Per anni e anni dei suoi attuali 94, racconta Margherita, i turisti ben consigliati le hanno chiesto di affacciarsi alla finestra di casa, e di mettersi in posa col cappellitto tradizionale o col velo nero in testa, per l’ennesima fotografia sempre uguale e la gioia di portarsi via una «immagine senza tempo». Al marito di Margherita quel costume scuro non piaceva, ma lei, che lo vestì per la prima volta nel 1949, appena diciottenne, non se ne curava: «Nessuno mi ha mai obbligato a indossarlo e non mi è mai venuto in mente di cambiarlo» dice anche oggi.
Una volta erano in tante a vestirsi così nell’abruzzese Scanno, ma ora che ha accompagnate al camposanto le due amiche Adelia e Anna, è rimasta solo lei. Proprio lì, al funerale, l’ha scovata e intervistata la collega Silvia Mosca dell’Ansa. Margherita Ciarletta è l’ultima delle donne in nero di Scanno, l’ultima icona vivente di una certa idea del Sud italiano. Ma le altre sono comunque tutte lì, per sempre immortalate nelle fotografie…
Per anni e anni dei suoi attuali 94, racconta Margherita, i turisti ben consigliati le hanno chiesto di affacciarsi alla finestra di casa, e di mettersi in posa col cappellitto tradizionale o col velo nero in testa, per l’ennesima fotografia sempre uguale e la gioia di portarsi via una «immagine senza tempo». Al marito di Margherita quel costume scuro non piaceva, ma lei, che lo vestì per la prima volta nel 1949, appena diciottenne, non se ne curava: «Nessuno mi ha mai obbligato a indossarlo e non mi è mai venuto in mente di cambiarlo» dice anche oggi.
Una volta erano in tante a vestirsi così nell’abruzzese Scanno, ma ora che ha accompagnate al camposanto le due amiche Adelia e Anna, è rimasta solo lei. Proprio lì, al funerale, l’ha scovata e intervistata la collega Silvia Mosca dell’Ansa. Margherita Ciarletta è l’ultima delle donne in nero di Scanno, l’ultima icona vivente di una certa idea del Sud italiano. Ma le altre sono comunque tutte lì, per sempre immortalate nelle fotografie dei grandi autori, e ovviamente c’è pure lei, anche se distinguerla dalle altre figurine curve e velate non è semplice.
C’è una Betlemme della fotografia, e sta sulle alture dell’Abruzzo. È Scanno, appunto, borgo di scalette ripide e lastricati in salita, chiesette e ringhiere, paradiso di forme arcaiche e sinuose, l’apoteosi del pittoresco. Tra tutti i luoghi sacri della storia della fotografia, forse è il più celebre: lo ha reso tale una lunga processione di re Magi della fotocamera, da Henri Cartier-Bresson (che nel 1952 con una serie di vedute magistrali diede il la), a Mario Giacomelli, Fulvio Roiter, Pepi Merisio, Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna, Mario De Biasi, Italo Zannier, Mario Cresci, Renzo Tortelli, Hilde Lotz-Bauer e tanti ancora, e ancora...
Negli anni Sessanta i circoli fotoamatoriali organizzavano interi pullman destinazione Scanno, non c’era bisogno di influencer, bastava la fama di quel paese creato da Dio per i fotografi, almeno quelli convinti che trovare un buon soggetto fosse aver già in tasca metà di una “bella foto”. Tempo fa un meritorio appassionato, Luca Del Monaco, identificò i luoghi fotografati da quei giganti della lente e ne fece una guida; ci sono anche una “via dei Fotografi”, accanto alla chiesa, e una targa riconoscente. E proprio oggi, alla galleria Piktart di Senigallia, chiude la mostra che Simona Guerra, nipote di Giacomelli, ha dedicato ai fotografi sedotti da Scanno. Sono ancora molti, in paese, a tenere appesa in casa o in bottega uno di quei celebri scatti.
Curiosamente, Claudio De Cola, il protagonista di un’immagine tra le più famose, Bambino di Scanno di Giacomelli, anno 1959, seppe solo da adulto che il suo camminare di bimbo in mezzo a quelle donne nere era esposto anche al MoMa di New York. Anni fa, Repubblica lo rintracciò a Livorno e lo intervistò. Ma cosa avevano, le donne in nero, di così fascinoso per i mirini dei grandi? L’antonomasia. In quel dopoguerra di risveglio da un ventennio di sogni imperiali di cartapesta, l’Italia scopriva il Meridione dell’arretratezza. Invece di farselo raccontare da Carlo Levi o da Ernesto De Martino in tutte le sue contraddizioni, preferì trasfigurarlo in pittoresco, e quelle signore diventarono l’epitome, l’apoteosi dell’arcaico Sud. Il neorealismo fotografico se ne abbeverò con ingordigia. E anche il cinema: un giorno, Margherita lo ricorda ancora, vide passare sotto casa sua Silvana Mangano, che era lì per girare Uomini e Lupi di Giuseppe De Santis, il regista di Riso Amaro (le mondine: altra ma diversa icona dell’Italia romantico-proletaria).
Tuttavia Scanno non era, proprio come non lo era la Gagliano di Levi, un relitto di vita selvaggia e miserabile. Certo, anche Margherita visse i suoi dolori: una tra i suoi quattro figli morì di polmonite a sette mesi “perché non c’era la penicillina”; però un altro si laureò a Pisa e lei andò là, alla cerimonia, naturalmente con quel vestito nero, e racconta divertita che in Piazza dei Miracoli i turisti, invece che la Torre pendente, «fotografavano me e mi facevano un sacco di domande». Dove si dimostra che un cliché può scacciarne un altro. Ma la morale vera è che sotto ogni cliché fotogenico c’è una vita. Quella che Margherita continua a vivere svegliandosi ogni mattina alle nove col latte caldo che le porta il figliolo e assicurando «Io ho fatto la vita che volevo fare. Ognuno può fare quello che vuole». Anche i fotografi.