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Sparta torna di attualità ma solo Atene può salvarci

Rappresentazione di un soldato spartano 

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Un saggio di Andrew Bayliss racconta le vicende dell’antica violenta città-stato, oggi rievocata anche da Netanyahu
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Una recensione apparsa sul Times preannuncia l’uscita di un libro di Andrew Bayliss dal titolo Sparta: The Rise and Fall of an Ancient Superpower. Per la verità, questo articolo non lascia intuire molto sulla natura e l’impianto del libro. Alla fin fine il recensore si limita a riportare una collezione di singolarità, bizzarrie, motti fulminanti e così via, del genere che sin dall’antichità hanno reso celebre l’immagine di Sparta, e dei suoi abitanti, per la loro eccezionalità. Basta ricordare la volta in cui Filippo II di Macedonia dichiarò che, se avesse invaso Sparta, l’avrebbe sconfitta. E gli Spartani risposero: «Se». La tipica laconicità spartana, come si usa dire con una tautologia, visto che il nostro aggettivo “laconico”, cioè che parla poco, significa originariamente «abitante della Laconia», ossia Spartano. Del resto chi voglia divertirsi a raccogliere aneddoti di questo genere si trova il lavoro già fatto da Plutarco, in un’operetta che si intitola appunto Detti memorabili…

Una recensione apparsa sul Times preannuncia l’uscita di un libro di Andrew Bayliss dal titolo Sparta: The Rise and Fall of an Ancient Superpower. Per la verità, questo articolo non lascia intuire molto sulla natura e l’impianto del libro. Alla fin fine il recensore si limita a riportare una collezione di singolarità, bizzarrie, motti fulminanti e così via, del genere che sin dall’antichità hanno reso celebre l’immagine di Sparta, e dei suoi abitanti, per la loro eccezionalità. Basta ricordare la volta in cui Filippo II di Macedonia dichiarò che, se avesse invaso Sparta, l’avrebbe sconfitta. E gli Spartani risposero: «Se». La tipica laconicità spartana, come si usa dire con una tautologia, visto che il nostro aggettivo “laconico”, cioè che parla poco, significa originariamente «abitante della Laconia», ossia Spartano. Del resto chi voglia divertirsi a raccogliere aneddoti di questo genere si trova il lavoro già fatto da Plutarco, in un’operetta che si intitola appunto Detti memorabili degli Spartani, in ordine alfabetico per autore dei medesimi detti.

Sia come sia, l’uscita del libro di Bayliss non ha in sé nulla di strano, anche in Europa i saggi sulla Grecia antica si moltiplicano. Cosa colpisce dunque nella sua apparizione? Senza dubbio una coincidenza, certo non voluta né dall’autore né dal recensore: ossia che poco meno di una settimana fa Benjamin Netanyahu, in occasione di una conferenza economica tenuta a Tel Aviv, ha promesso che Israele diventerà una “Supersparta”. Tanto che di colpo i media si sono ritrovati a chiedersi a quali specifici aspetti della storia e della cultura spartana il premier israeliano intendesse riferirsi. Per quanto ne sappiamo, è molto probabile che Netanyahu intendesse evocare l’indiscussa potenza bellica di Sparta, tanto più straordinaria quanto più si considera la sua piccolezza e il numero esiguo dei suoi abitanti. Un po’ come Israele, deve aver pensato il premier, un piccolo stato perennemente in guerra (vittoriosa) con una molteplicità di vicini molto più grandi di lui. In realtà il parallelo scelto da Netanyahu, se ci si sofferma un momento a riflettere, contiene implicazioni ancora più sinistre di quella che di primo acchito si presenta alla mente.

La fortuna di Sparta inizia infatti con l’invasione di una regione limitrofa, la Messenia, che fruttò ai proprietari Spartani migliaia di appezzamenti agricoli da far coltivare agli antichi abitanti ridotti in schiavitù. Chi ha orecchie per intendere, intenda. Quanto alla costituzione politica della città, niente di più lontano dalla democratica Atene. A Sparta un gruppo ristretto di aristocratici, detti gli “Uguali”, deteneva tutto il potere; mentre una numerosa popolazione di “Perieci”, letteralmente «Quelli che abitano intorno», potevano sì dedicarsi ad agricoltura, artigianato e commercio, senza però godere dei diritti civili. Infine c’erano gli Iloti, una numerosissima popolazione di veri e propri schiavi, in gran parte Messeni, che non solo lavoravano per i loro padroni spartani, ma da essi erano trattati con estrema crudeltà. Basti dire che durante la cerimonia di iniziazione per il passaggio all’età adulta, detta Krypteia (“il nascondimento”), i giovani spartani si dedicavano ad una vera e propria caccia all’Ilota, come se si fosse trattato di un animale: il poveretto che capitava nelle mani di questi “nascosti” poteva essere tranquillamente ucciso. Inutile dire che questo costume, in particolare, rende il paragone fra Israele e Sparta (anzi una Supersparta) più sinistro che mai.

C’è comunque un ulteriore motivo per cui l’uscita del libro di Bayliss, soprattutto nel contesto degli Stati Uniti attuali, suscita qualche inquietudine. Sparta non fu solo una grande caserma (come «l’universal caserma prussiana» di cui parlava Vittorio Alfieri), come tale già deprecabile: fu anche una città che, a differenza di Atene, poco o niente donò alla cultura. Alla raffinata eloquenza della rivale oppose un linguaggio rustico e secco; non produsse filosofi, solo rari poeti, e unicamente all’inizio della propria evoluzione; perfino il pessimo sapore del suo brodo, la vivanda “identitaria” degli Spartani, divenne presto leggendario. Non da Sparta, ma da Atene, può giungere salvezza all’America di Donald Trump.

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