Cento anni fa Adolf Hitler pubblicava la sua autobiografia Mein Kampf: un rabbioso manifesto politico del movimento nazionalsocialista che aveva fondato, un catalogo di barbariche teorie antisemite e social darwiniste che vendette milioni di copie.
Lo storico austriaco Othmar Plöckinger è uno dei maggiori esperti del Mein Kampf e contribuì a curare nel 2015 la prima edizione tedesca, pubblicata dopo decenni di divieto. In questa conversazione con Repubblica spiega le ragioni del successo di quel libro e svela le analogie con idee e parole d’ordine che sopravvivono nelle destre di oggi. Comprese quelle italiane.
Professore, all’inizio il “Mein Kampf” non ebbe un grande successo, ma a partire dagli anni Trenta vendette milioni di copie. Perché?
«In realtà la prima edizione andò esaurita in breve tempo: …
Cento anni fa Adolf Hitler pubblicava la sua autobiografia Mein Kampf: un rabbioso manifesto politico del movimento nazionalsocialista che aveva fondato, un catalogo di barbariche teorie antisemite e social darwiniste che vendette milioni di copie.
Lo storico austriaco Othmar Plöckinger è uno dei maggiori esperti del Mein Kampf e contribuì a curare nel 2015 la prima edizione tedesca, pubblicata dopo decenni di divieto. In questa conversazione con Repubblica spiega le ragioni del successo di quel libro e svela le analogie con idee e parole d’ordine che sopravvivono nelle destre di oggi. Comprese quelle italiane.
Professore, all’inizio il “Mein Kampf” non ebbe un grande successo, ma a partire dagli anni Trenta vendette milioni di copie. Perché?
«In realtà la prima edizione andò esaurita in breve tempo: molti si aspettavano che nel libro venissero rivelati i dettagli sul fallito Putsch di Monaco del 1923. Hitler vendette circa diecimila copie in pochi mesi: un successo. Però è vero che poi l’interesse calò notevolmente, per salire di nuovo a partire dal 1929-30».
Il successo degli anni Trenta fu una conseguenza della Grande crisi e delle umiliazioni del trattato di Versailles?
«Probabilmente si tratta di un insieme di cause. Da un lato, il partito nazista diventa sempre più forte all’interno dei Völkischen (i movimenti nazionalisti e antisemiti nati alla fine dell’800, ndr). Hitler si impone; diventa, per così dire, l’unico rappresentante dei nazionalisti e di quel tipo di letteratura. La leadership passa chiaramente ai nazisti e gli altri autori völkisch perdono visibilmente importanza. Anche Alfred Rosenberg ne approfitta pubblicando il suo Mito del XX secolo intorno al 1930. Alla supremazia di Mein Kampf contribuiscono naturalmente anche i successi del partito nazista a livello comunale e nelle elezioni a livello nazionale».
Intende le elezioni del 1930, quando i nazisti ottennero per la prima volta un risultato scioccante e passarono da cifre irrisorie al 15 per cento?
«Fu allora che Mein Kampf divenne uno strumento di orientamento ideologico e di propaganda».
Un rabbioso manifesto antisemita e di brutale social darwinismo.
«Nel 1925 Hitler è spinto dalla necessità di fare i conti con quelli che considera i suoi nemici politici. Il primo volume porta anche il sottotitolo Abrechnung (Regolamento di conti ndr). In questo senso è una sorta di manifesto, ma va ben oltre. Hitler cerca di posizionarsi come ideologo all’interno del partito e della scena nazionalista, ma è in ritardo. Tutti gli altri concorrenti ideologici avevano già pubblicato i loro libri. In questo senso, lo strano mix di autobiografia, manifesto politico e testo ideologico di base del Mein Kampf era qualcosa di necessario per lui per recuperare terreno. Uno degli obiettivi principali dell’opera per Hitler è proprio quello di permettergli di presentarsi come il creatore del nazionalsocialismo, senza modelli o precursori».
“Mein Kampf” uscì nel 1925 e Winston Churchill definì il libro “gravido di un messaggio”. Perché Hitler fu sottovalutato per così tanto tempo?
«Il libro era stato letto? Nelle cerchie elitarie della leadership politica europea era noto, ma domanda fondamentale è: quanto fu preso sul serio? Bisognava prendere Hitler alla lettera? O considerarlo il testo di un rivoluzionario furioso che aveva 35, 36 anni quando lo scrisse? Quando divenne Cancelliere bisognava ancora prenderlo sul serio, se anni prima aveva scritto che voleva conquistare l’Europa orientale, o si trattava solo della fantasia sfrenata di un giovane testa calda? Moltissimi Stati e politici si trovarono di fronte a questo dilemma. Mein Kampf fu parte del dibattito politico interno in Inghilterra, in Francia. Cosa nascondeva Hitler? Non era facile rispondere a questa domanda».
Oggi tanti partiti di destra, anche in Italia, usano concetti come identità, pluralismo etnico, remigrazione, sostituzione etnica. Non è la vecchia teoria della razza mescolata ad antichi complottismi antisemiti?
«Sì. La ridenominazione di vecchie idee non è una novità. Il linguaggio dello “spirito ebraico” o dell’“anima” di un popolo è qualcosa che risale a molto tempo fa e che in parte è stato ripreso. Ci si è liberati del fardello storico del termine “razza” perché c’è consapevolezza che si tratta di un concetto che storicamente ma anche biologicamente, non ha più alcun fondamento e crea solo guai. Tuttavia le idee di base sono ancora quelle. Che esista qualcosa come un’identità biologica e culturale che ogni essere umano riceve alla nascita, che non è modificabile e che quindi, per deduzione, non può essere assunta da nessuno si basa su un pensiero biologico culturale che si ritrova nel concetto di ‘identità’. È un carattere costante e una caratteristica di un popolo che viene trasmessa a tutti coloro che nascono al suo interno e che quindi non può essere conferita o riconosciuta attraverso la cittadinanza. Ci sarà sempre un gruppo che ha questa identità e altri gruppi che non l’avranno mai, indipendentemente da quanto tempo vivono in un Paese. Si tratta quindi di un concetto che discrimina. E si presenta oggi sotto una nuova veste».
Lei è uno storico. Quanto è pericoloso quando un partito come l’AfD dice che urge una “svolta politica e culturale di 180 gradi” chiaramente riferendosi alla memoria del nazismo?
«Non è una novità: si cerca di spostare i limiti di ciò che si può dire. Fino a dove posso spingermi? Fino a che punto posso esprimermi? Dove nasce la resistenza? E naturalmente si tratta sempre di strategie che, passo dopo passo, aprono un po’ più di spazio a determinati modi di pensare e di parlare. È una strategia mirata ed è pericolosa. Però è molto difficile impedirla in una società liberale. Inoltre c’è il fatto di usare processi e accuse per farsi pubblicità. Anche questo è stato dimostrato dai nazisti. “Chi non è costantemente sotto processo e non viene portato in tribunale dagli ebrei sta sbagliando qualcosa” si diceva a quei tempi. Ciò significa che il processo è parte della messinscena politica e della rappresentazione vittimista. Anche questo è stato vissuto, praticato e utilizzato in modo mirato dai nazisti. Oggi, in piena continuità, lo fa la destra».