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Valeria Luiselli: “L’estremismo ci sta rubando le parole”

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L’impegno civile. I confini da abbattere. La letteratura come salvezza. Parla la scrittrice messicana che il 3 ottobre riceve a Torino il premio Mondello
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Piange Valeria Luiselli, quando, seduta in una stanza piena di luce e di piante nella sua casa di New York, accenna a Flotilla: «A bordo c’è umanità». Scrittrice messicana, 42 anni, cresciuta tra la Corea del Sud, il Sudafrica e l’India, oggi negli States, è la grande narratrice dei confini. Con il suo romanzo Archivio dei bambini perduti ha raccontato il muro tra Stati Uniti e Messico e le storie degli adolescenti costretti ad attraversarlo da soli. Innamorata dell’Italia (da dodici anni, da quando ha scoperto la Sicilia, ci torna ogni estate), oggi sarà a Torino per ricevere il premio Mondello autori stranieri: glielo ha assegnato Donatella Di Pietrantonio, giudice monocratica, «per aver esplorato con una lingua viva e pulsante temi come il genocidio dei nativi, le migrazioni, la devastazione ambientale, le storie del confine tra Stati Uniti e Messico». Finora pubblicata in Italia dalla casa editrice indipendente La Nuova Frontiera, nel 2026 sarà in libreria con Einaudi: Beginning, …

Piange Valeria Luiselli, quando, seduta in una stanza piena di luce e di piante nella sua casa di New York, accenna a Flotilla: «A bordo c’è umanità». Scrittrice messicana, 42 anni, cresciuta tra la Corea del Sud, il Sudafrica e l’India, oggi negli States, è la grande narratrice dei confini. Con il suo romanzo Archivio dei bambini perduti ha raccontato il muro tra Stati Uniti e Messico e le storie degli adolescenti costretti ad attraversarlo da soli. Innamorata dell’Italia (da dodici anni, da quando ha scoperto la Sicilia, ci torna ogni estate), oggi sarà a Torino per ricevere il premio Mondello autori stranieri: glielo ha assegnato Donatella Di Pietrantonio, giudice monocratica, «per aver esplorato con una lingua viva e pulsante temi come il genocidio dei nativi, le migrazioni, la devastazione ambientale, le storie del confine tra Stati Uniti e Messico». Finora pubblicata in Italia dalla casa editrice indipendente La Nuova Frontiera, nel 2026 sarà in libreria con Einaudi: Beginning, middle, end, è la storia di una madre e di una figlia e del loro viaggio in Sicilia.

Luiselli, oggi gli scrittori e le scrittrici devono prendere posizione?

«Chi ha una voce pubblica deve utilizzarla per difendere i valori di umanità che stiamo smarrendo; per difendere il linguaggio che il potere sta manomettendo. Ci stanno rubando le parole: dobbiamo salvare il nostro diritto all’immaginazione».

Manomettere le parole significa ridefinire la verità?

«Il potere sta cambiando i nomi delle cose. La grande autrice spagnola María Moliner scrisse un dizionario mentre affrontava l’Alzheimer. In questo processo di Alzheimer globale che stiamo vivendo, dobbiamo fermarci a riflettere sulle parole, dobbiamo prestare attenzione a quelle che diciamo e a quelle che ci vengono dette. È urgente, importante, decisivo».

Luiselli alterna l’inglese a un dolcissimo italiano: la sua famiglia ha origini nel nord. Lei è una cittadina del mondo, cresciuta immersa in lingue e culture diverse insieme al padre diplomatico e alla madre che lavorava per le ong.

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Che cosa sono i confini?

Cerca una foto nel suo archivio e la mostra. Due uomini in vetta a una montagna che piazzano un obelisco in mezzo al nulla. «Era la fine dell’Ottocento, il primo tentativo di fissare confini tra Messico e Stati Uniti: una frontiera immaginaria. La foto è emblematica: i confini sono un controsenso, un’idea obsoleta. Non li vediamo ma li accettiamo e hanno conseguenze molto reali: per esempio i centri nazionali di detenzione, un incubo materializzato che abbiamo lasciato esistere».

