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Cercas e la verità al tempo dei social

 Javier Cercas (Photo by David Oller/Europa Press via Getty Images)

 

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Al Meeting lo scrittore si interroga sui rischi sociali delle fake news. E sul pericolo per le nostre libertà
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RIMINI - «Bisogna ritornare alla cosa più semplice, raccontare la verità». Nell’era trumpiana delle post-verità, delle fake news che scendono direttamente dall’alto ogni giorno, del potere che manipola le menti sui social, Javier Cercas offre la via d’uscita apparentemente più semplice: smettere di andar dietro alle bugie, riappropriarsi del racconto del reale. «Lo dice anche il Vangelo: la verità vi renderà liberi. Che significa anche che le menzogne rendono schiavi».

Il grande scrittore spagnolo, che si è fatto cronista dell’ultimo viaggio di Papa Francesco in Mongolia (Il folle di Dio alla fine del mondo), indica al Meeting di Rimini un percorso fuori dal labirinto, senza illudersi che la battaglia per la verità possa essere vinta una volta per sempre, ma avvertendo che la lotta riguarda tutti, non solo chi le notizie le maneggia per mestiere. «Oggi viviamo in un tempo in cui i giornalisti, almeno quelli bravi, lottano contro le bugie. È una battaglia enorme, difficile, ma riguar…

RIMINI - «Bisogna ritornare alla cosa più semplice, raccontare la verità». Nell’era trumpiana delle post-verità, delle fake news che scendono direttamente dall’alto ogni giorno, del potere che manipola le menti sui social, Javier Cercas offre la via d’uscita apparentemente più semplice: smettere di andar dietro alle bugie, riappropriarsi del racconto del reale. «Lo dice anche il Vangelo: la verità vi renderà liberi. Che significa anche che le menzogne rendono schiavi».

Il grande scrittore spagnolo, che si è fatto cronista dell’ultimo viaggio di Papa Francesco in Mongolia (Il folle di Dio alla fine del mondo), indica al Meeting di Rimini un percorso fuori dal labirinto, senza illudersi che la battaglia per la verità possa essere vinta una volta per sempre, ma avvertendo che la lotta riguarda tutti, non solo chi le notizie le maneggia per mestiere. «Oggi viviamo in un tempo in cui i giornalisti, almeno quelli bravi, lottano contro le bugie. È una battaglia enorme, difficile, ma riguarda tutti i cittadini. Si può fare? Non lo so, ma si deve fare».

Attenzione, le bugie si sono raccontate sempre nei secoli, «ma oggi – avverte Cercas – hanno un potere di diffusione gigantesco, un potere che non hanno avuto mai, grazie ai social e all’intelligenza artificiale. È un potere senza controllo, perché ancora non siamo riusciti a controllarlo, ma dobbiamo riuscirci, perché oggi il discredito della verità è enorme». E, di nuovo, la mente torna al capo del movimento Maga, che ha fatto della menzogna, ripetuta all’infinito e rilanciata dai social, la sua arma di demolizione. «Bill Clinton è andato vicino a essere sbattuto fuori dalla Casa Bianca per una menzogna, mentre oggi abbiamo alla Casa Bianca un uomo che ha fatto delle menzogne uno strumento di governo. E il peggio è che gli altri politici in tutto il mondo provano a seguirne l’esempio perché hanno visto che funziona!».

C’è un modo per imbrigliare questa furia distruttiva, che rischia di inghiottire nel gorgo la democrazia liberale e le sue istituzioni di controllo? L’invito dello scrittore è quello di non demonizzare i social o Internet tout court. «Il problema non è la tecnologia in sé, ma l’uso che se ne fa. La tecnologia – ricorda - all’inizio viene sempre guardata con sospetto. Pensiamo a Platone, che nel Fedro si scaglia contro l’invenzione diabolica della scrittura, perché la gente secondo lui non avrà più bisogno di utilizzare la memoria, quindi la cultura morirà. Oppure, quando Gutenberg inventò la stampa a caratteri mobili, tutte le classi colte si stracciarono le vesti profetizzando un involgarimento della cultura, diventata improvvisamente accessibile a tutti. Ci fa ridere oggi, ma guardate che lo stesso è accaduto con la tv e sta succedendo ora con i social. Io tuttavia non credo che i social siano il diavolo, così come non lo è l’intelligenza artificiale. Bisogna solo imparare a usarli per il bene e non per il male».

Il dialogo davanti a centinaia di attentissimi lettori-spettatori prosegue, interpuntato dagli interventi di un altro grande scrittore, Colum McCann, e dal prefetto vaticano per la comunicazione, Paolo Ruffini. Dopotutto siamo a davanti a una platea di un movimento ecclesiale, Comunione e Liberazione, e Cercas non la manda a dire nemmeno agli eredi di papa Francesco. «La Chiesa odierna ha un problema molto evidente: deve cambiare il suo linguaggio, manca di vitalità, è vecchio, mentre il cristianesimo comunicato da Gesù è un messaggio rivoluzionario». Cristo era «un sovversivo che diceva cose pericolose, non a caso è stato crocefisso come un criminale. Ma la sua rivoluzione Cristo l’ha fatta con parole attraenti, nuove». Lo diceva anche Papa Francesco, la Chiesa «ha perso l’umorismo, ha perso la poesia, ma per arrivare alla gente serve un linguaggio diverso da quello ermetico di oggi che nemmeno la maggioranza dei cattolici capisce».

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