Stefano Benni si era presentato sulla scena editoriale nel 1976 con il suo esilarante Bar Sport, riuscendo a piazzare immediatamente la Luisona nel pantheon delle citazioni comiche comprese istantaneamente da tutti, insieme alla Supercazzola e alla Corazzata Potemkin.
Lui non partiva però dalla Rai e dall’ancora grande commedia italiana, bensì dal Manifesto. Tra quelle colonne continue, così austere e continuamente mobilitanti all’impegno politico e intellettuale, nell’incontrare il suo corsivo la lettura faceva un salto.
Un teatrino delle mari…
Stefano Benni si era presentato sulla scena editoriale nel 1976 con il suo esilarante Bar Sport, riuscendo a piazzare immediatamente la Luisona nel pantheon delle citazioni comiche comprese istantaneamente da tutti, insieme alla Supercazzola e alla Corazzata Potemkin.
Lui non partiva però dalla Rai e dall’ancora grande commedia italiana, bensì dal Manifesto. Tra quelle colonne continue, così austere e continuamente mobilitanti all’impegno politico e intellettuale, nell’incontrare il suo corsivo la lettura faceva un salto.
Un teatrino delle marionette montato in un angolo della pubblica piazza. Satira politica inclinata alla burla. I veri indiani metropolitani erano i dc, nel libro che sarebbe uscito pochi mesi prima di via Fani. Intitolandosi La tribù di Moro Seduto venne rapidamente accantonato. Restò il fatto che all’epoca in cui si rideva nel palazzo con Noschese e nell’antipalazzo con Fortebraccio, Benni era il solo a far ridere di politica standosene davvero altrove (sia pure con i conforti del magistero di Dario Fo).
Ebbe emuli: tanti, fino a che la satira non diventò uno dei linguaggi tipici dell’opposizione e a volte l’esclusivo. Benni se n’era andato di nuovo, altrove per tempo. La lingua di Benni si impenna nelle invenzioni onomastiche («A Forte dei Marmi il jet-set internazionale si è riunito nella villa del conte Ottavio della Squama Bufalino per festeggiare la contessina Maggioranza della Squama Bufalino che compiva 18 anni»?); fa lo slalom tra gli stereotipi dei generi narrativi e i controstereotipi della satira («È una tranquilla notte di Regime. [...] L’inquinamento atmosferico è nei limiti della norma. C’è biossido per tutti »); ma pare diventare davvero felice quando dopo aver deformato e rovesciato la realtà la redime con una propria, inimitabile brusca tenerezza: «Ho guardato in alto, oltre le insegne illuminate e, obliqua su un grattacielo, c’era la luna. Le ho detto: Cosa ci fa una ragazza come te in un posto come questo?».
In cerca di nuove dimensioni per la propria vocazione umoristica la sua lingua incontrò la letteratura: oltranze meno vistose, trasgressioni più sottili a mano a mano che i suoi argomenti si allargavano alla dimensione intera dell’esistenza. E all’amore, con quel prete che predica «Beato chi lascia / la vita lasciva / prima o poi l’amore arriva», quando a dirlo meglio è il fantasma che insegue silenziosamente le persone che non ci sperano: “guardate / è dietro! vi guarda goloso / chissà da quando lui vi seguiva / vi prenderà! non c’è scampo! / via ha preso! evviva ! evviva! / prima o poi l’amore arriva”.
Era diventata la lingua di Stranalandia: infanzia e facondia, ingenuità e sapienza. Parole e creature, nomenclature e cosmologie di un demiurgo alle cui indignazioni scappa sempre un po’ da ridere, incline alla rima, alla poesia, al blues, alla lettura ad alta voce, alle sghembe disarmonie di Thelonious Monk. E a quella convinzione incrollabile: che prima o poi, appunto, l’amore arriva.