Marie Curie e la radioattività dell’amore
di Chiara ValerioMarie Curie in laboratorio nel 1911, l’anno in cui l’Accademia svedese le assegnò il secondo Nobel
Nel 1911, quando Marie Curie, nata Sk?odowska, riceve il suo secondo premio Nobel per la Chimica (il primo, per la Fisica, è del 1903 e le viene assegnato per gli studi sulla radioattività, insieme al marito Pierre Curie e ad Antoine Henri Becquerel) le donne sono state premiate solo quattro volte dall’Accademia Svedese. Oltre a lei, lo hanno vinto Selma Lagerlöf (per la Letteratura) e Bertha von Suttner (per la Pace). Così nel 1911 Marie Curie non ha solo vinto la metà dei premi Nobel assegnati alle donne ma è stata anche la prima a vincerlo e, per di più, in due discipline. Tra i suoi primati c’è anche il fatto di essere stata la prima a insegnare alla Sorbona – il marito Pierre era morto sul colpo, investito da una carrozza, nel 1906 e lei aveva preso il suo posto. È anche la prima ad aver dimostrato che nonostante tu sia uno dei più grandi cervelli al mondo, per screditarti si ricorrerà a faccende di letto. Una donna fa sempre scandalo.
In questo caso lo scandalo consisteva nella …
Nel 1911, quando Marie Curie, nata Sk?odowska, riceve il suo secondo premio Nobel per la Chimica (il primo, per la Fisica, è del 1903 e le viene assegnato per gli studi sulla radioattività, insieme al marito Pierre Curie e ad Antoine Henri Becquerel) le donne sono state premiate solo quattro volte dall’Accademia Svedese. Oltre a lei, lo hanno vinto Selma Lagerlöf (per la Letteratura) e Bertha von Suttner (per la Pace). Così nel 1911 Marie Curie non ha solo vinto la metà dei premi Nobel assegnati alle donne ma è stata anche la prima a vincerlo e, per di più, in due discipline. Tra i suoi primati c’è anche il fatto di essere stata la prima a insegnare alla Sorbona – il marito Pierre era morto sul colpo, investito da una carrozza, nel 1906 e lei aveva preso il suo posto. È anche la prima ad aver dimostrato che nonostante tu sia uno dei più grandi cervelli al mondo, per screditarti si ricorrerà a faccende di letto. Una donna fa sempre scandalo.
In questo caso lo scandalo consisteva nella relazione che Marie Curie, vedova, aveva intrapreso con Paul Langevin, sposato con quattro figli. Per questo, secondo le malelingue, il matrimonio di Langevin era andato a gambe all’aria. Marie Curie e Paul Langevin erano colleghi all’università ed erano entrambi stati invitati al primo congresso organizzato da Solvay, industriale belga, a Bruxelles. Il tema erano i quanti. Gli invitati erano scienziati che avevano già preso il Nobel – come Maria Curie – e scienziati che l’avrebbero preso – come Albert Einstein.
In un romanzo che ho letto molti anni fa e ho molto amato, Il libro di Blanche e Marie (Iperborea), l’autore Per Olov Enquist descrive così Paul Langevin: «Aveva messo a confronto gli esperimenti di Thomson e di Curie e aveva dato loro una spiegazione, apparteneva al genere di persone che sanno vedere i collegamenti ma mai scoprire da sé la radice dell’inspiegabile; per questo Marie si disperava sempre per lui.
Aveva messo in relazione mondi separati ma veniva sottovalutato perché non arrivava mai a creare qualcosa di unico. Paul non otterrà mai il rispetto che merita, confidava Marie in lacrime ai suoi amici, eppure è uno che trova i collegamenti. Quanto a lui, si accontentava senza lacrime del suo destino». Nel romanzo, Enquist fa risalire l’innamoramento dei due scienziati al 1902 e l’incontro, una cena a casa di Langevin e signora, è battezzato e ricordato da tutti perché Pierre Curie e Marie Curie arrivano con una fialetta di sostanze radioattive in tasca che emette bagliori colorati.
