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Antonella Mollicone: “La femminanza” esiste davvero e lotta insieme a noi

La scrittrice Antonella Mollicone (credit Basso Cannarsa) 

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Parla l’autrice del romanzo ambientato nel Novecento che racconta l’alleanza segreta tra donne in un paese del basso Lazio, subito entrato tra i bestseller. “La mia bisnonna ne faceva parte, anch’io sono stata alle loro riunioni. E ora vi racconto perché”
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Nei primi anni Venti del secolo scorso in un paesino del basso Lazio c’è una “cerchia” di donne che si riunisce per condividere fatica e saperi, ma soprattutto per riappropriarsi della propria libertà. Intorno a questa “cerchia”, Antonella Mollicone, 53 anni, insegnante e studiosa di epigrafia, ha costruito il suo romanzo d’esordio La femminanza. Che appena uscito, per l’editore Nord negli ultimi giorni di agosto, ha subito scalato la classifica dei libri più letti, due ristampe in appena due settimane. «La Cerchia esiste da sempre, anche se nessuno l’ha mai chiamata in questo modo, sono stata io a ribattezzarla così, perché era un cerchio fatto da donne, da vicine di casa che si riunivano nell’ara, uno spazio circolare esterno alle case, che qualcuno ha provato a tradurre in aia. Ma io mi sono sempre rifiutata perché ara viene dal latino, vuol dire altare, è uno spazio sacro in cui gli uomini e le donne dell’epoca trebbiavano, in cui si scartocciava il grano, si filava, ci si raccont…

Nei primi anni Venti del secolo scorso in un paesino del basso Lazio c’è una “cerchia” di donne che si riunisce per condividere fatica e saperi, ma soprattutto per riappropriarsi della propria libertà. Intorno a questa “cerchia”, Antonella Mollicone, 53 anni, insegnante e studiosa di epigrafia, ha costruito il suo romanzo d’esordio La femminanza. Che appena uscito, per l’editore Nord negli ultimi giorni di agosto, ha subito scalato la classifica dei libri più letti, due ristampe in appena due settimane. «La Cerchia esiste da sempre, anche se nessuno l’ha mai chiamata in questo modo, sono stata io a ribattezzarla così, perché era un cerchio fatto da donne, da vicine di casa che si riunivano nell’ara, uno spazio circolare esterno alle case, che qualcuno ha provato a tradurre in aia. Ma io mi sono sempre rifiutata perché ara viene dal latino, vuol dire altare, è uno spazio sacro in cui gli uomini e le donne dell’epoca trebbiavano, in cui si scartocciava il grano, si filava, ci si raccontava e si ballava: uno spazio in cui avveniva tutto, dalla fatica all’allegria», ci racconta subito l’autrice, non appena la raggiungiamo in videochiamata nella sua casa di Rocca d’Arce, in provincia di Frosinone. È dal casale dei suoi antenati, nella frazione di Montenero, che ci parla: lo stesso che fa da sfondo alle vicende di Camilla, Aldino, Viola, Peppina.

Ha lavorato a questo libro per più di dieci anni. Da dove nasce tutto? E quanto c’è di vero? Soprattutto per quanto riguarda i personaggi, perché gli eventi, con la guerra sullo sfondo e poi il dopoguerra, lo sono.

«Viene tutto da lontano. Ho iniziato fin da piccola a indagare sulle storie della mia famiglia, del mio paese, quindi di Rocca d’Arce, e poi di tutti i paesi limitrofi. E parte tutto dal personaggio di Peppina: era la mia bisnonna e intorno a lei si muove la Cerchia, che è esistita da sempre e io stessa vi ho preso parte. Ricordo ancora la sera del 26 agosto del 1981 quando un gruppo di queste donne si erano riunite per preparare i dolci per la mia prima comunione, avevano bevuto del vino e l’aria si era fatta frizzantina, tanto che avevo iniziato a sentire lembi di frasi di cui non capivo bene il senso. Poi le donne avevano cominciato a ridere forte, a darsi gomitate e tirarsi su le gonne e da lì ho capito che quella cerchia era una cinta di segreti che dovevo indagare. Così ho iniziato a fare interviste alle donne della mia famiglia, del mio paese. Poi dei paesi circostanti e di tutto quanto il Lazio meridionale. All’epoca avevo 11 anni e sono andata avanti per trent’anni, poi dieci anni fa ho cominciato a rivedere le storie, rimaneggiare nomi che avevo promesso non sarebbero usciti, perché erano storie molto forti, vere, tutte vere. Molti di questi nomi appartenevano a persone ormai morte, quindi mi bastava intrecciare in qualche modo i destini delle persone che avevo intervistato. Così mettendo un po’ di menzogna insieme a tanta verità è venuta fuori La femminanza».

Che potremmo definire un romanzo storico corale al femminile, o anche una saga familiare, di quelle che piacciono tanto ai lettori, pensiamo al successo di Stefania Auci o Francesca Giannone. Lei come lo aveva immaginato mentre lo scriveva?

«In realtà il romanzo si è fatto da sé. Non ho voluto incasellarlo in un genere. Certo, c’è molto del romanzo storico antropologico e anche della saga familiare, le due cose non si escludono. Rientra sicuramente nel filone seguito da Stefania Auci e Francesca Giannone, ma anche da Bibbiana Cau, con la quale abbiamo in comune più di un’affinità».

Ha letto “La levatrice”? È stato uno dei casi editoriali di quest’estate.

