Alessandro Baricco: “Gaza oggi è il nome di un certo modo di stare al mondo”
di Sara ScarafiaAlessandro Baricco prende posizione su Gaza. Lo scrittore di Novecento, Oceano Mare, Castelli di rabbia e il recentissimo Breve storia eretica della musica classica (Feltrinelli) pubblica un lungo intervento su Substack che poi, in pillole, diffonde anche sui social. Il senso della presa di posizione dell’autore è che un movimento di ragazze e ragazzi “un quarto d’ora davanti a tutti” ha squarciato un velo. “Adesso è difficile individuarlo, ma c’è stato un giorno, recente, in cui Gaza ha smesso di essere il nome di una terra per diventare la definizione di un limite: la linea rossa che molti di noi hanno scelto come confine invalicabile. Da quel giorno, lottare al fianco di Gaza non è più stata una scelta politica, da legittimare o da porre in discussione”.
Alessandro Baricco prende posizione su Gaza. Lo scrittore di Novecento, Oceano Mare, Castelli di rabbia e il recentissimo Breve storia eretica della musica classica (Feltrinelli) pubblica un lungo intervento su Substack che poi, in pillole, diffonde anche sui social. Il senso della presa di posizione dell’autore è che un movimento di ragazze e ragazzi “un quarto d’ora davanti a tutti” ha squarciato un velo. “Adesso è difficile individuarlo, ma c’è stato un giorno, recente, in cui Gaza ha smesso di essere il nome di una terra per diventare la definizione di un limite: la linea rossa che molti di noi hanno scelto come confine invalicabile. Da quel giorno, lottare al fianco di Gaza non è più stata una scelta politica, da legittimare o da porre in discussione”.
Baricco analizza le ferite del Novecento, che “andrà alla deriva, continente quasi inabitato, destinato ad essere studiato nei libri e nei musei”. “Ma in questi ultimi mesi siamo stati costretti a ricordare una verità scomoda, che forse avevamo rimosso: non c’è niente di più pericoloso di un animale morente”. Secondo lo scrittore siamo a un bivio: “Un mondo morente, da una parte, un nuovo continente, dall’altra”. Gaza è “una sintesi rovente, chiarissima, di una spaccatura enorme – è dove un intero terremoto trema una volta sola, in un solo posto, in un solo momento”.
“Nulla ci garantisce che la civiltà che stiamo costruendo sarà, alla resa dei conti, migliore di quella che l’ha preceduta: ma possiamo dire con una certa sicurezza che è nata per smantellare gli schemi che hanno reso possibile il disastro del Novecento (due guerre mondiali, i campi di sterminio, la bomba atomica, la Guerra Fredda, l’epoca d’oro dei totalitarismi – voglio ricordare)” continua l’autore. Che dedica una riflessione alla rivoluzione digitale, la stessa che da pioniere aveva raccontato ai suoi albori nella serie I barbari pubblicata da Repubblica nel 2006. “Della cosiddetta rivoluzione digitale si può pensare quello che si vuole ma sarebbe sciocco non ammettere che, consapevolmente o meno, ha fatto saltare i bunker strutturali e culturali su cui il Novecento aveva potuto edificare il proprio disastro: attraverso il digitale abbiamo scelto un mondo immensamente più liquido, più trasparente, in cui muri e confini perdono di consistenza; abbiamo accettato il rischio di liberare tutte le informazioni e le opinioni mettendole in circolo quasi senza cautele; abbiamo accelerato tutti i tempi generando di fatto un tavolo da gioco che si modifica in continuazione impedendo alle idee di sclerotizzarsi o di assurgere a miti; abbiamo reso estremamente difficile creare sacche protette dove far accadere la Storia al riparo da sguardi indiscreti; e abbiamo reso più impervio l’esercizio del dominio da parte di qualsiasi élite”.
La storia dei Barbari raccontata da Alessandro Baricco
Gaza “ha ricordato a molti di noi che stiamo già vivendo in un mondo diverso - con le nostre menti, coi nostri gesti quotidiani – un mondo diverso dove Gaza non è possibile. Di più: non siamo disposti ad accettare che l’animale morente riprenda il centro della scacchiera, e ci riporti indietro, e tenga in ostaggio le nostre visioni. Al di là dell’istintiva e dolorosa pietas che Gaza ispira, l’insulto vero è sentirsi scippare - con violenza, arroganza e ferocia - di una cosa troppo preziosa: il futuro che vogliamo. Chi poteva capirlo meglio che dei ragazzini?”.
Non dobbiamo consegnarci “ciecamente alla civiltà digitale” ma usarla per sfilarci “via per sempre dai nostri errori” difendendo “ogni singolo metro della civiltà che stiamo immaginando” e non “con le armi, ma con l’ottusa pazienza con cui l’animale cerca l’acqua e i fiumi il mare”.
E poi c’è il ruolo dell’Europa che dovrebbe essere “fondamentale”, mentre il trumpismo non va scambiato per “l’ennesima zampata dell’animale morente. Non è così semplice. Lì dentro c’è un incrocio di correnti che è difficile da analizzare. Sicuramente c’è un’istintiva regressione a schemi di pensiero novecenteschi, tanto rudimentali quanto utili nei momenti di confusione. Il ritorno al culto dei muri e dei confini ne è un chiaro esempio. Ma questa regressione non si dà in purezza, come avrebbe fatto nel Novecento, e piuttosto viaggia costantemente diluita in sostanze che sembrano piuttosto arrivare da certa chimica tipica della nuova civiltà: il sospetto per le élites, l’individualismo di massa, perfino una certa inclinazione a interpretare la realtà con gli schemi formali del gioco, spostando su una superficie vagamente ludica il baricentro delle cose e diffidando della profondità come codice di lettura del reale”.
Baricco pubblica la foto del quadro di Ingres dedicato a Napoleone imperatore. “Tra la presa della Bastiglia e quel quadro passarono 17 anni. Gli stessi che sono passati dalla presentazione del primo iPhone alla vittoria di Trump alle presidenziali del 2024”. L’intervento si chiude con l’invito a diffonderlo, se condiviso. E a tradurlo “prima che lo faccia l’Ia”