L’America crollerà quando finirà il suo softpower
di Donald SassoonNell’Ottocento, l’Italia dominava il campo dell’opera lirica e quello della musica popolare (con canzoni come ’O sole mio), pur mutuando sempre più storie dai romanzi francesi e britannici (Lucia di Lammermoor, Il barbiere di Siviglia, La traviata, etc.). La Germania, seguita da francesi e russi, dominava la musica strumentale. I francesi, i britannici e i russi dominavano il campo della narrativa. Gli americani arrancavano in praticamente tutti i campi della cultura, per quanto ci fossero alcune eccezioni popolari nel campo della narrativa (lette ancor oggi), come La capanna dello zio Tom, Huckleberry Finn di Mark Twain e le storie di Edgar Allan Poe. Dal punto di vista economico, tuttavia, l’America arrancava alle spalle dell’Europa e solo pochi europei compravano prodotti americani.
Nell’Ottocento, l’Italia dominava il campo dell’opera lirica e quello della musica popolare (con canzoni come ’O sole mio), pur mutuando sempre più storie dai romanzi francesi e britannici (Lucia di Lammermoor, Il barbiere di Siviglia, La traviata, etc.). La Germania, seguita da francesi e russi, dominava la musica strumentale. I francesi, i britannici e i russi dominavano il campo della narrativa. Gli americani arrancavano in praticamente tutti i campi della cultura, per quanto ci fossero alcune eccezioni popolari nel campo della narrativa (lette ancor oggi), come La capanna dello zio Tom, Huckleberry Finn di Mark Twain e le storie di Edgar Allan Poe. Dal punto di vista economico, tuttavia, l’America arrancava alle spalle dell’Europa e solo pochi europei compravano prodotti americani.
In Europa, il vantaggio culturale non era automaticamente correlato alla potenza militare. In termini di potere politico, Francia e Gran Bretagna erano di gran lunga le principali potenze coloniali, eppure non dominavano sull’Europa. La forza britannica risedeva nella marina, non nell’esercito. I francesi avevano perso le guerre napoleoniche ed erano stati sconfitti dai tedeschi nel 1870. I russi avevano perso la Guerra di Crimea e quella contro il Giappone (1904-’05).Nell’Ottocento, la cultura popolare esisteva a stento. Le classi medie, essendo alfabetizzate, leggevano dei libri e si godevano la musica a casa o nelle sale da concerto.
La gente comune, in larga parte analfabeta, non aveva accesso alla musica, a parte quella popolare e quella sacra, che si poteva ascoltare in chiesa. La situazione cambiò nel Novecento, in larga parte a vantaggio degli Usa.Il fattore chiave furono le innovazioni sviluppate verso la fine dell’Ottocento: il cinema, la registrazione su grammofono e la radio. Furono araldi dell’alba di una nuova era e di una nuova industria culturale trainata dalla tecnologia. La rivoluzione nella comunicazione avrebbe così trasformato gli Usa in potenza egemone in tutte le principali forme culturali. Progressivamente, britannici e francesi persero terreno – così come, ovviamente, i Paesi più arretrati, che non recuperarono mai. Per gli Europei, non c’era da restare sorpresi.
Quanto a dimensione del mercato e ricchezza, gli Usa erano al passo con tutti. Il loro sviluppo economico fra il 1860 e il 1910 era stato straordinario. Nel 1900 gli Usa avevano la più vasta rete ferroviaria al mondo ed erano i principali produttori di acciaio. Nel 1910 la popolazione statunitense era la più elevata in tutto il mondo industrializzato, grazie a un alto tasso di nascita e all’immigrazione di massa. Gli Usa erano anche diventati una delle principali potenze manufatturiere, che esportava in Europa un enorme quantitativo di beni di consumo con marchi quali Singer per le macchine da cucire, Kodak per le fotocamere, Gillette per i rasoi, Arrow per le camicie, Maxwell House per il caffè in polvere, Waterman per le penne, ed Edison per le lampadine.Fino alla Prima guerra mondiale, gli europei dominavano il cinema globale.
