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Non è gioventù bruciata, ascoltiamo i nostri ragazzi. Il nuovo romanzo di Michela Marzano

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Il libro racconta storie di teenager tra disagio e riscatto. Mostrando anche gli errori tipici dei genitori
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E se provassimo a tuffarci nel dolore dell’adolescenza, invece di inventarci nuovi obblighi e divieti? Se provassimo a guardarli questi ragazzi che si tagliano, non mangiano, rispondono, rubano, picchiano, cercando dentro di loro qualcosa che brilla? Tirandola fuori, perfino. Michela Marzano lo fa in un romanzo che esce oggi per Rizzoli e che è un lungo viaggio nel cuore e nella mente di Gianpaolo, Noemi, Clara, Luca, Viola, Sara, Irene, Claudio. Ma anche di Mauro, il neuropsichiatra che ha capito che non tutti i dolori possono entrare in una casella. Non per tutte le ferite, c’è una pillola. Né per ogni caduta c’è un rimedio pronto, à la carte, con tanto di garanzia e data di scadenza.

Qualcosa che brilla è il racconto corale di questi ragazzi e dei loro genitori. Di Mauro e di Arianna, che si ritrovano dopo essersi persi. Ma prima di perdersi, si erano riconosciuti. Ed è allo stesso tempo il racconto della nostra inadeguatezza: di adulti che non sono in grado di accettare e di cap…

E se provassimo a tuffarci nel dolore dell’adolescenza, invece di inventarci nuovi obblighi e divieti? Se provassimo a guardarli questi ragazzi che si tagliano, non mangiano, rispondono, rubano, picchiano, cercando dentro di loro qualcosa che brilla? Tirandola fuori, perfino. Michela Marzano lo fa in un romanzo che esce oggi per Rizzoli e che è un lungo viaggio nel cuore e nella mente di Gianpaolo, Noemi, Clara, Luca, Viola, Sara, Irene, Claudio. Ma anche di Mauro, il neuropsichiatra che ha capito che non tutti i dolori possono entrare in una casella. Non per tutte le ferite, c’è una pillola. Né per ogni caduta c’è un rimedio pronto, à la carte, con tanto di garanzia e data di scadenza.

Qualcosa che brilla è il racconto corale di questi ragazzi e dei loro genitori. Di Mauro e di Arianna, che si ritrovano dopo essersi persi. Ma prima di perdersi, si erano riconosciuti. Ed è allo stesso tempo il racconto della nostra inadeguatezza: di adulti che non sono in grado di accettare e di capire. Che vogliono risolvere, il più in fretta possibile, come se i figli fossero giocattoli rotti. «Cambiano i palliativi, non il dolore», scrive Marzano quando ricorda che l’adolescenza è sempre stata questa tempesta. E se i sintomi del dolore cambiano, non è perché sia poi così diverso da quello che tutti abbiamo provato. Sentito. Attraversato e poi, i più fortunati, lasciato andare.

E allora dov’è che tutto inizia? A dodici, tredici, quattordici anni. Forse dal bisogno di essere visti. Non giudicati, non spronati, non forzati, non indottrinati. Visti. Come la nonna di Arianna – che da paziente diventa terapeuta – ha saputo guardare il suo dolore e la sua lotta col cibo. Come quella di Claudio ha saputo capire il suo potenziale, e spinto il padre – un panettiere - a crederci anche lui. Perché «i ragazzi non vogliono genitori perfetti o che risolvano tutto per loro. Ma non vogliono nemmeno ritrovarsi di fronte a un muro di gomma, contro cui ogni cosa rimbalza senza lasciare traccia».

Non vogliono sentirsi chiedere: perché ci punisci? Cosa vuoi farci pagare? Cercano un luogo che comprenda come «dietro la paura c’è una storia, dietro il disagio una speranza». Nel romanzo, quel posto è il centro La Ginestra, che Mauro fonda con quest’idea eretica di mettere in relazione i frammenti di dolori diversi e fare in modo che si parlino, fino a comprendersi. Finanche a guarirsi. La Ginestra come la poesia di Giacomo Leopardi, il fiore che cresce sulle pendici di un vulcano, tra la lava e la roccia, e nonostante questo capace di sopravvivere.

Cos’altro è, l’adolescenza, se non un vulcano? Cos’altro è la realtà vista a quell’età, se non una roccia contro cui si rischia di infrangersi? Di cadere tante e tante volte fino a farsi in mille pezzi. E quindi solo insieme – nel gruppo che i ragazzi formano parlando con Mauro, ma soprattutto tra loro - si può capire che la forza, a volte, non è resistere a ogni costo, ma sapersi adattare. Trovare qualcosa che brilla anche nelle tenebre del dolore. Imparare a nuotare nelle acque scure. Non sperare che diventino limpide d’incanto, non aspettare che la comprensione di un padre mai arrivata compaia come per magia, che la rassegnazione di una madre svanisca, che il sadismo di un fidanzato non faccia male. Farne a meno, se serve. Cercare altri appigli, dentro e fuori di sé.

Marzano riesce a parlarci di tutto questo facendo vivere i suoi personaggi con uno sguardo che finalmente non giudica, ma indaga. Lo fa con la levità dei dialoghi adolescenziali e con la profondità di quelli tra Mauro e Arianna. Senza pedagogismi, senza perentorietà, senza arroganza. Il romanzo è una giostra di emozioni con cui non si può fare a meno di immedesimarsi. Siamo tutti stati donne che lottano col peso quando soffrono, o uomini che non sono capaci di uscire dalla loro corazza, o ragazzi che si vergognano di un padre violento e di una madre che pensano di dover proteggere. Oppure – ancora - ragazze che non riescono a sostenere le aspettative di chi le ha generate. E del mondo che le circonda.

«È sempre una questione di fiducia reciproca. Se una relazione si rompe, spetta a noi adulti scommettere sui ragazzi. Non è mai una certezza, è sempre una sfida. Ma spesso vale la pena di rischiare», dice Mauro in uno dei suoi colloqui con i genitori. Più duri di quelli con i ragazzi perché spesso, quei padri e quelle madri, non li comprende. Ancora più spesso – dentro di sé – li accusa. Gli adolescenti cui chiediamo di rientrare nei ranghi sono spesso lì ad aspettare un primo passo, e che a farlo siano gli adulti. Sono esposti alle nostre contraddizioni, ai tradimenti – di noi stessi e degli altri – alle frustrazioni, ai dolori repressi, ai segreti mai rivelati. Li portano dentro come segni che noi ci rifiutiamo di riconoscere.

Ma questa galassia di genitori manchevoli, confusi, che hanno fatto figli forse per convenzione, che rifuggono dalle responsabilità finché il conto non arriva durissimo – come per la madre di Clara – è pur sempre quella che cerca posti come La Ginestra. E che provano, fino alla fine, a stare nella relazione. Che sbagliano, si disperano, cadono, ma non fuggono perché sanno che mettere al mondo è solo l’inizio. È restare, che conta. Anche nelle acque scure. Anche nel mezzo dell’eruzione, alle pendici di un vulcano.

Il libro e l’incontro – Qualcosa che brilla di Michela Marzano (Rizzoli, pagg. 288 euro 19)

Incontro a Pordenonelegge il 20 settembre (ore 11, Largo San Giorgio) con Alberto Pellai e Barbara Tamborini

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