«Lo spirito carismatico di Ottone, quel suo lampo d’intensità sorridente, mi ha sempre affascinato. Ho sempre voluto comprendere cosa c’era dietro… cosa innescava in un uomo di quell’età un atteggiamento così formidabile e positivo verso la vita. Era una magia che mi ha cambiato». Un intreccio di destini porta Carlo Pizzati a ripercorrere l’incredibile storia del prozio Ottone Menato e in un gioco di specchi a riflettere sugli italiani e sull’India, mettendo a confronto il passato e il presente. Pizzati, che i lettori di Repubblica conoscono bene per i suoi articoli dall’India, in Il fuggitivo (Neri Pozza) descrive le vicissitudini del suo familiare durante la Seconda guerra mondiale: ufficiale degli alpini, arruolato in Libia e assegnato alla guida di un reparto di truppe coloniali, assieme all’armata che Mussolini nell’autunno 1940 aveva lanciato verso l’Egitto viene inghiottito dalla controffensiva britannica che ha subito messo a nudo quanto fossero drammaticamente vuoti i proclam…
«Lo spirito carismatico di Ottone, quel suo lampo d’intensità sorridente, mi ha sempre affascinato. Ho sempre voluto comprendere cosa c’era dietro… cosa innescava in un uomo di quell’età un atteggiamento così formidabile e positivo verso la vita. Era una magia che mi ha cambiato». Un intreccio di destini porta Carlo Pizzati a ripercorrere l’incredibile storia del prozio Ottone Menato e in un gioco di specchi a riflettere sugli italiani e sull’India, mettendo a confronto il passato e il presente. Pizzati, che i lettori di Repubblica conoscono bene per i suoi articoli dall’India, in Il fuggitivo (Neri Pozza) descrive le vicissitudini del suo familiare durante la Seconda guerra mondiale: ufficiale degli alpini, arruolato in Libia e assegnato alla guida di un reparto di truppe coloniali, assieme all’armata che Mussolini nell’autunno 1940 aveva lanciato verso l’Egitto viene inghiottito dalla controffensiva britannica che ha subito messo a nudo quanto fossero drammaticamente vuoti i proclami bellici del fascismo. Ferito nella battaglia di Sidi Barrani, come altri 115 mila militari il tenente Menato si è ritrovato in un campo di concentramento: «Non abbiamo ancora avuto il tempo di contare i prigionieri – fu il rapporto mandato a Londra dal comandante inglese –. Possiamo dirvi che abbiamo circa cinque ettari pieni di ufficiali italiani e duecento ettari di altro rango». A differenza di tanti altri, Ottone però non si è mai arreso e ha cercato in tutti i modi la fuga. Lo ha fatto da solo in Egitto, avventurandosi nel deserto e unendosi ai beduini come un emulo di Lawrence d’Arabia, riuscendo in maniera rocambolesca ad arrivare fino in Yemen prima di venire catturato. È scappato altre due volte in India, affrontando giungle e deserti, montagne e pantere. Esperienze che ha raccontato usando un alter ego in un libro intitolato Latin Lovers: l’epiteto con cui venivano denigrati i prigionieri italiani.
Sono le pagine che hanno segnato Pizzati: «La prima impressione del continente indiano dove sarei poi andato a vivere e dove abito tuttora, in una casa in riva al mare nel Tamil Nadu, si è formata in me tramite la ricostruzione che mio prozio, che ho sempre chiamato “lo zio Ottone”, ne fece in quel romanzo». La scelta del titolo fa comprendere il carattere del protagonista: «Un uomo intenso, motivato da entusiasmo, energia, vitalità, pur rimanendo, come ammette lo stesso Ottone, un uomo semplice. Semplice nel senso positivo e ricco del termine. Ovvero, profondo intellettualmente, ma non complicato da arrovellamenti dubitosi che non portano da nessuna parte: chiaro nelle intenzioni, onesto nell’azione, nell’indagine, conservando un senso di autoironia che lo riporta con i piedi per terra». Semplice e profondo: «Indagava nel senso, nel significato di cos’è la spiritualità, su quale ruolo abbia in essa la religione e che parentela abbia con l’idea di fratellanza. Si interrogava sull’importanza dell’onore, nel senso meno retorico del termine, sopra la politica, più in alto, là, tra poesia e arte».
Ed ecco Pizzati mettersi in viaggio nei luoghi della prigionia e delle fughe del prozio, in un continuo confronto tra l’India di allora e quella del presente: «Ascolto il suono dei miei passi ripercorrere il tragitto di Ottone, lungo quella che assomiglia ancora alla vecchia Bombay, simile a quella di allora nella grafica delle insegne dei negozi, i corvi appollaiati sugli alberi di neem, passeggiando all’ombra dei baniani con le lunghe radici che scendono dall’alto come liane, mentre i portieri dei palazzi seduti in capannelli se la raccontano, interrotti da un messaggio sul telefonino».
Durante la guerra nella colonia britannica ci sono ventinove campi pieni di italiani, costretti alla fame e a una lotta disperata per sopravvivere. Ottone nei quasi sei anni di prigionia diventa un’altra persona: «Ormai aveva capito che ribellarsi alla fatalità era perfettamente inutile. La filosofia induista e buddista che Ottone studiava in biblioteca aveva iniziato ad attecchire. Lo aiutava, assieme alla pratica dello yoga, ad accettare ciò che gli stava accadendo. Almeno ci provava. “Il tempo non si curava di lui, e lui doveva fare lo stesso: non curarsi del tempo”».
Il fuggitivo è un bel libro, che scorre piacevole in tutte le 320 pagine: un viaggio nel tempo che è allo stesso tempo un reportage e una straordinaria meditazione su come si sono trasformati gli italiani negli ultimi ottant’anni.
IL LIBRO
Il fuggitivo di Carlo Pizzati, Neri Pozza, pagg. 320, euro 21
GLI INCONTRI
L’autore lo presenterà il 2 agosto a Montenero di Val Cocchiara (Isernia), nella rassegna Frenkiel & Ponti, e il 10 settembre a Vicenza, Palazzo Cordellina