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Ada Colau: “Non abbiate paura di essere politici”

Ada Colau, ex sindaca di Barcellona e attivista 

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Per riattivare democrazia dobbiamo ripartire dal basso e sentirci “al centro”. L’attivista ed ex sindaca di Barcellona, attualmente impegnata con la Global Sumud Flottilla, espone la sua tesi sul governo delle città, che è anche un’esortazione a cambiare passo, in una pubblicazione della Fondazione Feltrinelli. Ecco il suo contributo
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La politica urbana è uno strumento potente di trasformazione sociale, a patto che sia guidata da visione, coraggio e volontà di dialogo. Governare una città non significa soltanto gestire infrastrutture e servizi, ma implica la capacità di orientare lo sviluppo urbano verso modelli più giusti, inclusivi e sostenibili. Eppure, oggi la politica urbana sembra soffrire di un duplice complesso: da un lato, quello della tecnocrazia, che riduce l’amministrazione cittadina a un esercizio burocratico; dall’altro, quello della rassegnazione, che induce molti amministratori a percepire il proprio ruolo come subalterno alle logiche di mercato e alle decisioni prese a livelli più alti.

È tempo di recuperare l’orgoglio di fare politica nelle città e d…

La politica urbana è uno strumento potente di trasformazione sociale, a patto che sia guidata da visione, coraggio e volontà di dialogo. Governare una città non significa soltanto gestire infrastrutture e servizi, ma implica la capacità di orientare lo sviluppo urbano verso modelli più giusti, inclusivi e sostenibili. Eppure, oggi la politica urbana sembra soffrire di un duplice complesso: da un lato, quello della tecnocrazia, che riduce l’amministrazione cittadina a un esercizio burocratico; dall’altro, quello della rassegnazione, che induce molti amministratori a percepire il proprio ruolo come subalterno alle logiche di mercato e alle decisioni prese a livelli più alti.

È tempo di recuperare l’orgoglio di fare politica nelle città e di riaffermare il ruolo degli amministratori locali come attori chiave del cambiamento. Le città non sono solo spazi fisici, ma luoghi di vita collettiva, laboratori di innovazione sociale, crocevia di culture e di idee. Ogni decisione amministrativa ha un impatto diretto sulla qualità di vita dei cittadini: dalla gestione degli spazi pubblici alla mobilità, dalla sicurezza alla sostenibilità ambientale. Per questo, gli amministratori locali devono tornare a considerarsi un centro di competenza, capace di evolvere e di far evolvere il contesto in cui operano.

Durante il mio mandato da sindaca di Barcellona, ho cercato di mettere in pratica una visione diversa della politica cittadina: una visione radicata nel municipalismo, che intende il governo locale non come semplice esecutore, ma come co-protagonista di un progetto collettivo. Il municipalismo non è solo un’idea romantica: è una strategia concreta per costruire città più eque, inclusive, partecipative e sostenibili. È l’opposto della delega passiva e della politica calata dall’alto. È la fiducia che la democrazia si costruisce ogni giorno, dal basso. In questo senso, uno degli strumenti più significativi della nostra esperienza è stato Decidim, una piattaforma digitale libera e open source pensata per consultare i cittadini e co-costruire con loro le politiche pubbliche.

Decidim ha permesso di strutturare una partecipazione reale, trasparente, tracciabile. Non si trattava solo di ascoltare, ma di restituire potere decisionale alla cittadinanza. Assemblee di quartiere, processi deliberativi, bilanci partecipativi: ogni iniziativa su Decidim ha contribuito a ridefinire il rapporto tra istituzioni e persone. Questa infrastruttura digitale, sviluppata con rigore democratico e attenzione all’etica dei dati, è oggi usata da centinaia di città nel mondo e rappresenta un modello per la democrazia del XXI secolo.

Perché una città possa diventare un laboratorio di democrazia, servono strumenti, certo, ma soprattutto serve una cultura politica capace di valorizzare l’intelligenza collettiva. Troppo spesso si pensa che partecipazione significhi rallentare i processi decisionali. Al contrario, ascoltare, includere, aprirsi al confronto, significa migliorare la qualità delle decisioni, renderle più giuste e più solide. Nessuna tecnologia potrà sostituire la fiducia, ma alcune possono aiutarci a costruirla.

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La politica urbana, se vuole essere davvero trasformativa, deve partire dalla consapevolezza che non ci sono soluzioni semplici ai problemi complessi. Il diritto alla casa, per esempio, non è garantito solo costruendo nuovi alloggi, ma ponendosi in conflitto con la speculazione, regolando il mercato, riconoscendo l’abitare come diritto e non come merce.

A Barcellona abbiamo affrontato una profonda crisi abitativa ereditata dalla bolla immobiliare, opponendoci agli sfratti, acquistando immobili vuoti per destinarli all’edilizia pubblica, promuovendo un indice di prezzo massimo per gli affitti e collaborando con movimenti e organizzazioni che da anni lottano per l’abitare dignitoso. Lo stesso vale per le sfide climatiche. Una città che si prende sul serio deve guidare la transizione ecologica, non subirla. Più trasporti pubblici, più spazi verdi, più resilienza energetica. È ciò che ci ha portato a ripensare lo spazio urbano con il modello Superilla (“superblocks”), riducendo l’uso delle auto private, creando spazi di qualità che rafforzino le dinamiche comunitarie, investendo in piste ciclabili, proteggendo la biodiversità urbana e aderendo con convinzione alle reti internazionali di città per il clima, come il C40.

