Daniel Pennac “Io e Benni fratelli tra libri e grandi risate”
di Fabio GambaroDaniel Pennac
PARIGI – «Per me era l’immagine e l’incarnazione dell’Italia. Un’Italia vivacissima, spontanea, gioiosa, irriverente, creativa e disincantata. Niente a che vedere con l’immagine politica del vostro Paese che ci siamo abituati a vedere negli ultimi tempi. Per me la vera Italia era quella incarnata da Stefano Benni». Daniel Pennac ricorda così l’autore di Comici spaventati guerrieri, di cui è stato amico per oltre trent’anni. Fu proprio Benni alla fine degli anni Ottanta a scoprire i romanzi di Malaussène, facendoli tradurre da Feltrinelli: «Stefano, che all’epoca era già un autore di successo, andò dalla responsabile della narrativa straniera di Feltrinelli dicendo che, se non avessero tradotto La fata carabina e gli altri miei libri, avrebbe abbandonato la casa editrice. Forse si tratta solo di una leggenda, ma è certo che, se sono stato pubblicato in italiano lo devo a lui. Lo incontrai tempo dopo e diventammo subito amici, non perdendoci più di vista».
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PARIGI – «Per me era l’immagine e l’incarnazione dell’Italia. Un’Italia vivacissima, spontanea, gioiosa, irriverente, creativa e disincantata. Niente a che vedere con l’immagine politica del vostro Paese che ci siamo abituati a vedere negli ultimi tempi. Per me la vera Italia era quella incarnata da Stefano Benni». Daniel Pennac ricorda così l’autore di Comici spaventati guerrieri, di cui è stato amico per oltre trent’anni. Fu proprio Benni alla fine degli anni Ottanta a scoprire i romanzi di Malaussène, facendoli tradurre da Feltrinelli: «Stefano, che all’epoca era già un autore di successo, andò dalla responsabile della narrativa straniera di Feltrinelli dicendo che, se non avessero tradotto La fata carabina e gli altri miei libri, avrebbe abbandonato la casa editrice. Forse si tratta solo di una leggenda, ma è certo che, se sono stato pubblicato in italiano lo devo a lui. Lo incontrai tempo dopo e diventammo subito amici, non perdendoci più di vista».
Com’era la vostra amicizia?
«Benché vivessimo in due paesi diversi, non avessimo gli stessi codici culturali e in fin dei conti non ci incontrassimo così tanto spesso, la nostra era un’amicizia istintiva, una sorta di evidenza. Non facevamo grandi discussioni letterarie o politiche, ma ci sentivamo in perfetta armonia. Vivevamo una sorta di fratellanza, come se avessimo la coscienza di rappresentare un po’ l’uno l’immagine dell’altro nel proprio Paese. Da questa fraternità nasceva una grande complicità».
Cosa ricorda soprattutto di Benni?
«Le sue risate. Abbiamo riso tantissimo insieme, perché Stefano amava moltissimo ridere di tutto e di tutti. Mi ricordo le sue smorfie da clown e la sua capacità di fare grandi scherzi e prendersi gioco di chiunque. Una volta mi ha invitato a Bologna per una specie di convegno alternativo e mi sono ritrovato in una chiesa sconsacrata dove ho dovuto attraversare tutta la navata tra due ali di persone che cantavano La Marsigliese. Di fronte a situazioni di questo tipo, Stefano si divertiva tantissimo. In fondo era un erede della commedia dell’arte. Mi faceva ridere con le sue battute folgoranti, con le sue idee e i suoi progetti assurdi. Come quando mi parlò di un libro dedicato alla psicoanalisi degli animali, raccontandomi le irresistibili sedute psicoanalitiche di una formica individualista o di un elefante con il complesso della proboscide».
Dietro l’ironia c’era però anche una certa malinconia…
«È vero. Dietro l’ironia c’era sempre la tristezza. Il riso era anche una sorta di elaborazione del lutto per la situazione politica italiana. Quando si lamentava di Berlusconi, cercavo di calmarlo dicendogli che noi in Francia, con Sarkozy, non stavamo certo meglio. Ma lui non mi ascoltava».
Come descriverebbe la sua scrittura?
«Nelle sue opere agivano al contempo la liberazione stilistica e la liberazione dell’immaginario. Da questa doppia liberazione nascono quelle sue storie incredibili, raccontate come solo lui sapeva fare. La dimensione fantastica e assurda delle sue opere è tuttavia meno stravagante di quanto si possa pensare, dato che è sempre ancorata nel mondo reale, sfruttando una comicità fondata sull’iperbole, sull’eccesso e sul trionfo di ciò che è del tutto sproporzionato. Opere come Il bar sotto il mare o La compagnia dei Celestini mi sono piaciute veramente molto, anche se ho spesso avuto l’impressione di non capire tutto per mancanza dei riferimenti necessari».
Sente qualche affinità tra la sua scrittura e quella di Benni?
«Stefano mi diceva che tra di noi esisteva un’autentica fratellanza stilistica, motivo per cui si divertiva molto leggendo i miei romanzi. E io naturalmente leggendo i suoi. Ma al di là dello stile e della scrittura, lo sentivo come un vero fratello».
Non avete mai pensato di scrivere qualcosa assieme?
«No, perché Stefano teneva moltissimo alla sua personalità d’autore e non avrebbe mai voluto diluirla con quella di qualcun altro. Ed è stato meglio così, perché la nostra amicizia ha potuto esistere al di fuori della dimensione letteraria. Ho così potuto approfittare di quella sua gioia di vivere un po’ melanconica e della sua straordinaria voglia di ridere, che era il tratto fondamentale della sua personalità. Per questo penso che alla fine sia morto proprio per l’impossibilità di continuare a ridere, prosciugato e sfinito dalla malattia. Alla fine della sua vita, Fellini diceva che sarebbe morto perché non riusciva più a sognare. Secondo me, Stefano è morto perché non riusciva più a ridere».