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Édouard Louis: “La mia Francia teatro della lotta di classe”

Edouard Louis (Photo by JOEL SAGET / AFP)

 

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Figlio della classe operaia, lo scrittore riflette da sempre sull’impatto del potere nelle vite dei poveri. E qui dice: “Oggi i dominati partecipano della propria oppressione”
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«Una volta la borghesia disprezzava i poveri, ma si vergognava a dirlo. Ora non più». Édouard Louis torna a riflettere sulla violenza di classe, tema che attraversa tutta la sua opera e si ritrova anche nel nuovo romanzo Monique evade (uscirà in Italia, tradotto da La Nave di Teseo, il prossimo 28 novembre), dedicato a sua madre. Lo scrittore francese, 32 anni, tra gli intellettuali più ascoltati della sua generazione, è stato ospite della Triennale di Milano in collaborazione con il festival Moby Dick, per una serie di incontri sulle disuguaglianze raccontate attraverso letteratura, fotografia e sociologia.

Come legge questa nuova fase di proteste sociali e contestazioni in piazza in Francia?

«Viviamo una situazione simile a quella di altri paesi, dove si è creata una concentrazione delle ricchezze sempre più ineguale. Non è un’opinione, ma un fatto. Le classi popolari si impoveriscono, mentre milionari e miliardari vedono crescere fortune moltiplicate per sette, otto, dieci. Per i m…

«Una volta la borghesia disprezzava i poveri, ma si vergognava a dirlo. Ora non più». Édouard Louis torna a riflettere sulla violenza di classe, tema che attraversa tutta la sua opera e si ritrova anche nel nuovo romanzo Monique evade (uscirà in Italia, tradotto da La Nave di Teseo, il prossimo 28 novembre), dedicato a sua madre. Lo scrittore francese, 32 anni, tra gli intellettuali più ascoltati della sua generazione, è stato ospite della Triennale di Milano in collaborazione con il festival Moby Dick, per una serie di incontri sulle disuguaglianze raccontate attraverso letteratura, fotografia e sociologia.

Come legge questa nuova fase di proteste sociali e contestazioni in piazza in Francia?

«Viviamo una situazione simile a quella di altri paesi, dove si è creata una concentrazione delle ricchezze sempre più ineguale. Non è un’opinione, ma un fatto. Le classi popolari si impoveriscono, mentre milionari e miliardari vedono crescere fortune moltiplicate per sette, otto, dieci. Per i miei fratelli e le mie sorelle pagare una bolletta o un affitto è sempre più difficile. È così che nasce la rabbia».

Sotto accusa c’è anche Emmanuel Macron?

«Con Macron abbiamo visto l’importazione in politica di un modello imprenditoriale, piramidale e autoritario. Negli ultimi anni ci sono state mobilitazioni enormi, dai gilet gialli alle lotte dei ferrovieri, fino ai cortei contro la riforma delle pensioni, eppure il governo si è irrigidito su una linea sempre più conservatrice e di destra. L’incontro tra disuguaglianze crescenti e questo modo di governare produce collera, frustrazione, ma anche tristezza. Non bisogna dimenticare la tristezza che la politica genera nelle classi popolari. C’è la difficoltà a vivere, a nutrirsi, a crescere i propri figli. Le decisioni politiche non sono mai astratte. Hanno conseguenze intime, brutali. Basti pensare al taglio dei sussidi per l’affitto: dicevano «sono solo 5 euro in meno al mese». Ma 5 euro significano due giorni in più a bussare alla porta di una vicina per chiedere un pacco di pasta».

C’è anche una nuova brutalità nel linguaggio politico.

«La destra ha esultato per la fine del ‘politicamente corretto’, che io chiamo invece la scomparsa di una sorta di vergogna progressista. Quando c’è una sinistra forte, quando i movimenti femministi e operai hanno voce, la destra si vergogna a dire ciò che pensa davvero delle donne, dei gay, dei neri, dei poveri. Il politicamente corretto non era censura, ma il segno dell’egemonia culturale della sinistra. Oggi che la sinistra si è indebolita, la vergogna è sparita. I repubblicani americani insultano le donne, Macron parla con disprezzo delle classi popolari. Non c’è più alcun imbarazzo».

L’empatia verso i ceti più poveri viene dimostrata dai movimenti più radicali?

«Ci sono però differenze enormi. La sinistra radicale ha un’empatia reale per le classi popolari, perché fa parte del suo progetto politico aumentare i minimi sociali, tassare i ricchi, garantire l’uguaglianza scolastica. L’estrema destra invece usurpa questo discorso. Dove governa, i poveri si impoveriscono. Purtroppo ciò non impedisce ai dominati di continuare a identificarsi con l’estrema destra. È la contraddizione del nostro tempo. Io stesso, cresciuto in una famiglia che viveva di sussidi, sentivo i miei genitori lamentarsi che “la gente è troppo assistita”. È l’interiorizzazione della dominazione. Come ha spiegato Pierre Bourdieu, i dominati partecipano alla propria oppressione».

L’anti-wokismo è un nuovo carburante ideologico?

«La questione del genere e della mascolinità è centrale. L’anti-wokismo non è, come sarebbe normale, una critica legittima. È l’espressione di una brutalità contro donne, persone Lgbt, persone trans. Negli Stati Uniti, al momento dell’elezione di Trump, c’era già una precarietà enorme, eppure tante persone non hanno votato per chi proponeva ospedali e scuole, ma per chi prometteva di perseguitare gay o trans. È spaventoso immaginare un povero a cui si offre più scuola e lui risponde “preferisco aggredire un trans”».

Ha scritto spesso sugli eccessi di mascolinità. Come si lega alla politica di oggi?

«Più si è poveri, più la mascolinità aggressiva diventa una risorsa simbolica. La mascolinità è la ricchezza dei poveri. È un circolo vizioso. I maschilisti votano per chi li impoverisce, e l’impoverimento rafforza il bisogno di mascolinità aggressiva. Tra i dominanti come Trump, Putin o certi miliardari, la mascolinità compensa invece una povertà mentale evidente».

L’avanzata dell’estrema destra è un fenomeno globale. La Francia è ancora al riparo?

«Per ora sì, grazie al front républicain, che spinge a votare per un altro candidato pur di fermare l’estrema destra. Anche io mi sono trovato a scegliere Macron al ballottaggio, ma con la strana sensazione di votare contro Le Pen e al tempo stesso per Le Pen. Sono proprio le politiche neoliberali a creare le condizioni che alimentano l’estrema destra e la repressione. Ero in piazza con i gilet gialli e ho avuto paura. La polizia sparava sui manifestanti, ci sono stati mutilati, persone che hanno perso occhi e mani. Oggi lo vediamo anche con le proteste pro-palestinesi. È il modello thatcheriano, ovvero politiche a favore dei ricchi, impoverimento dei poveri, repressione poliziesca. Thatcher era una donna. È la prova che appartenere a una categoria dominata non rende automaticamente rivoluzionari».

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