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Memorie di Yourcenar, la prima Immortale

Marguerite Yourcenar

 

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La terza puntata della serie Variabili indipendenti di Chiara Valerio dedicata alle pioniere delle scienze e dell’arta. Quando la scrittrice entrò a far parte all’Académie, unica donna, la Francia si divise. Oggi le è grata per aver indicato la strada
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«Eppure tutti sappiamo che ogni pensiero profondo resta in parte segreto, per mancanza di parole che possano esprimerlo, e che ogni cosa non si rivela del tutto». Il 22 gennaio 1981, Marguerite Yourcenar è la prima donna a essere ammessa all’Académie Française. Jean d’Ormesson, pronunciando un accorato discorso riguardo alla sua elezione (c’è anche su TikTok), sottolinea che Yourcenar non è arrivata su quegli scranni perché donna, ma perché è un grande scrittore, e aggiunge che essere donna non è più motivo sufficiente per restare fuori dagli immortali di Francia, così vengono chiamati, un consesso di scrittori, intellettuali e filosofi che dai primi decenni del Seicento, e benedetti dal Cardinale Richelieu, si occupa di «lavorare con la maggior cura e diligenza possibili per fornire regole chiare alla nostra lingua e renderla adatta a far progredire le arti e le scienze».

La traduzione del mandato dell’Académie è un po’ libera, nel senso che “far progredire” è eccessivo, ma d’altro…

«Eppure tutti sappiamo che ogni pensiero profondo resta in parte segreto, per mancanza di parole che possano esprimerlo, e che ogni cosa non si rivela del tutto». Il 22 gennaio 1981, Marguerite Yourcenar è la prima donna a essere ammessa all’Académie Française. Jean d’Ormesson, pronunciando un accorato discorso riguardo alla sua elezione (c’è anche su TikTok), sottolinea che Yourcenar non è arrivata su quegli scranni perché donna, ma perché è un grande scrittore, e aggiunge che essere donna non è più motivo sufficiente per restare fuori dagli immortali di Francia, così vengono chiamati, un consesso di scrittori, intellettuali e filosofi che dai primi decenni del Seicento, e benedetti dal Cardinale Richelieu, si occupa di «lavorare con la maggior cura e diligenza possibili per fornire regole chiare alla nostra lingua e renderla adatta a far progredire le arti e le scienze».

La traduzione del mandato dell’Académie è un po’ libera, nel senso che “far progredire” è eccessivo, ma d’altronde perché non essere eccessivi (e misurati nell’eccesso) visto che ci troviamo in zona Richelieu? Ad ogni modo, le porte dell’Académie per più di trecento anni erano state chiuse alle donne, e Marguerite Yourcenar le ha aperte. Già nelle lunghe conversazioni con Matthieu Galey, raccolte nel volume Ad occhi aperti (Bompiani, trad. Laura Guarino), Galey sottolineava quanto gli accademici l’avessero corteggiata, e quante volte uno o l’altro le avessero chiesto di presentare la propria candidatura. Yourcenar si era limitata a rispondere che non avrebbe né incontrato gli accademici, né avanzato la candidatura, tuttavia, se volevano eleggerla, non avrebbe rifiutato.

La frase con cui si apre questa puntata di Variabili indipendenti è tratta dal discorso che Yourcenar pronuncia il giorno dell’insediamento, sotto la cupola dell’Académie. Il discorso – c’è su Youtube – è un’analisi e un racconto dell’opera del suo predecessore, Roger Caillois, scrittore e antropologo, sociologo, rimasto in esilio in Argentina negli anni della guerra, surrealista e poi non più surrealista, e fondatore della rivista Diogenes sulla quale Yourcenar aveva pubblicato. La prima volta che ho letto quella frase non sapevo chi fosse Caillois e avevo speso sedicimila lire che non possedevo per comprare I giochi e gli uomini, l’unico suo libro trovato in italiano e ordinato per posta chissà come, pagandolo il doppio del prezzo di copertina. L’ho scelta avendo a mente il mandato dell’Académie Française, cioè sorvegliare la lingua francese, e mi è presa l’allegria e subito ho pensato che Yourcenar aveva ragione ad annettersi al gruppo sparuto degli artisti. Solo un’artista, infatti, entra in un luogo pieno di riti, che riguardano le parole e le forme, e utilizzando quei riti, parole e forme, li smonta. Nel tempio della lingua francese, Yourcenar dice che le parole non possono esprimere tutto, dunque le si può sorvegliare fino a un certo punto. E aggiunge: «La logica classificatrice poco alla volta conduce a una visione che fa scoppiare qualsiasi definizione».

Come racconta Josyane Savigneau nel suo Marguerite Yourcenar, l’invenzione di una vita (Einaudi, trad. Oreste Del Buono), l’elezione di Yourcenar all’Académie scatena polemiche e alcune obiezioni sono velenose. Qualcuno dice che l’Académie era stata in salute per 350 anni senza donne, e lo sarebbe rimasta anche per i successivi 350 senza donne. Qualcuno dice che Yourcenar non è francese ma belga, anzi, non è più nemmeno belga, è statunitense. Qualcuno dice che è antisemita. Qualcuno che vive con una donna. Qualcuno sibila che questo suo vivere con una donna faccia di lei un buon compromesso per l’elezione. Qualcuno sostiene che la sua lingua sia scolpita nel marmo e che, come il marmo, sia fredda. Qualcuno eccepisce che non si deve contribuire al lavoro indefesso di una donna che aveva pensato esclusivamente a erigere il proprio monumento. Qualcuno accusa Jean d’Ormesson di aver fatto il nome di Yourcenar per poterne parlare in televisione – poi si scuseranno. Tutti penseranno, fino alla morte di Yourcenar, il 17 dicembre del 1987 che d’Ormesson li avesse messi nella situazione di dover eleggerla per forza, altrimenti sarebbero sembrati passatisti. Cosa che a Yourcenar sarebbe piaciuta visto che ha osservato più volte che le battaglie di avanguardia possono sembrare, in abbrivio, battaglie di retroguardia.

Yourcenar tornerà una sola altra volta a sedere sotto la cupola degli immortali. Quella sera non parteciperà alla festa con gli altri accademici, i Messieurs, preferirà uscire con gli amici. Considerava gli onori come dovuti, e il tempo interamente a propria disposizione. Nessuna concessione agli obblighi, se non a quelli della pagina scritta. Pochi giorni dopo l’elezione – un evento storico, la prima donna, una donna che vive con una donna, una donna che vedeva le lotte femministe come particolariste, e ha sempre sostenuto che bisogna battersi per la specie umana senza ulteriori distinzioni, e che tuttavia è stata il precedente che ha permesso ad altre di poter occupare quei seggi – riprende il viaggio con Jerry Wilson, il suo ultimo accompagnatore, scrittore e fotografo statunitense che in quell’anno compirà trentadue anni. Ma per Yourcenar l’età non contava niente, diceva di avere amici dai quattro ai novant’anni e che «quando si è disponibili ad accogliere le persone, non si è mai davvero soli».

LA SERIE – Variabili indipendenti /3

Con questa serie Chiara Valerio ci accompagna alla scoperta di grandi figure femminili pioniere nella scienza e nelle arti. Ma soprattutto di donne che, con le loro vite libere e il loro pensiero anticonformista, hanno dato un contributo fondamentale alla liberazione femminile. Per questo il titolo Variabili indipendenti

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