Dei milleduecento film usciti negli Usa nel 1907, solo quattrocento erano americani. Fra le varie città degli Usa, nel 1905, c’era solo qualche nickleodeon. Nel 1910, negli Stati Uniti c’erano diecimila cinema.La spiegazione più decisiva del successo della cultura popolare americana resta comunque la peculiarità del suo mercato. L’ingente immigrazione degli anni ’80 e ’90 dell’Ottocento aveva introdotto una popolazione che costituiva un microcosmo europeo: non solo irlandesi e inglesi, ma anche italiani e polacchi, tedeschi e russi, ebrei e scandinavi, oltre agli ex schiavi freschi di emancipazione. Per avere successo in questo mercato, era necessario produrre una merce che soddisfacesse tutti questi gruppi, o quanti più fra loro, e che pertanto non andava calibrata sulle specificità di una nazione. Non poteva essere specificamente irlandese o tedesca, svedese o italiana. Una volta testato su questo formidabile mercato diversificato, il film, la canzone o il fumetto era pronto ad attraversare l’Atlantico e a conquistare il mondo.
Ulteriore vantaggio per gli Usa era che, a differenza di gran parte dei Paesi europei ed extraeuropei, era al riparo da attacchi stranieri (Pearl Harbor è rimasta l’unica eccezione). Gli Usa contribuirono in misura limitata alla Prima guerra mondiale e, quando le loro truppe sbarcarono in Europa nel 1943-’44, la Germania nazista aveva già perso contro l’Urss. Gli Usa si trovavano dunque nella posizione ideale per trarre vantaggio dalla notevole crescita economica del periodo successivo al 1945. Ciò accadde quando il suo già considerevole soft power era cresciuto incommensurabilmente: i suoi film, programmi tv e motivetti popolari venivano imitati in lungo e in largo nel resto del mondo.
La cultura popolare cinese, almeno finora, viene consumata soprattutto da cinesi; i cosiddetti film di Bollywood, da indiani; la Nigeria è il principale produttore africano di film, che di rado però diventano globali. Ci sono telenovele brasiliane e messicane, ma il grosso della produzione narrativa è occidentale. La musica occidentale è stata adottata altrove, magari trasformata alla bisogna: basti pensare al notevole successo del K-pop coreano in Asia. Oggi gli Usa hanno perso terreno nel campo manifatturiero, soprattutto nei confronti della Cina. Il software (Microsoft, Apple) è americano, ma la schiacciante maggioranza dell’hardware è prodotto in Cina. Quando è iniziata la rivoluzione di internet, gli Usa sono stati pronti a trarne vantaggio, benché non fosse interamente stato sviluppato da loro: il World Wide Web fu inventato da uno scienziato informatico inglese (Tim Berners-Lee) che lavorava al CERN (un’organizzazione intergovernativa con sede a Ginevra).
Nel 1980, le prime sette aziende del mondo erano tutte americane, a parte Shell, e quattro di loro si occupavano di estrarre petrolio e gas. Le prime due erano IBM e AT&T. La settima era la General Motors. Oggi, la situazione è del tutto cambiata. Le prime sette (le “magnifiche sette”) sono tutte americane, ma non sono le stesse del 1980 e, a parte Tesla (in parte prodotta in Cina) e Amazon (vendita online) sono tutte tech: Apple, Alphabet, Meta, Microsoft, Nvidia. È qui che risiede il nuovo soft power americano. Per quanto ancora, però? TikTok è cinese, come l’intelligenza artificiale DeepSeek. Il comportamento strambo di Trump ha esasperato l’antiamericanismo globale, e la formidabile forza militare americana ha parimenti fallito in Vietnam, Afghanistan, Iraq e altrove.
Gli Usa guardano alla Cina come a una minaccia per il primato statunitense. Pensano che una guerra dei dazi bloccherà la continua ascesa cinese. Ciò che farà, invece, sarà accelerare il declino americano.
(Traduzione di Antonio Gurrado)
L’autore terrà la sua lezione nell’ambito del FestivalFilosofia programma a Modena, domenica 21 settembre, ore 18