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I libri di László Krasznahorkai: da Satantango a Melancolia della resistenza

Laszlo Krasznahorkai (afp)
Breve guida ai capolavori dell’autore ungherese appena insignito del Nobel
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Grande autore di romanzi-mondo, considerato dalla critica il più importante scrittore ungherese vivente e uno tra i maggiori autori europei, László Krasznahorkai è noto soprattutto per la sua imponente quadrilogia ungherese: Satantango, Melancolia della resistenza, Il ritorno del barone Wenckheim e Guerra e Guerra, tutti pubblicati in Italia da Bompiani. Che ha appena annunciato per il 2026 l’arrivo del prossimo romanzo dello scrittore premio Nobel per la letteratura: Panino non c’è più.

E proprio da un capolavoro come Satantango, primo libro pubblicato da László Krasznahorkai nel 1985 in Ungheria (in Italia è stato tradotto solo nel 2016) e ormai considerato un vero e proprio classico contemporaneo, conviene cominciare per avvicinarsi alla sua produzione. Il comunismo è ormai…

Grande autore di romanzi-mondo, considerato dalla critica il più importante scrittore ungherese vivente e uno tra i maggiori autori europei, László Krasznahorkai è noto soprattutto per la sua imponente quadrilogia ungherese: Satantango, Melancolia della resistenza, Il ritorno del barone Wenckheim e Guerra e Guerra, tutti pubblicati in Italia da Bompiani. Che ha appena annunciato per il 2026 l’arrivo del prossimo romanzo dello scrittore premio Nobel per la letteratura: Panino non c’è più.

E proprio da un capolavoro come Satantango, primo libro pubblicato da László Krasznahorkai nel 1985 in Ungheria (in Italia è stato tradotto solo nel 2016) e ormai considerato un vero e proprio classico contemporaneo, conviene cominciare per avvicinarsi alla sua produzione. Il comunismo è ormai al tramonto e nella fangosa campagna ungherese quel che resta di una comunità di individui abbrutiti vive una vita senza speranza in una cooperativa agricola ormai in sfacelo. Tutti vogliono andarsene nella speranza di un futuro migliore quando all’improvviso arriva la notizia che il carismatico Irimiás, sparito due anni prima e dato ormai per morto, è stato visto sulla strada che porta al villaggio. Sembra un miracolo e, in quel purgatorio di esistenze, è immediatamente interpretato come un cenno messianico portatore di nuove speranze. Che però si dimostrano ben presto tragicamente infondate.

Per continuare a immergerci nei mondi apocalittici, popolati da ignavi e falsi profeti, che «il maestro ungherese dell’Apocalisse», come lo ha definito non a caso Susan Sontag, ci propone con quella scrittura ipnotica, avvolgente, travolgente che lo contraddistingue, non si può che proseguire con l’esilarante Melancolia della resistenza (1989) o anche Guerra e guerra. Romanzi in cui si parla ancora e sempre di fallimenti esistenziali, di imbroglioni che si spacciano per redentori, sogni dei circensi in una triste provincia magiara, o del lavorio della memoria che risale alla Seconda guerra mondiale e dell’uso della medesima in una New York alle soglie del Terzo Millennio.

In particolare, Melancolia della resistenza è un romanzo sulle possibilità della rivoluzione che, nella prosa visionaria di László Krasznahorkai, si incarna qui nell’arrivo del circo in una città sperduta nella campagna ungherese, un non luogo dominato da incertezza e declino.

Mentre è con Seiobo è discesa quaggiù, raccolta di racconti, che lo scrittore prova a farci intravedere la sua idea del bello e del sacro, attraverso l’uso estremamente raffinato della sintassi e la scelta accorta delle parole. Attraverso le storie di oggetti preziosi e monumenti visitati con occhi nuovi, passando dalla Kyoto contemporanea all’antica Persia, dalla Firenze del Perugino alla Scuola Grande di San Rocco a Venezia, Krasznahorkai si interroga qui sull’arte, la creazione, la ricerca del sacro.

Con Il ritorno del barone Wenckheim, altro romanzo visionario che racconta l’assurdità del presente, lo scrittore si è invece aggiudicato nel 2019 il National Book Award for Translated Literature. Al centro ancora una sperduta provincia ungherese dove, giunto ormai al capitolo decisivo della vita, torna il barone Béla Wenckheim. La sua è una figura avvolta nel mistero: a causa dei debiti di gioco è fuggito da Buenos Aires, dove viveva in esilio, per tornare nel paese natio. Ma cosa succede se il Messia tanto atteso non porta con sé la salvazione ma anzi il giudizio universale? Sembra essere questa, anche qui, la domanda dinanzi alla quale l’autore ancora una volta ci inchioda.

E, ancora, in Avanti il mondo, altra raccolta di racconti, ci imbattiamo in un’umanità che si interroga e cerca di capire, prigioniera di «uno stato mentale inceppato» mentre il mondo, incurante, va avanti. Ecco allora che troviamo un interprete ossessionato dalle cascate, al limitare dell’abisso della propria mente, che vaga per le strade caotiche di Shanghai. O un viaggiatore che sovraccarico dei suoni, i colori e i rumori di Varanasi incontra sulla riva del Gange un gigante che disquisisce sulla natura di una goccia d’acqua.

Infine, anche in Herscht 07769, torna lo spettro dell’apocalisse: qui siamo in una delle tante cittadine dimenticate della Turingia, che proprio per la sua remota desolazione ha attratto un manipolo di neonazisti. All’improvviso al limitare della foresta arrivano i lupi e la fine del mondo si avvicina.

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