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Il fine pena mai degli innocenti nell’inferno di Santo Stefano

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Le loro vicende disgraziate sono raccontate dalla giornalista di Repubblica Giulia Ciancaglini nel saggio “Io non ho ucciso”
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A un miglio da Ventotene c’è l’isola di Santo Stefano. Quella che oggi sembra solo una grande tartaruga di roccia che esce dal mare ha ospitato uno dei più terribili carceri per ergastolani. La prigione, noto luogo di confino durante il fascismo con prigionieri politici come Umberto Terracini e Sandro Pertini, fu teatro di violenze, errori e ingiustizie, con uomini reclusi a vita nell’umido di mura progettate per non lasciare scampo.

Tra i molti criminali arrivati sull’isola dalla fine del Settecento al 1965, ci sono stati purtroppo anche tanti innocenti: le loro vicende disgraziate sono raccontate dalla giornalista di Repubblica Giulia Ciancaglini nel saggio Io non ho ucciso uscito in libreria per Ultima spiaggia. Sette racconti per sette storie di condannati senza aver mai commesso il reato: R…

A un miglio da Ventotene c’è l’isola di Santo Stefano. Quella che oggi sembra solo una grande tartaruga di roccia che esce dal mare ha ospitato uno dei più terribili carceri per ergastolani. La prigione, noto luogo di confino durante il fascismo con prigionieri politici come Umberto Terracini e Sandro Pertini, fu teatro di violenze, errori e ingiustizie, con uomini reclusi a vita nell’umido di mura progettate per non lasciare scampo.

Tra i molti criminali arrivati sull’isola dalla fine del Settecento al 1965, ci sono stati purtroppo anche tanti innocenti: le loro vicende disgraziate sono raccontate dalla giornalista di Repubblica Giulia Ciancaglini nel saggio Io non ho ucciso uscito in libreria per Ultima spiaggia. Sette racconti per sette storie di condannati senza aver mai commesso il reato: Rocco Pugliese, il comunista calabrese accusato di aver ucciso un fascista, ammazzato di botte dalle guardie carcerarie nel 1929 e Giovanni Andrea Adessi, in carcere nonostante fosse stato poi scagionato dal suo accusatore, finito suicida in cella; il partigiano sardo Luigi Podda, accusato di un attentato mai compiuto, la strage di Sa Ferula. Oppure la storia dei fratelli Sacco che osarono sfidare il potere della mafia siciliana. E ancora, da Raoul Ghiani, elettrotecnico protagonista del “mistero di via Monaci”, uno dei gialli più clamorosi degli anni Cinquanta, a Carlo Corbisiero, assolto dopo una prigionia lunga vent’anni. Fino all’incredibile disavventura di Salvatore Gallo di Avola, condannato all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso il fratello Paolo, che invece, vivissimo, come Mattia Pascal aveva scelto di scappare e nascondersi nella vicina Ispica.

Per alcuni di loro la detenzione fu ammorbidita dall’arrivo di un direttore illuminato che usava ripetere: «Tu sei ancora un uomo, sei vivo!». Era Eugenio Perucatti, alla guida del penitenziario dal 1952. Innovatore, cattolico, credeva nella redenzione dei detenuti e aveva apportato tante piccole rivoluzioni a quello che era sempre stato considerato “il peggior serraglio d’Italia”. Il suo obiettivo era rendere la prigione più tollerabile, più umana, dando maggior attenzione ai bisogni dei carcerati: lasciando le celle aperte per farli parlare, mandandoli a lavorare nella fattoria vicina, consentendo a questi “uomini ombra” addirittura di avere un gattino o un merlo, di giocare a calcio nel cortile o di vedere un film. Dall’isola di Santo Stefano non si poteva scappare ma bisognava pur vivere, insieme, e Perucatti ci riuscì, creando un nuovo modello carcerario.

Ma come spiega con dovizia Ciancaglini nel suo libro, il direttore, considerato ai tempi dal sistema un “fuorilegge” , anziché essere premiato venne allontanato dall’istituto, con la scusa dell’evasione di due detenuti nel 1960. Dopo il suo addio tutto tornò come prima. Un’altra ingiustizia che ancora oggi ci porta a sospirare: fine pena mai.

Il libro

Io non ho ucciso di Giulia Ciancaglini (Ultima spiaggia, pagg. 169, euro 18,50)

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