La storia dei giornali è anche la storia delle nazioni, poiché il “quarto potere” (molto più in passato che nel panorama informativo frammentato di oggi) finisce sempre per essere uno specchio della società in cui si sviluppa. Splendide opere artigianali, prodotti effimeri che pure si sedimentano nella memoria, il quotidiano e la rivista da almeno due secoli giocano la partita di raccontarci chi siamo, ma anche chi aspiriamo a essere, come singoli e come corpo sociale. La premessa è utile per ribadire che saper raccontare come nasce e cresce un giornale non implica solo ricostruire la storia di un prodotto culturale con il suo ciclo di vita, ma essere capaci di inserirlo nel suo contesto storico.
È ciò che realizza, con scrittura limpida ed efficace, Marco Ferrante nel saggio Cultura e imprese, un caso italiano. Breve storia di “Civiltà delle macchine” (Quodlibet). Una storia che Ferrante, giornalista e scrittore, conosce assai bene avendo diretto lui stesso l’ultima incarnazione de…
La storia dei giornali è anche la storia delle nazioni, poiché il “quarto potere” (molto più in passato che nel panorama informativo frammentato di oggi) finisce sempre per essere uno specchio della società in cui si sviluppa. Splendide opere artigianali, prodotti effimeri che pure si sedimentano nella memoria, il quotidiano e la rivista da almeno due secoli giocano la partita di raccontarci chi siamo, ma anche chi aspiriamo a essere, come singoli e come corpo sociale. La premessa è utile per ribadire che saper raccontare come nasce e cresce un giornale non implica solo ricostruire la storia di un prodotto culturale con il suo ciclo di vita, ma essere capaci di inserirlo nel suo contesto storico.
È ciò che realizza, con scrittura limpida ed efficace, Marco Ferrante nel saggio Cultura e imprese, un caso italiano. Breve storia di “Civiltà delle macchine” (Quodlibet). Una storia che Ferrante, giornalista e scrittore, conosce assai bene avendo diretto lui stesso l’ultima incarnazione della rivista Civiltà delle macchine dalla primavera del 2021 all’inizio del 2025. Ferrante, che a lungo ha analizzato il rapporto tra sistema economico finanziario e politica in Italia, nonché l’evoluzione nel corso del XX secolo delle nostre classi dirigenti, ma che allo stesso tempo è anche autore di biografie (tra le quali Marchionne. L’uomo che comprò la Chrysler e Casa Agnelli) e romanzi (l’ultimo, Ritorno in Puglia, è uscito lo scorso anno per Bompiani), sa inserire la genesi della mitica rivista dell’Iri, e poi il suo sviluppo, nella storia più vasta dell’Italia postbellica e dei suoi protagonisti.
L’avventura di Civiltà delle macchine nasce nel 1953 per accompagnare la rinascita delle grandi aziende a partecipazione statale — e non solo — dopo la distruzione del secondo conflitto mondiale. Il periodico diventa subito, tuttavia, qualcosa di molto di più, e di molto diverso, da un house organ. In un panorama a quel tempo effervescente di riviste d’impresa, come la mitica Comunità di Adriano Olivetti, e di riviste settoriali fucine di talenti (ne sono un esempio Domus di Gio Ponti e Casabella di Ernesto Nathan Rogers), Civiltà delle macchine si ritaglia fin da subito un posto speciale, grazie all’impostazione che sanno darle due personalità vulcaniche: l’ingegnere-poeta Leonardo Sinisgalli, che ne sarà il primo direttore, e Giuseppe Eugenio Luraghi, direttore generale di Finmeccanica, altra formidabile figura, di uomo d’azienda e umanista, sotto impulso del quale prende vita il progetto. Ossia, un bimestrale che faccia convergere intorno al tema della macchina (che è sia la “macchina” in senso contemporaneo, il multiforme prodotto della civiltà industriale, che quella in senso rinascimentale, leonardesco) le riflessioni dei migliori intelletti del momento sullo sviluppo della società italiana. L’intento è di tenere insieme lo sguardo dell’artista e quello del tecnico o, con le belle parole di Sinisgalli, «facilitare l’osmosi tra l’arte e la tecnica, la poesia e la scienza… allargare l’area delle suggestioni, delle meraviglie, dei miti del secolo».
Al periodico collaborano grandi nomi (Ungaretti firma sul primo numero, e così Giulio Carlo Argan). Partecipano non solo scrittori, ma anche artisti, chiamati a costruire un’identità visiva unica: resta esemplare il numero dell’ultimo bimestre del 1956, con un particolare di una Combustione di Alberto Burri in copertina. Verranno altre stagioni per Civiltà delle macchine: a Sinisgalli succederà Francesco d’Arcais fino al 1979, poi vi sarà la stagione di Nuova Civiltà delle macchine, il ritorno a Civiltà delle macchine sotto il patrocinio di Fondazione Leonardo e, dal marzo scorso, la nuova metamorfosi in Civiltà dei dati. Ma la stagione di Sinisgalli e Luraghi, raccontati dall’autore nel loro incontro-scontro, nelle loro idiosincrasie di uomo del sud (Sinisgalli) e di uomo del nord (Luraghi), nelle loro amicizie intellettuali e nelle loro intuizioni, resterà irripetibile.
Il libro
Cultura e imprese, un caso italiano di Marco Ferrante (Quodlibet, pagg. 160, euro 15)