Se la tirannia nata dal basso attraverso i social media presenta in molti casi uno stile diverso dall’autoritarismo dall’alto tipico dell’era industriale, il risultato è però simile: l’intimidazione del dissenso attraverso il presunto monopolio della virtù. «Se non sei d’accordo con noi, non soltanto sei nel torto ma hai anche un difetto morale, e quindi non basta che tu sia denunciato, devi essere distrutto». Ricordate che sia il nazismo sia il comunismo erano ideologie utopistiche. Nella mente dei loro seguaci erano sistemi di virtù, e proprio per questo hanno spalancato panorami inediti alla tirannia. Lo ribadisco: nonostante Hitler, Stalin e Mao siano morti, non ci siamo ancora sbarazzati della tirannia.
E non parlo solo di Putin, Xi e degli altri dittatori che infestano le relazioni internazionali; mi riferisco a nuove e più sottili forme di coercizione nelle nostre società. È il desiderio di purezza e di virtù che, unito ai social media e ad altre forme di tecnologia delle comu…
Se la tirannia nata dal basso attraverso i social media presenta in molti casi uno stile diverso dall’autoritarismo dall’alto tipico dell’era industriale, il risultato è però simile: l’intimidazione del dissenso attraverso il presunto monopolio della virtù. «Se non sei d’accordo con noi, non soltanto sei nel torto ma hai anche un difetto morale, e quindi non basta che tu sia denunciato, devi essere distrutto». Ricordate che sia il nazismo sia il comunismo erano ideologie utopistiche. Nella mente dei loro seguaci erano sistemi di virtù, e proprio per questo hanno spalancato panorami inediti alla tirannia. Lo ribadisco: nonostante Hitler, Stalin e Mao siano morti, non ci siamo ancora sbarazzati della tirannia.
E non parlo solo di Putin, Xi e degli altri dittatori che infestano le relazioni internazionali; mi riferisco a nuove e più sottili forme di coercizione nelle nostre società. È il desiderio di purezza e di virtù che, unito ai social media e ad altre forme di tecnologia delle comunicazioni, si fa particolarmente acuto, poiché mette il potere nelle mani dei giovani, comprensibilmente più avvezzi delle vecchie generazioni a usare i nuovi prodotti informatici e digitali. Anche questo contribuisce ad agitare lo spettro di folle dal basso particolarmente spaventose, dal momento che i giovani per definizione non possono essere trattenuti dai ricordi del passato e dei gravi errori commessi. L’esito di questa coercizione operata dalla massa è una diffusa autocensura: la pietra angolare di ogni forma di totalitarismo.
Poiché al cuore dell’Occidente storico c’è fondamentalmente la libertà dell’individuo di innalzarsi al di sopra della massa, la teoria di Spengler del tramonto della nostra civiltà potrebbe essere corretta, per motivi che lui nemmeno immaginava. Naturalmente, come abbiamo visto, il meccanismo può funzionare pure in senso opposto: in Iran, i social media nelle mani dei giovani possono reinventare l’Occidente all’interno di una tirannia reazionaria. Per questo, pur sottolineando i pericoli delle nuove tecnologie e delle nuove modalità di formazione delle masse, sono consapevole che potrebbero portare anche a svolte positive. Ma in ogni caso, la geopolitica diventerà sempre più imprevedibile e tumultuosa. I regimi buoni e cattivi in giro per il mondo staranno costantemente sul chi vive, esasperando un’ansia generalizzata e un senso di claustrofobia reminiscente di Weimar, dove la vita pubblica e la politica erano sempre in preda all’agitazione. E le due cose sono intrecciate, visto che tutto ormai sembra appartenere alle categorie del politico.
