Beniamino Vignola se n’è andato a 73 anni. Fondatore nel 1982 della casa editrice Theoria (che durò un quindicennio), era un editore–intellettuale fondamentalmente illuminista, impegnato a ripensare la modernità del nostro Paese, con un progetto vasto e ambizioso: riprendere la battaglia culturale in difesa del razionalismo (uno dei primi consulenti fu Giulio Giorello), contro l’idealismo crociano che disprezzava la scienza e il sofisticato adelphismo che dava un brivido esoterico ai lettori. I primi titoli, Copernico, Keplero, Galileo, attirarono subito l’attenzione di Calvino.
La sua sfida ci riporta all’Einaudi degli anni ’50, che per Vignola fu sempre un modello, anche graficamente, e alla polemica di Giulio Bollati contro l’arretratezza della cu…
Beniamino Vignola se n’è andato a 73 anni. Fondatore nel 1982 della casa editrice Theoria (che durò un quindicennio), era un editore–intellettuale fondamentalmente illuminista, impegnato a ripensare la modernità del nostro Paese, con un progetto vasto e ambizioso: riprendere la battaglia culturale in difesa del razionalismo (uno dei primi consulenti fu Giulio Giorello), contro l’idealismo crociano che disprezzava la scienza e il sofisticato adelphismo che dava un brivido esoterico ai lettori. I primi titoli, Copernico, Keplero, Galileo, attirarono subito l’attenzione di Calvino.
La sua sfida ci riporta all’Einaudi degli anni ’50, che per Vignola fu sempre un modello, anche graficamente, e alla polemica di Giulio Bollati contro l’arretratezza della cultura italiana, incapace di aiutare la classe dirigente a governare la complessità. Uno degli scrittori vicini a Theoria, Vincenzo Cerami, ebbe un sussulto quando vide il titolo latineggiante del libro di Galileo sugli astri.
Eppure Vignola, come racconta Paolo Repetti (che divenne suo socio a partire dal 1984) era il contrario dello snob. In particolare, lui lettore finissimo laureato in filologia romanza, non sopportava le “chicche” editoriali, i libretti concepiti per squisiti letterati. Aspirava legittimamente a conquistare spazi di mercato sempre più ampi, anche se la casa editrice versò in condizioni economiche precarie. Tre furono le collane che caratterizzarono l’identità di Theoria: I Segni (con i titoli prima ricordati, tra scienza e letteratura, e anche con Eureka di Edgar Allan Poe, saggio sulla “cosmogonia dell’universo”); Riflessi (riproposizione di classici della modernità come il delizioso Festa da ballo di Scott Fitzgerald o il gotico Il vampiro di John Polidori: la propensione per horror e brivido era mediata dall’esperto inglese Malcolm Skey, curatore anche di Jane Austen); Letterature (scrittori italiani e cinesi di oggi, questi ultimi curati e tradotti da Maria Rita Masci, tra questi Sorgo rosso di Mo Yan e Il re degli scacchi di Acheng).
Nell’immaginario collettivo fu quest’ultima collana a definire l’immagine di Theoria. Dopo l’exploit di Marco Lodoli, Diario di un millennio che fugge (Vignola leggendolo ne fu folgorato, leggenda vuole che scese dal treno per Napoli a Gaeta e chiamò subito Repetti), furono pubblicati Veronesi, Mozzi, Sandro Onofri, Petrignani, Abbate, Papa, Fortunato.
Theoria intercettò “strategicamente” l’esplosione della nuova narrativa italiana – già avviata nei primi anni ’80 con De Carlo e Tondelli e seguita dalla rivista Linea d’ombra di Goffredo Fofi – ospitando in catalogo gli autori più significativi. La casa editrice fu così una scuola per una generazione di traduttori e editor, ma anche una microcomunità unita dall’amore per la cultura. Non una lobby alla ricerca di potere culturale, ma una famiglia allargata di persone con interessi comuni. Vignola seppe creare, negli anni del rampantismo, non solo un progetto innovativo, ma un’utopia in cui si raccoglieva forse l’eredità nobile del decennio precedente.