Marie con Pierre Curie nel laboratorio parigino di rue Lhomond dove scoprirono il radio e il polonio
La stampa francese intraprende una battaglia così violenta e diffusa contro Marie Curie, “la rovinamatrimoni” che l’Accademia svedese è sul punto di ritirarle il secondo Nobel, nonostante abbia compiuto un’impresa improba per durata e rischi – ma i rischi delle sostanze radioattive non si conoscono ancora bene – e cioè isolare il radio e il polonio. Il polonio si chiama così proprio in omaggio al paese natale di Marie Sk?odowska Curie, la Polonia. Il Nobel alla fine glielo danno ma caldeggiano che non vada a ritirarlo. Lei va.
Lo screditamento a mezzo stampa riguarda i costumi morali della signora Curie ed è talmente violento che Albert Einstein, il 23 novembre 1911, le scrive una lettera. «Stimatissima signora, non rida di me se le scrivo senza avere nulla di ragionevole da dire. Ma sono talmente in collera per le maniere indecenti con cui il pubblico si sta ultimamente interessando a Lei, da sentire di dovere assolutamente dare sfogo a questo mio sentimento. Sono convinto che Lei coerentemente disprezzi questa gentaglia, sia che elargisca ossequiosamente stima nei suoi confronti sia che tenti di soddisfare il proprio appetito per il sensazionalismo! Mi spingo a dirle quanto io sia arrivato ad ammirare il suo ingegno, la sua energia e la sua onestà, e che mi sento fortunato ad aver avuto la possibilità di conoscerla di persona a Bruxelles. Chiunque non appartenga a questa schiera di rettili è certamente felice, ora e anche prima, del fatto che abbiamo tra noi persone come Lei, e anche come Langevin, persone reali rispetto alle quali si prova il privilegio di essere in contatto. Se la gentaglia dovesse continuare a occuparsi di lei, non legga quelle fesserie ma piuttosto le lasci ai rettili per cui sono state prodotte. Con i miei più amichevoli ossequi a lei, Langevin e Perrin, cordialmente, Albert Einstein».
Marie Curie e Paul Langevin a Parigi davanti a un gruppo di giovani donne nei primi anni Dieci del Novecento
Marie Curie muore nel 1934, il suo corpo cede dopo anni di esposizione alle radiazioni. Pensava che le radiazioni curassero e non nuocessero. Ovviamente, la differenza tra cura e avvelenamento si chiama proporzione. Mia sorella Silvia, che ha studiato chimica all’Università di Napoli, mi ha raccontato che i suoi professori, in laboratorio, assaggiavano le sostanze per distinguerle una dall’altra. Spesso li vedeva immergere il dito in un vasetto o un bidone e portarselo alla bocca o al naso. E non era l’Ottocento, e nemmeno gli anni Venti del Novecento, era la fine degli anni Novanta. Mi pare che da questi due scritti di Einstein, il necrologio per Emmy Noether (protagonista della prima puntata di questa serie su Repubblica) e questa lettera, si possano dedurre almeno due cose.
La prima è che Einstein non pensava ci fosse una differenza di capacità matematico scientifiche tra maschi e femmine. Definisce Emmy Noether «il genio matematico più importante da quando le donne hanno avuto accesso all’istruzione superiore» come a ribadire che c’è un cervello dentro di noi e un cervello fuori di noi, il cervello degli altri, contemporanei o no, gli studi, insomma, le discussioni.
La seconda è che studiare in modo attivo, cioè cercare, significa appartenere a una comunità in grado di esercitare non solo la critica ma il sostegno. Non sappiamo se Einstein abbia letto le opere di Helena Blavatsky, fondatrice della teosofia, che supponeva, alla fine dell’Ottocento, l’esistenza della stirpe degli uomini drago che anticipano tutti i rettiliani della fantascienza. O se invece Einstein, oltre ad aver studiato l’effetto fotoelettrico e fondato la teoria della relatività, avesse immaginato anche gli uomini serpente. Lasciamo ad altri questo struggente interrogativo.
LA SERIE – Variabili indipendenti /2
Con questa serie Chiara Valerio ci accompagna alla scoperta di grandi figure femminili pioniere nella scienza e nelle arti. Ma soprattutto di donne che, con le loro vite libere e il loro pensiero anticonformista, hanno dato un contributo fondamentale alla liberazione femminile. Per questo il titolo Variabili indipendenti