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Il falsario che sembrava Vermeer

Han van Meegeren, Amsterdam, 1945

 

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Han van Meegeren fece fortuna spacciando quadri suoi per opere del grande fiammingo. Finché ne vendette uno a Göring e le cose precipitarono. Ora avrà un suo museo
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Nel 1937 usciva su The Burlington Magazine, la più prestigiosa rivista di storia dell’arte (allora come oggi) del mondo, un articolo dell’eminente studioso olandese Abraham Bredius, specialista conclamato e discusso soprattutto di Rembrandt. Pubblicava un’inedita Cena in Emmaus di una collezione privata che a suo avviso era opera di Johannes Vermeer. Dunque una novità importantissima relativa a un’opera del sommo pittore, all’epoca appena riscoperto dopo secoli di oblio. Bredius era venuto a conoscenza del dipinto da un suo amico, l’avvocato C.S. Boon, che glielo aveva portato in visione a Monaco per avere l’avallo dell’attribuzione. Ma la Cena in Emmaus non veniva dal Diciassettesimo secolo, bensì da una lussuosa dimora-studio a Roquebrune-Cap-Martin, un meraviglioso villaggio nel sud della Francia. Qui, dal 1932, il noto pittore Han van Meegeren lavorava approfondendo lo studio delle tecniche antiche e dei sistemi più appropriati di falsificazione.

Van Meegeren aveva letto il recen…

Nel 1937 usciva su The Burlington Magazine, la più prestigiosa rivista di storia dell’arte (allora come oggi) del mondo, un articolo dell’eminente studioso olandese Abraham Bredius, specialista conclamato e discusso soprattutto di Rembrandt. Pubblicava un’inedita Cena in Emmaus di una collezione privata che a suo avviso era opera di Johannes Vermeer. Dunque una novità importantissima relativa a un’opera del sommo pittore, all’epoca appena riscoperto dopo secoli di oblio. Bredius era venuto a conoscenza del dipinto da un suo amico, l’avvocato C.S. Boon, che glielo aveva portato in visione a Monaco per avere l’avallo dell’attribuzione. Ma la Cena in Emmaus non veniva dal Diciassettesimo secolo, bensì da una lussuosa dimora-studio a Roquebrune-Cap-Martin, un meraviglioso villaggio nel sud della Francia. Qui, dal 1932, il noto pittore Han van Meegeren lavorava approfondendo lo studio delle tecniche antiche e dei sistemi più appropriati di falsificazione.

Van Meegeren aveva letto il recente (1929) e famoso trattato del chimico Angenitus Martin de Wild, The scientific examination of the pictures, dove le tecniche della pittura olandese e fiamminga del Seicento erano sviscerate a fondo, e aveva acquisito notevole competenza nella ricerca sui materiali, sui metodi di invecchiamento artificiale e sull’uso di tele seicentesche autentiche su cui applicare una pittura moderna ma realizzata con procedure tali da rendere attendibile una datazione antica. La Cena in Emmaus era uno dei primi brillanti risultati di tali ricerche. L’aveva dipinta lui, van Meegeren, e Bredius sembrerebbe esserci cascato in pieno.

Ma le cose probabilmente non andarono così. Forse l’ingenuità e l’incompetenza non c’entrarono nulla. Bredius era all’epoca il responsabile della Rembrandt Society e, in tale autorevole veste, fece acquistare la Cena in Emmaus al prezzo di quasi cinque milioni di euro attuali, facendola collocare in donazione presso il prestigioso Museo Boijmans van Beuningen di Rotterdam.

Van Meegeren continuò la produzione di falsi Vermeer e comunque non ne fece molti. Se ne calcolano oggi sei o sette. E sarebbe andato tutto per il meglio se non avesse avuto, dopo alcuni anni, la malaugurata idea di venderne alcuni a esponenti di spicco del partito nazista. Soprattutto a Hermann Göring vendette a caro prezzo un Cristo e l’adultera. Finita la guerra e ritrovato il presunto capolavoro in una proprietà di Göring, van Meegeren fu denunciato non come falsario ma come venditore al gerarca nazista di questa e altre opere che facevano parte a tutti gli effetti del patrimonio artistico della nazione olandese perché eseguiti da Vermeer in patria e sempre lì conservati. E non c’è dubbio che ogni opera di Vermeer sia parte fondativa di tale patrimonio. Colpa, dunque, gravissima implicante durissima pena.