Il tramonto dell’Occidente è iniziato non soltanto con l’ascesa e l’elaborazione delle città tetre e «irreali» di cui parla Eliot, disconnesse dal suolo e sotto l’attacco delle passioni della massa, della Terra desolata. Il modernismo è simbolo di indifferenza al (e indipendenza dal) passato, nella direzione di quello che i marxisti chiamano «progresso»: un allontanamento dalle tradizioni sacre, con i loro limiti autoimposti, sulla spinta di un processo che ha incoraggiato la disgregazione e l’estremismo. Lo stesso termine moderno suggerisce l’accantonamento, in quanto primitivo, di tutto ciò che è venuto prima. Il modernismo è una rottura delle regole. Svincolata dal passato e dalle sue tradizioni sacre, la politica moderna ha reinventato secondo modalità più estreme e ideologiche le identità di gruppo, etniche e religiose. Secondo Carl E. Schorske, studioso della Vienna primonovecentesca all’università di Princeton, questo ha controintuitivamente liberato nella politica delle «forze istintive», ovvero delle emozioni pure.
La Vienna di quel periodo produsse non soltanto la perturbante arte moderna di Gustav Klimt e Oskar Kokoschka, ma pure le teorie psico-sessuali di Sigmund Freud, e l’antisemitismo ideologico di massa di Karl Lueger, legato in linea diretta ad Adolf Hitler. «Nel nostro secolo [il XX]», scrive Schorske, «l’uomo razionale ha dovuto far posto all’uomo psicologico: creatura assai più completa, ma anche più pericolosa e fervida. Quest’uomo di nuovo conio non si limita a essere un animale razionale, ma è una creatura dotata di istinti, pervasa da emozioni».
Da queste creature «dotate di istinti e pervase da emozioni» ebbe origine la politica razziale in senso moderno del sindaco di Vienna Karl Lueger e dell’aggressivo politico austriaco antisemita e pangermanista Georg von Schönerer. Theodor Herzl, anch’egli una personalità importante della Vienna di quel periodo e padre del sionismo politico, era a sua volta, secondo Schorske, un tipico prodotto del suo tempo: la sua reazione all’antisemitismo, infatti, non fu il liberalismo, ma un movimento nazionale basato sulla razza e l’etnia, per quanto moralmente giustificato. Lueger, von Schönerer e Herzl reagirono tutti, ciascuno a modo suo, alla perdita del tradizionale senso di appartenenza che faceva appello a un bisogno reazionario di identità. (…) Il destino degli uomini e delle donne non era necessariamente quello di diventare liberali. Potevano anche essere tribali e definire se stessi in termini ideologici moderni sulla base della geografia, dell’appartenenza al gruppo, dell’etnicità e/o della religione.
E dalla fine dell’Ottocento a oggi — aumentando progressivamente di velocità — questo processo ha portato all’indebolimento della civiltà occidentale, dal momento che tutte le civiltà si basano fino a un certo punto — come ci ha insegnato Freud — sulla repressione degli istinti, tribali e non solo. Essere civilizzati, infatti, significa giudicare le persone in quanto individui, non in quanto membri di una razza o di un gruppo etnico, e significa anche reprimere continuamente i propri istinti naturali, momentanei, per non entrare in conflitto con la legge o essere esclusi dal consesso civile. La civiltà è però in continua mutazione. L’ininterrotta decadenza dell’Occidente si manifesta non soltanto nelle tensioni razziali che vanno di pari passo con le nuove barriere alla libertà di espressione, ma persino nel deterioramento delle regole di abbigliamento, nel disinteresse per la grammatica, nel calo delle vendite di libri importanti e della musica classica e così via, ovvero nella crisi di tutto ciò che tradizionalmente si pone come un segno di civiltà.
Qualcuno potrebbe controbattere che si tratta semplicemente di un’evoluzione degli stili, e che è proprio questo a rendere la società più democratica, dal momento che cose come la grammatica corretta, la musica classica e i libri seri sono solo convenzioni dell’élite che le masse e la cultura popolare rigettano. Può darsi che sia vero, ma è esattamente questa evoluzione degli stili, nonché dei media, della politica, dell’intrattenimento e via dicendo, a registrare un cambiamento culturale, che può portare al tramonto della civiltà di cui parla Spengler.
Testo tratto dal libro. © 2025 by Robert D. Kaplan / © 2025 by Marsilio Editori
IL LIBRO
Il secolo fragile, di R. D. Kaplan, Marsilio. Traduzione A.Taroni e S. Travagli pagg. 208, euro 19