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Educhiamo i ragazzi alla fiducia non ai voti: come don Milani

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Introdurre i giovani in un mondo che diventerà il loro, significa accompagnarli verso una soglia. E lasciarli liberi. Seguendo l’esempio sempre vivo del priore di Barbiana
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«Gli esami vanno aboliti», scriveva don Milani. «Ma se li fate, siate almeno leali. Le difficoltà vanno messe in percentuale a quelle della vita. Se le mettete più frequenti avete la mania del trabocchetto. Come se foste in guerra coi ragazzi. Chi ve lo fa fare? Il loro bene?». Rileggere queste parole oggi, dopo le ultime proteste dei maturandi contro l’attuale sistema di valutazione, non è solo un esercizio di memoria. È un’occasione per interrogarci sul senso profondo dell’educazione, su che cosa significhi davvero diventare grandi. Cosa ci aspettiamo dai nostri figli o dai nostri studenti? Come possiamo aiutarli a crescere senza toglier loro la possibilità di sbagliare, cadere, ricominciare? In che modo accompagnarli se non offriamo loro modelli credibili cui ispirarsi?

Diventare grandi signi…

«Gli esami vanno aboliti», scriveva don Milani. «Ma se li fate, siate almeno leali. Le difficoltà vanno messe in percentuale a quelle della vita. Se le mettete più frequenti avete la mania del trabocchetto. Come se foste in guerra coi ragazzi. Chi ve lo fa fare? Il loro bene?». Rileggere queste parole oggi, dopo le ultime proteste dei maturandi contro l’attuale sistema di valutazione, non è solo un esercizio di memoria. È un’occasione per interrogarci sul senso profondo dell’educazione, su che cosa significhi davvero diventare grandi. Cosa ci aspettiamo dai nostri figli o dai nostri studenti? Come possiamo aiutarli a crescere senza toglier loro la possibilità di sbagliare, cadere, ricominciare? In che modo accompagnarli se non offriamo loro modelli credibili cui ispirarsi?

Diventare grandi significa poter contare su figure di riferimento, ma anche avere il diritto alla crisi, alla distanza, alla messa in discussione. Significa identificarsi, e poi separarsi. Imitare, ma anche prendere le distanze. Erik Erikson, psicologo dello sviluppo, lo spiegava già negli anni Sessanta: per consolidare la propria identità, gli adolescenti hanno bisogno di riconoscere figure da cui lasciarsi ispirare, ma anche di poterle contestare. È questo doppio movimento – andare verso e allontanarsi – che rende l’adolescenza turbolenta e vulnerabile, ma anche straordinariamente creativa. Ecco perché gli adulti – insegnanti, genitori, educatori – non possono limitarsi a essere modelli ideali. Devono mostrarsi per quello che sono: figure reali, in carne e ossa, contraddittorie e fallibili, ma pur sempre disponibili a esserci. In fondo, tutto comincia lì, nella qualità della relazione che si è (o meno) in grado di creare. In quello spazio fragile e decisivo in cui un adolescente decide se fidarsi oppure no, se restare o fuggire. Non si cresce davvero se prima non si è stati accolti, ascoltati, riconosciuti. Ma non si cresce nemmeno se non viene data poi l’opportunità di allontanarsi.

Un uomo libero. L'ultima lezione di don Lorenzo Milani

Come ricorda Hannah Arendt in Tra passato e futuro, educare significa «assumersi la responsabilità del mondo», ma anche avere il coraggio di affidarlo a chi verrà dopo di noi. Non per controllare, ma per liberare. Non per sorvegliare, ma per custodire. L’educazione è sempre un atto di fiducia: introdurre i giovani in un mondo che non è ancora il loro, sapendo che decideranno loro come viverci. Non si tratta tanto di trasmettere saperi o regole, quanto di costruire quello spazio intermedio tra i più piccoli e il mondo, dove pian piano, crescendo, ognuno potrà scoprire chi è, cosa desidera, verso dove incamminarsi. Senza imporsi, ma senza nemmeno ritirarsi, pienamente consapevoli del fatto che diventare adulti significa, prima o poi, andare via. E che il compito di chi educa non è trattenere, ma accompagnare fino alla soglia.

E poi c’è Blanchot. Così lontano da Arendt, eppure così vicino. Per lui, diventare sé stessi non è un atto di appropriazione, ma di disappropriazione. Non siamo mai del tutto padroni di noi stessi: siamo attraversati da un’alterità irriducibile che ci abita e ci eccede. L’infanzia, in questo senso, non è una tappa da superare, ma un tempo originario che resta con noi, che ci riapre sempre a un insieme di possibilità diverse. La sorgente di ogni gesto creativo, di ogni parola con cui proviamo a raccontarci. L’identificazione – con un maestro, un autore, un genitore – può offrire rifugio. Ma può anche diventare una prigione. Per questo, diventare adulti non significa trovare un’identità solida. Ma imparare ad abitare l’instabilità. Restare in ascolto. Continuare a scrivere – o a vivere – a partire da ciò che sfugge.

In un’epoca in cui l’autorità educativa è in crisi, in cui la parola degli adulti vacilla e le risposte appaiono sempre più astratte, scollegate dalla vita reale, non possiamo limitarci a elencare regole o a ripetere formule. Dobbiamo avere il coraggio di aprirci all’ascolto, soprattutto quando veniamo criticati, quando i ragazzi ci mettono in discussione, quando ci rinfacciano di non aver saputo ascoltare, di non aver capito, di aver mancato il bersaglio. In fondo, lo chiedeva già don Milani: «Sono i ragazzi che hanno sciupato voi o voi i ragazzi?».

Ognuno di noi è una storia che ha bisogno di essere detta e ascoltata. Una storia unica proprio perché imperfetta. È questo, in fondo, il compito che ci lega da una generazione all’altra: non pretendere di colmare tutte le mancanze, ma custodire la possibilità che da quelle mancanze possa nascere qualcosa di nuovo. Crescere non è mai un processo solitario: è sempre il risultato di relazioni, di promesse e di contraddizioni. Un patto tra generazioni che oggi, troppo spesso, abbiamo tradito.

Anticipiamo l’intervento che Michela Marzano terrà a Carpi il 21 settembre (ore 18) per il Festival Filosofia, dal 19 al 21 settembre a Modena, Carpi e Sassuolo. Tema: paideia

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