Ma nessuna di queste sfide può essere affrontata da sola. Le città devono fare rete, devono stringere alleanze tra loro e con la società civile. Dobbiamo abbandonare la logica competitiva tra territori, sostituendola con una cooperazione strategica. L’esperienza delle città municipaliste in Europa – da Barcellona a Bologna, da Napoli a Grenoble – ci ha insegnato che solo insieme possiamo invertire la tendenza alla privatizzazione, alla disuguaglianza, alla disaffezione democratica. Fare politica in città significa anche accettare il conflitto, non evitarlo. Ogni trasformazione reale tocca interessi consolidati e scatena resistenze. Ma è proprio nei momenti di crisi che serve il coraggio di andare avanti, forti del consenso costruito con le persone, non con gli interessi forti. Questo è l’invito che rivolgo agli amministratori delle città: non abbiate paura di essere politici, nel senso più nobile del termine. Abbiate l’ambizione di lasciare un segno, di immaginare il futuro, di costruirlo insieme. La città è la scala ideale per innovare, per sperimentare, per ritessere i legami sociali. È il luogo in cui possiamo dimostrare che un’altra politica è possibile. Non c’è tempo da perdere. Le sfide che abbiamo di fronte – la crisi climatica, le disuguaglianze, la gentrificazione, la privatizzazione dello spazio urbano – richiedono risposte immediate e coraggiose. Quando le città si mettono in rete e lavorano insieme possono incidere sulle decisioni globali e restituire alla politica il suo significato più autentico: quello di migliorare la vita delle persone.

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Per questo, oggi più che mai, dobbiamo rivendicare con orgoglio il ruolo delle città come motori di cambiamento. È nelle strade, nei quartieri, nelle assemblee locali che si rigenera la democrazia. È qui che può nascere una nuova speranza. Ma questo processo non può limitarsi a singoli casi virtuosi. È necessario che le città escano dall’isolamento e si riconoscano parte di una comunità politica transnazionale. Reti informali come Fearless Cities, o più formali come il già citato C40, dimostrano che le città hanno un potere di influenza che va ben oltre i propri confini amministrativi. Quando un gruppo di città decide di agire insieme per ridurre le emissioni, promuovere la giustizia sociale o difendere i beni comuni, può condizionare le agende nazionali e persino quelle globali. In un’epoca in cui le istituzioni sovranazionali spesso si mostrano lente o paralizzate, le città possono e devono assumersi la responsabilità di guidare l’azione.Anche per questo abbiamo bisogno di rinnovare il linguaggio e gli strumenti della democrazia. Il mondo cambia, le tecnologie evolvono, ma spesso le forme della rappresentanza restano inchiodate a modelli novecenteschi. In questa cornice si inserisce il concetto di “democrazia di terza generazione”: una democrazia che va oltre la semplice rappresentanza e oltre la partecipazione occasionale, per costruire un sistema aperto, reticolare, inclusivo e permanente. Non si tratta solo di coinvolgere i cittadini nei momenti elettorali o nelle emergenze, ma di riconoscerli come co-protagonisti di un processo decisionale continuo. Le piattaforme digitali non sono la soluzione magica, ma possono essere l’infrastruttura abilitante di questa nuova stagione democratica. Una democrazia che non si limita ad ascoltare, ma che integra, condivide, redistribuisce il potere con un’istituzionalità più umile, consapevole di avere molto da imparare da una società sempre più innovativa e dinamica.Questa trasformazione richiede anche un cambio di paradigma nei rapporti tra pubblico e privato. Serve una nuova alleanza sociale ed economica che ponga al centro il bene comune. In questo senso, l’esperienza dei municipalismi progressisti in Europa ci offre una lezione preziosa: laddove le città hanno osato immaginare nuove forme di gestione partecipata dell’acqua, dell’energia, della casa, dei dati, si è prodotta innovazione vera, sociale e politica.

Per fare tutto questo, non bastano buone intenzioni. Serve coraggio. Serve una leadership politica che sappia mettersi in gioco, ascoltare e agire. Che non tema il conflitto, ma lo riconosca come parte integrante del cambiamento. In un contesto globale segnato da crisi multiple – economiche, ecologiche, democratiche – la vera sfida è non cedere alla paura, non rifugiarsi nell’amministrazione ordinaria, ma rilanciare con una visione.Il mio invito, dunque, è a recuperare l’orgoglio di fare politica. A vedere le nostre città non come luoghi da gestire, ma come progetti da costruire insieme. Come sfide e opportunità da cogliere.Gli amministratori locali non sono funzionari subalterni: sono costruttori di futuro. Possiamo essere noi, dal basso, a riscrivere le regole del gioco. In fondo, questo è il significato più profondo del fare politica: non amministrare l’esistente, ma immaginare il possibile. E costruirlo, passo dopo passo, insieme alle persone. Non c’è ambizione più alta, non c’è urgenza più grande. Non c’è attività umana collettiva più bella e appassionante.

Copy 2025 Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Il LIBRO

Città possibile, Feltrinelli (prefazione Ada Colau, postfazione Matteo Lepore. Con i testi di Teresa Agovino, Nunzia Borrelli, Lorenzo De Vidovich, Andrea Filippetti, Ilaria Giuliani, Pierre Hausemer, Gaetano Manfredi, Walter Massa, Ezio Micelli, Marcello Natili, Paola Pucci, Eleonora Righetto, Massimiliano Tarantino e Luca Tricarico)

Dal 16 settembre il volume sarà scaricabile gratuitamente dal sito di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

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