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Benvenuti nel Paese delle disuguaglianze

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Il saggio curato da Giacomo Gabbuti denuncia conti alla mano, la maglia nera d’Europa: l’Italia
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Le disuguaglianze sociali sono un problema annoso e angoscioso per tutte le democrazie occidentali. Ma come nelle famiglie di Tolstoj, ci sono Paesi dove si stanno facendo passi avanti e altri più infelici, nei quali la questione si è avvitata verso il basso e non si riesce a invertire la tendenza. E il primato negativo spetta proprio all’Italia: lo documenta con spietata efficacia il saggio Non è giusta (Laterza), curato da Giacomo Gabbuti, economista della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Il saggio raccoglie una serie di contributi che guardano al problema da diverse prospettive: «Purtroppo — si legge — questa complessità restituisce un messaggio netto: l’Italia è un Paese diseguale più di quanto lo siano molti Paesi a noi simili, e più di quanto lo fosse dieci, venti o quarant’anni fa». Tu…

Le disuguaglianze sociali sono un problema annoso e angoscioso per tutte le democrazie occidentali. Ma come nelle famiglie di Tolstoj, ci sono Paesi dove si stanno facendo passi avanti e altri più infelici, nei quali la questione si è avvitata verso il basso e non si riesce a invertire la tendenza. E il primato negativo spetta proprio all’Italia: lo documenta con spietata efficacia il saggio Non è giusta (Laterza), curato da Giacomo Gabbuti, economista della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Il saggio raccoglie una serie di contributi che guardano al problema da diverse prospettive: «Purtroppo — si legge — questa complessità restituisce un messaggio netto: l’Italia è un Paese diseguale più di quanto lo siano molti Paesi a noi simili, e più di quanto lo fosse dieci, venti o quarant’anni fa». Tutte le cifre e i grafici citati da fonti sicure (Banca d’Italia, Istat, Eurostat) lo dimostrano. Eppure la ricchezza, soprattutto immobiliare (la casa è stata fino all’ultima generazione l’orgoglio e vanto delle famiglie italiane), in apparenza è notevole: oltre 17 mila miliardi, pari a otto volte il Pil. Più di Germania e Francia (sei volte), il doppio della Svezia. Ma qui sta la trappola: visto che abbiamo i salari più bassi d’Europa e un livello di precarietà anch’esso da record, sempre più spesso chi ha la fortuna di ereditare una casa finisce per affittarla almeno in parte (pensiamo al proliferare di B&B), garantirsi un minimo di reddito e rinunciare a mettersi sul mercato del lavoro dove peraltro è facile incappare in impieghi provvisori, a tempo, stagionali.

E poi i livelli di tassazione risultano sproporzionati a carico del lavoro: intanto non esiste praticamente una tassa di successione (il 4 per cento ma solo per patrimoni superiori al milione e neanche progressivo), tanto che in Europa l’Italia viene considerata un paradiso fiscale (“ereditocrazia”, la chiama l’Economist). Poi, a seconda delle situazioni chi affitta una casa se la cava al massimo con il 18-20 per cento di tassa “secca” mentre un impiego a parità di reddito paga il 35-40 di Irpef. Lo stesso, anzi peggio, per le rendite finanziarie: un titolo chiude la partita con il 12,5 per cento di tasse. Sono tutte ingiustizie e sperequazioni che non esistono in tale misura in altri Paesi, a partire dagli Stati Uniti che sono visti (per diversi aspetti giustamente) come la patria delle disuguaglianze. Ma sono anche, malgrado tutto e malgrado Trump, un esempio di mobilità sociale, la stessa che si riduce sempre di più in Italia. Dove non a caso la metà della popolazione più povera non arriva a sommare il 3,5 per cento della ricchezza totale.

Negli anni ’50 del boom, che sono stati l’ultimo periodo di riduzione delle disuguaglianze, questa percentuale era del 12 per cento. Attualizzata ai valori di oggi, la ricchezza media dello stesso 50 per cento degli italiani è scesa da 27 mila a settemila euro, «un calo dell’80 per cento fra i più vistosi tra i Paesi per i quali esistono dati comparabili come Germania, Francia, Usa e Spagna». Intanto lo 0,1 per cento dei più abbienti è passato dal possedere il 6 al 10 per cento della ricchezza totale. Tutte le ingiustizie sociali si traducono in disuguaglianze, e per ridurre le seconde bisogna intervenire sulle prime. Il saggio di Gabbuti è esplicito nell’invocare, una buona volta, l’istituzione di un salario minimo, e che si ricrei qualcosa di simile al reddito di cittadinanza visto che oltre cinque milioni di persone sono a rischio di povertà. Livello ancora una volta con poche analogie in Europa in rapporto alla popolazione.

Il libro esorta anche a ripensare a una tassa patrimoniale, magari per destinare parte del ricavato a un fondo per i giovani alla ricerca di una casa. Tutto questo andrebbe inquadrato in una nuova stagione politica «che metta il problema del lavoro in primo piano». Quanto di più lontano, il saggio lo denuncia senza reticenze, dai programmi dell’attuale governo e dei suoi analoghi in tutta Europa.

Il libro

Non è giusta a cura di Giacomo Gabbuti (Laterza, pagg. 200, euro 15)

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