«Certo e la prima somiglianza è nelle protagoniste. Nella Femminanza, Peppina, Camilla, poi Viola, sono delle levatrici. In più loro sono anche “chiudi occhi”, e questo potrebbe ricordare Accabadora di Michela Murgia, anche se le chiudi occhi del mio paese erano donne che accompagnavano l’ultimo respiro, chiudevano proprio gli occhi e la bocca quando la persona moriva, ne risistemavano il corpo. Con Bibbiana Cau affrontiamo anche lo stesso periodo storico del Novecento, anche se ognuna di noi lo fa con il linguaggio della sua terra. E questo anche è molto interessante: come viene raccontato da due punti di vista, con due linguaggi dissimili, un tema comune».

E come ha lavorato su questa lingua che in certi momenti diventa aspra, persino sfacciata, intrisa di termini dialettali e dialoghi molto forti e perciò ancor più credibili, che poi sono anche uno dei punti di forza del libro?

«È stato piuttosto semplice, perché io orgogliosamente parlo in dialetto quando non uso l’italiano. Così ho valorizzato quella che chiamo la mia “lingua latte”, perché abitando da sempre insieme a nonni e bisnonni che si esprimevano quasi esclusivamente in dialetto l’ho presa come una lingua naturale. I miei studi classici poi mi hanno avvicinata all’italiano, al greco, al latino, portandomi a laurearmi in filologia. Ma non avrei potuto scrivere diversamente parlando della mia terra. I personaggi che descrivo, proprio perché sono veri, si sono sempre espressi con questa sintassi, in questo modo aspro. Non posso far usare un congiuntivo a una Vincenzona che ha appena la seconda elementare, anche perché Vincenzona è esistita davvero!».

Protagonista del romanzo, più di Camilla, è la sorellanza tra donne, anzi con un termine che lei ha coniato e dà il titolo al libro la “femminanza”. Ma cosa si intende per femminanza?

«Il neologismo è un incrocio tra femmina e alleanza: un’alleanza tra donne, una sorellanza che va al di là di ogni legame di sangue. E intendo “femmina” nel senso più alto e pieno del termine: da noi infatti si dice “femmina fatta” per dire “donna completa”. E se andiamo indietro, alla radice indoeuropea, vediamo che questa rimanda al nutrimento, come quella greca è legata al generare. Anche in latino femmina ha la stessa radice di fecundus, nel senso di colei che nutre se stessa e le altre donne, ma anche gli uomini. Perché non dimentichiamo che questa è anche una storia di uomini. Alcuni violenti, prepotenti, altri invece illuminati, che non si lasciano impaurire dalla forza delle loro donne. La femminanza è proprio questa forza ancestrale, che viene da lontano ed è anche selvaggia, ribelle, da cui ogni donna deve ripartire per creare la propria libertà».

Lei racconta la forza delle donne della Cerchia di un secolo fa: quanto ci sarebbe bisogno, tra continui femminicidi, patriarcato imperante e misoginia, di quella forza nel mondo di oggi? Non è cambiato niente? O siamo noi a essere tornati indietro?

«Sicuramente c’è una regressione e oggi più che mai la mia femminanza sarebbe importante. La sorellanza che troviamo nel libro vive nel passato, è vero, ma da lì possiamo richiamarla e proiettarla nel futuro. Ieri le donne hanno gettato il seme, talvolta fallendo come accade per la piccola attività artigianale che cercano invano di mettere in piedi. Oggi, a causa dei continui femminicidi, questo seme sembra seppellito per sempre. E il patriarcato torna in maniera più subdola di prima, perché prima almeno era evidente, non si nascondeva».

E cosa possono fare le donne oggi per affermare la loro dignità e combattere il patriarcato?

«Continuo a pensare che questa idea di sorellanza non sia una chimera, l’alleanza delle donne messa al servizio della società può dare i suoi frutti».

Lei è anche ricercatrice letteraria per i comuni del suo territorio: in cosa consiste di preciso questo lavoro?

«La mia ricerca consiste nell’indagare tra le pieghe della mia terra, raccogliere questo coro di voci, di tradizioni, di saperi che altrimenti andrebbe perduto. Faccio ancora tante interviste, indagini sul campo in questo mio territorio perché penso ci sia ancora tanto da scoprire. Questa è una terra piena di spiritualità. Basti pensare che è la terra di San Benedetto. E invece troppo spesso è stata associata a fatti di cronaca nera, pensiamo al caso di Serena Mollicone che ben si collega a quello di cui parlavamo. Quindi continuo a dar voce alle donne, ma anche agli uomini della mia terra».

E queste interviste saranno alla base di un nuovo romanzo?

«Lo spero. Per ora gli appunti, le indagini, le interviste che ho fatto hanno riempito 20 quadernoni, la mia terra ha ancora tantissimo da dire. E mi auguro ci sia un seguito».

Un seguito della “Femminanza”?

«Lo vedremo, il materiale c’è, ci sono tante voci che già gridano. Però adesso mi interessa che le voci della Femminanza entrino nelle case degli italiani, perché anche se è il racconto di un paese, Rocca d’Arce, la forza della femminanza è un archetipo che ci riguarda tutti. Così come le ferite della Seconda guerra mondiale fanno parte del nostro passato comune, su cui ci sarebbe molto altro da dire».

Un’ultima domanda: insieme al libro i lettori ricevono le istruzioni per il “rituale della lavanda”. Di cosa si tratta?

«Non sveliamo troppo… posso solo dire che quando la Cerchia delle donne si riuniva a volte si preparavano decotti, intrugli, bagni rilassanti da usare per esempio prima di una notte d’amore, perché non dimentichiamolo le donne della Cerchia parlano anche di sesso e il rito della lavanda nasce da lì. Sta poi a chi lo riceve, se interessato, cercare di capirci di più, fare una ricerca più approfondita e magari su questo organizzare anche una cerchia, perché no?».

Il libro

La femminanza di Antonella Mollicone (Nord, pagg. 420, euro 19)

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