Dentro ai confini non c’è però anche un’identità, un’appartenenza?

«È impossibile vivere nel mondo senza la connessione a una comunità, a una lingua, a delle pratiche, a delle usanze. Questo rende umano l’essere umano. Ma, allo stesso tempo, molte identità sono state negate. Penso ai popoli indigeni negli Stati Uniti. C’è qualcosa di sinistro nel potere quando nega il diritto all’esistenza: è la stessa cosa che avviene oggi in Palestina».

I suoi romanzi sono in parte reportage: foto, voci, appunti. Le immagini dei bambini che attraversano il confine tra Stati Uniti e Messico e quelle che arrivano da Gaza cosa ci dicono?

«Che stiamo assistendo alle forme più orribili di guerra che il mondo abbia mai conosciuto. Quelle immagini ci schiacciano sotto al loro peso. Allo stesso tempo, ci fanno pensare che tutto quello che facciamo è inutile: continuare a battere la testa contro un muro che non si muove. Ci fanno capire quanto poco potere abbiamo come singoli e quanto siano fragili le nostre istituzioni. Ma allo stesso tempo ci chiamano a un grande cambiamento, perché mostrano fino a che punto la politica abbia tradito l’umanità».

Lei non ha risparmiato critiche nemmeno ai democratici e a Obama, ma cosa significa oggi vivere nell’America di Trump?

«Significa vivere in tempi che somigliano molto a quelli di dittature e governi fascisti. Da un lato la vita quotidiana continua in modo apparentemente normale, ma in verità le nostre esistenze diventano sempre più piccole, il nostro spazio si restringe. La libertà si perde poco a poco: non vuoi più prendere posizione pubblicamente, non vuoi più esporti. Io sto scrivendo un libro sui centri di detenzione, ma penso già a come non pubblicizzarlo troppo negli Stati Uniti. Lo scriverò in spagnolo. Il Paese diventa sempre più chiuso e intanto le risorse sottratte all’istruzione, alle università, vengono investite nel controllo e nella sorveglianza».

Lei scrive sia in spagnolo sia in inglese. Le era mai successo di scegliere una lingua per paura?

«No, mai. E questo dà l’idea del clima nel quale viviamo».

Ha scritto molto delle contraddizioni del sistema carcerario americano. Gli Usa non erano la più grande democrazia del mondo?

«Avrebbero dovuto esserlo. Negli Stati Uniti, già durante la Seconda guerra mondiale, tutte le persone di origine giapponese furono mandate in campi di internamento. È una forma di segregazione e di confinamento che il sistema ha imposto e che oggi continua ad avere nuove e aggiornate versioni. È un sistema profondamente radicato, difficile da comprendere dall’esterno, ma che mostra come lo Stato federale gestisca le relazioni con i suoi cittadini anche attraverso la punizione e l’esclusione».

Si è spesa anche per il clima: andiamo verso la catastrofe?

«C’è da aver paura, ma penso che la letteratura non debba restare ancorata solo a una prospettiva apocalittica. Perché il racconto senza speranza ci posiziona su una strada senza uscita. Dobbiamo coltivare la bellezza. Dobbiamo usare le parole che ci stanno togliendo per scrivere del mondo che vogliamo. E così renderlo reale. Flotilla mi dà speranza».

L’appuntamento

Il 3 settembre alle 18,30 al Circolo dei lettori di Torino, Valeria Luiselli riceverà il Premio Mondello autore straniero e dialogherà, nell’ambito del festival Portici di Carta, con Donatella Di Pietrantonio. Il 4 settembre alle 17 sarà ospite della fiera Book Pride al Palazzo Ducale di Genova: partecipa a un incontro con Annalena Benini

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