma senza capire che in fondo ne condividevano la tesi di fondo: che esista una appartenenza comune degli uomini a certe categorie (per loro, la razza ariana), e che questa sovrasti la singolarità delle persone. Sander poteva ben rispondere che i suoi “tipi” non corrispondevano affatto al modello della razza ariana, ed erano identificati per mestiere, ceto sociale, vocazione professionale, non per presunta genetica. Insomma, erano socialmente non razzialmente diversificati. E tuttavia la potenza della serialità è invincibile, e travolge le differenze.
Non so quanto lucidamente, anni dopo, Thomas Ruff demolisce Sander portandone il metodo all’eccesso: nei suoi ritratti di tedeschi comuni, ripresi come in fototessera, non sai più dire chi sia il ricco, chi il povero, chi l’intellettuale, chi il proletario.
E tuttavia, funziona anche una spinta in direzione contraria. Molti fotografi serialisti, tipologici, sembrano tradire la loro appassionata riseca del diverso più che del simile. Nelle stanze di un complesso residenziale di Berlino, tutte uguali per pianta ma tutte arredate diversamente, Sybille Bergeman si diverte a farci scoprire il carattere degli inquilini (assenti dall’immagine) nella disposizione, nella scelta del mobilio e nella partizione dello spazio. I passanti sul marciapiede di Düsseldorf sorpresi in movimento da Thomas Struth hanno ciascuno un’andatura particolare che lo affascina in modo evidente. Gli atteggiamenti delle persone in ascensore spiate da Heinrich Riebesehl sono una più buffa dell’altra e ciascuna è unica. E le famiglie borghesi messe in posa sempre da Struth non possono non dimostrare, con la loro scelta della disposizione del gruppo, il sociogramma particolare delle relazioni di ogni nucleo parentale.
Cosa voglio dire? Che il culto della tassonomia, che poi non è altro che una spinta alla ricerca dell’ordine nel disordine, è forse un bisogno umano, è una risposta della mente razionale all’entropia del cosmo, ma è una costruzione mentale, storica, culturale. Ed anche il più accanito dei classificatori non può nulla contro la potenza della differenza, contro l’evidenza della difformità che nega l’impossibile identità delle cose.
E a volte la realtà ti fa sbattere il muso contro l’irriducibile singolarità delle cose. Sfogliando il suo Atlas, geniale macedonia visuale entropica e caotica in cui Gerhard Richter fatto confluire l’immaginario del Novecento, non si può non sobbalzare quando, fra poster pubblicitari e immagini dei giornaletti porno, ci imbattiamo nelle fotografie della Shoah, immagini di uno sterminio la cui serialità classificatoria ci fa orrore.
No, dunque il faldone del classificatore non governa il mondo. È stata per me una sorpresa (a questo servono le belle mostre) apprendere che il più feroce critico delle classificazioni socio-antropologiche di Sander sia stato il suo coevo e collega Albert Renger-Patzsch, sì, proprio lui che fotografò con insistenza la bellezza seriale dei prodotti industriali. Secondo Renger-Patzsch, Sander “è rimasto succube di un'idea fissa; la sua convinzione che un tipo può essere catturato con la fotografia è erronea e si è dimostrata fallimentare". Una critica che è in fondo un’autocritica, apprezzabile da parte di un fotografo. Ma alla fine, io credo che ogni fotografo lo abbia sempre saputo, che ogni volta che fa scattare l’otturatore quel che la luce stampa sul supporto sensibile è una individualità assoluta, nel tempo e nello spazio. Che la fotografia non sa produrre generalizzazioni, né sostantivi che finiscono in -à. Potrai fotografare un povero ma non la povertà, un uomo caso ma non la castità…
E io credo che la gioia segreta dell’entomologo sia proprio questa: sapere che ogni farfalla spillata nelle sue bacheche ha vissuto una vita unica e irripetibile nell’universo.