Fine anni ’80: nelle vetrine dei negozi di mobili più chic di Milano i libri esposti, che tradizionalmente si riconoscevano per le bianche coste dei Supercoralli e dei Millenni Einaudi, furono sostituiti da quelle pastello di Adelphi. Passaggio d’epoca e incrinatura dell’egemonia culturale della sinistra; si vede che l’istinto degli architetti d’interni precedeva la presa di coscienza intellettuale. Quel che però restava certo, essendo vero sin da prima, era l’indicazione del libro come oggetto d’arredamento.
“Opera chiusa” avrebbe magari sentenziato Umberto Eco, che del collezionismo librario proprio e improprio era goloso ed erudito osservatore. Non era infatti necessario aprirli, quei libri: anzi, poteva essere impossibile, se invece che libri reali si trattava, come pure capitava, di maquette. Lo e…
Fine anni ’80: nelle vetrine dei negozi di mobili più chic di Milano i libri esposti, che tradizionalmente si riconoscevano per le bianche coste dei Supercoralli e dei Millenni Einaudi, furono sostituiti da quelle pastello di Adelphi. Passaggio d’epoca e incrinatura dell’egemonia culturale della sinistra; si vede che l’istinto degli architetti d’interni precedeva la presa di coscienza intellettuale. Quel che però restava certo, essendo vero sin da prima, era l’indicazione del libro come oggetto d’arredamento.
“Opera chiusa” avrebbe magari sentenziato Umberto Eco, che del collezionismo librario proprio e improprio era goloso ed erudito osservatore. Non era infatti necessario aprirli, quei libri: anzi, poteva essere impossibile, se invece che libri reali si trattava, come pure capitava, di maquette. Lo erano nella scenografia della Babele di Corrado Augias, quasi tutti Newton Compton, come mille anni fa vi si osservò con Paolo Mauri. Occorre però resistere, o almeno provare a farlo, alle più liturgiche malinconie fatalmente indotte dal tema dei libri venduti a metro.
Se Pietro Nenni compiangeva le piazze piene dei comizi e le urne vuote delle elezioni, oggi si singhiozza per le piazze piene dei festival e le biblioteche domestiche piene ma non dei libri odierni scritti da noi viventi miserandi, bensì di edizioni invecchiate bene e probabilmente affluenti a metro da case di bibliofili defunti, svuotate a chilometro e in fretta da figlioli e nipoti, per lucrare cogli affitti brevi. E dove saranno finiti quegli interi scaffali di grandi opere (Ricciardi, Utet, Treccani) che riempivano pareti di studi legali e notarili? In quelle sedi austere ma non proprio sempre sprizzanti voluttà erudite, chi li avrà mai non si dice letti ma almeno sfogliati? I libri acquistati a metro sono insomma la modalità contemporanea del fenomeno già antico, che considera prestigioso il possesso di opere editoriali e la loro esibizione discreta, lungo i perimetri degli ambienti in cui si riceve, contro i pareri dei casigliani meno sensibili che ne sottolineano lo sgradito apporto polverulento.
Ma, come il proverbiale fucile di Gogol’, un libro messo lì alla parete prima o poi servirà al suo scopo. Quindi, anche se comprati a metro, la presenza dei libri incombe, osserva, suggerisce. Bisogna averne letti molto pochi per pensare davvero che siano utili soltanto quando letti. La loro presenza mentre arreda la stanza nutre l’astanza.