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Il cammino di Pasqualotto lungo le vie dell’Oriente

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Scompare il filosofo che ha saputo raccontare l’incontro con il Buddhismo come una fusione di orizzonti culturali
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Vedere l’arte nell’ottica della vita: riflettendo sulla propria avventura intellettuale, Giangiorgio Pasqualotto, spentosi ieri all’età di 79 anni, scelse le parole di Nietzsche per indicare il proprio turning point, dagli iniziali interessi per l’estetica come filosofia dell’arte a un diverso modo di far filosofia, che lo avrebbe condotto a misurarsi con ambiti culturali lontanissimi dalla tradizione italiana.

Laureatosi a Padova nel 1969 con una tesi sull’estetica tecnologica di Max Bense, Pasqualotto aveva ben presto abbandonato ogni interesse per i problemi dell’estetica neoidealistica, orientando i suoi primi studi sui francofortesi, Horkheimer e Adorno, sperimentando ammirazione e, insieme, delusione per un esito critico che, nel denunciare la pervasività dei processi di mercificazione artistica e culturale, privava il pensiero di qualunque riserva ulteriore di senso che non fosse la pura e semplice confessione della propria impotenza.

Abbandonare il terreno dell’estetica come d…

Vedere l’arte nell’ottica della vita: riflettendo sulla propria avventura intellettuale, Giangiorgio Pasqualotto, spentosi ieri all’età di 79 anni, scelse le parole di Nietzsche per indicare il proprio turning point, dagli iniziali interessi per l’estetica come filosofia dell’arte a un diverso modo di far filosofia, che lo avrebbe condotto a misurarsi con ambiti culturali lontanissimi dalla tradizione italiana.

Laureatosi a Padova nel 1969 con una tesi sull’estetica tecnologica di Max Bense, Pasqualotto aveva ben presto abbandonato ogni interesse per i problemi dell’estetica neoidealistica, orientando i suoi primi studi sui francofortesi, Horkheimer e Adorno, sperimentando ammirazione e, insieme, delusione per un esito critico che, nel denunciare la pervasività dei processi di mercificazione artistica e culturale, privava il pensiero di qualunque riserva ulteriore di senso che non fosse la pura e semplice confessione della propria impotenza.

Abbandonare il terreno dell’estetica come disciplina speciale e volgersi a Nietzsche, lungo un intero decennio di studi (culminato nei Saggi su Nietzsche del 1989), significò cercare un terreno di rinnovamento del pensiero a contatto non più con l’arte ma con la vita, nozione cardine per accostarsi alle pratiche meditative orientali che, da quel momento, entravano nell’orbita degli interessi di Pasqualotto e, suo tramite, nello spazio della discussione filosofica contemporanea.

Interessi non semplicemente storici o eruditi, e nemmeno suggeriti soltanto dai problemi che l’ermeneutica teorizzava in quegli anni, nello sperimentare la «fusione di orizzonti» culturali diversi, ma che erano dettati per Pasqualotto da esigenze concretamente vissute, inscrivendosi in un cammino che doveva non semplicemente rendere accessibili le filosofie orientali, ma spingere a riconsiderare radicalmente l’identità occidentale.

In questo percorso si inscrivono le Dieci lezioni sul buddhismo (2008) e, prima ancora, saggi come Figure di pensiero (2007), o Il Buddhismo: i sentieri di una religione millenaria (2003). Sono lavori dal fascino indiscutibile, anche se proprio la nozione di «fascino» doveva venire in discussione, in un confronto serrato con le culture d’Oriente.

Bisognava guardarsi tanto dal tradizionale etnocentrismo, che ha accompagnato la storia coloniale dell’Occidente, quanto dal suo opposto, l’esotismo.

Persino l’espressione «filosofia orientale», spiegava Pasqualotto, va usata con consapevolezza: la si evita per non proiettare uno schema di pensiero greco su altre tradizioni sapienziali, ma evitandola si finisce, paradossalmente, con il confermare l’eccezionalità del proprio logos, e così la sua (presunta) supremazia.

Sono questioni centrali nell’interesse che Pasqualotto, dopo aver fatto del buddhismo, ma anche del pensiero taoista e dell’esperienza filosofica indiana, terreno di indagine ventennale, ha riproposto nel quadro di una filosofia interculturale («Alfabeto filosofico», 2018, l’ultimo frutto più significativo), che andasse oltre il fatto della molteplicità delle culture per praticarne l’intreccio, la reciproca fertilizzazione.

Ma è davvero possibile? In una recente intervista, Pasqualotto – che si era accostato negli ultimi anni anche ai temi dell’ecologia profonda – denunciava la «tecnomania» diffusa dall’Occidente su scala planetaria e la giudicava pessimisticamente come un’epidemia non più reversibile:

«Il futuro sarà tutto occidentale e tenderà ad esserlo in ogni ambito della vita», diceva, pur avendo dato, con i suoi saggi nitidi e profondi, qualche motivo per pensare diversamente.

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