Così van Meegeren, per salvarsi, affermò di aver dipinto lui il Cristo e l’adultera, ammettendo altresì di essere falsario specializzato di Vermeer e anche di altri eminenti maestri olandesi del Seicento. I giudici, per convincersi, chiesero che dipingesse davanti a loro un altro “Vermeer” e così fu. Condannato poi a un solo anno di reclusione, e uscito nel 1947, morì subito dopo, a 58 anni, stroncato dallo stress e da una serie di problemi di salute concomitanti.

Adesso, a distanza di una ventina d’anni dalla pubblicazione del classico libro dell’americano Edward Dolnick, The Forgers’ Spell. A True History of Vermeer, Nazis, and the greatest Art Hoax of the Twentieth Century, si riaccende intorno a van Meegeren una grande, rinnovata attenzione perché tra un anno aprirà nella sua città di nascita, Deventer in Olanda, un museo destinato esclusivamente alle sue opere che furono numerosissime e per la stragrande maggioranza originali, non copiate da nessuno e improntate a quel tipo di pittura tendente alla raffigurazione dell’idillio che, mutatis mutandis, fu quella prediletta da Hitler. Ma è chiaro che il fulcro di tale museo sarà costituito dai celeberrimi falsi.

Van Meegeren ebbe periodi di grande successo, ma le enormi ricchezze da lui accumulate (si calcola che abbia guadagnato qualcosa come 30 milioni di euro attuali) è probabile che derivino soprattutto dalla sua attività di falsario, e si tende per lo più a dire che questo dipese da una sorta di rivalsa verso i suoi numerosi e agguerriti detrattori che lo bollarono ripetutamente come pittore capace ma artista nullo. Van Meegeren, dunque, volle dimostrare la vacuità e le deviazioni dell’arte contemporanea, sostenuta invece a spada tratta da chi lo contestava e da lui considerata, nei suoi numerosi scritti in proposito, come corrotta e perversa. Poco prima dell’avvento al potere del nazismo, accusava il mondo artistico contemporaneo, ai suoi occhi dominante, di essere in mano, con la regia occulta dei mercanti ebrei, alle lobby omosessuali e ai neri negatori, a suo dire, dell’idea stessa del bello e della tradizione occidentale.

È possibile che Göring, Himmler e altri suoi estimatori vedessero nei falsi Vermeer proprio la realizzazione, in questa chiave, dei loro desideri etico-estetici. I finti Vermeer sono, infatti, decifrabili come una lugubre e mortificante immagine di tanti deliranti luoghi comuni inerenti l’aggressione contro l’ebraismo culminata proprio con i nazisti. Tutti i personaggi inventati del finto Vermeer, che non assomigliano neanche lontanamente a quelli formulati dal sommo pittore olandese, sembrano, rivisti oggi, ispirati a questa funesta e radicalmente “falsa” visione del mondo ebraico. Tanto più paradossale se si pensa che Vermeer fu, tra l’altro, pittore del sorriso, della quiete domestica, della cordialità e dell’introspezione.

Ma la sottigliezza del pensiero di van Meegeren fu nell’invenzione della tradizione, per dirla con Hobsbawm. Una produzione di soggetti sacri, sia pur a destinazione privata, di Vermeer infatti non esiste e forse non è mai esistita, sebbene oggi si tenda ad attribuire al suo primissimo periodo alcuni dipinti, anche a soggetto sacro, nessuno dei quali però, pur sicuro come datazione, è di certissimo riferimento. Van Meegeren inventò così un Vermeer sacro che non è mai esistito e non ha alcuna plausibilità. Ma in questo modo risultò credibile perché costruì un Vermeer atono, cupo, spettrale, lugubre che non c’entra nulla con la verità di quel grande artista ma c’entra molto con gli orizzonti di attesa dei suoi potenziali clienti, spregiatori della gioia del vivere e del desiderio del benessere e dell’agio dell’esistenza.

Non ha copiato nulla, van Meegeren. Ha inventato semplicemente un Vermeer adeguato ai desideri di un tempo opprimente e oppressivo, che però fu veramente quello vissuto dal sommo maestro, morto nel 1675 a 43 anni di inedia e dolore.

La storia di van Meegeren ha ancora molto da insegnare per quel che riguarda la questione in generale dei falsi e dei falsari. Ma non è come tutti credono e cioè che il critico è per lo più un ignorante arrogante e il falsario lavora per sbugiardarlo e indicarlo al pubblico ludibrio, magari distruggendone la carriera. La falsificazione, artistica o meno, è per lo più il risultato di una operazione strategica di un gruppo concorde nel voler ribaltare poteri costituiti altrimenti inscalfibili. Ma, per aggiungere un male ad un altro, l’attività artistica in tutte le sue declinazioni ha giocato nel corso del tempo un ruolo non indifferente a tal fine.

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