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Addio a Francesco Recami autore bestseller di commedie nere

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Lo scrittore è morto ieri nella sua Firenze a 69 anni. Era diventato celebre con la serie di gialli “La casa di ringhiera”
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In un panorama letterario in cui ci si affanna a fare un po’ di tutto, Francesco Recami – morto ieri nella sua Firenze a 69 anni, dopo una lunga malattia – era uno scrittore che sapeva fare tutto. Celebre per i gialli bestseller della serie La casa di ringhiera, con protagonisti il tappezziere in pensione Amedeo Consonni e i suoi vicini, era un talento che non si ripeteva e che sperimentava, pur muovendosi spesso nel territorio della commedia nera.

La ragione è semplice: prima di esordire come autore, in un’età che lui forse avrebbe definito «non propriamente adolescenziale ma ancora lontana dalle prime avvisaglie del rincoglionimento», aveva studiato con pazienza le forme della narrazione e i loro meccanismi. E lo si vede da come tratteggia i suoi personaggi più riusciti, come Consonni, appunto, o come il sarto Antonio Maria di Commedia nera n. 1. Ma Recami non era solo un sapiente orologiaio di intrighi letterari. Era un autentico, beffardo ingegnere della narrazione. Perché i male…

In un panorama letterario in cui ci si affanna a fare un po’ di tutto, Francesco Recami – morto ieri nella sua Firenze a 69 anni, dopo una lunga malattia – era uno scrittore che sapeva fare tutto. Celebre per i gialli bestseller della serie La casa di ringhiera, con protagonisti il tappezziere in pensione Amedeo Consonni e i suoi vicini, era un talento che non si ripeteva e che sperimentava, pur muovendosi spesso nel territorio della commedia nera.

La ragione è semplice: prima di esordire come autore, in un’età che lui forse avrebbe definito «non propriamente adolescenziale ma ancora lontana dalle prime avvisaglie del rincoglionimento», aveva studiato con pazienza le forme della narrazione e i loro meccanismi. E lo si vede da come tratteggia i suoi personaggi più riusciti, come Consonni, appunto, o come il sarto Antonio Maria di Commedia nera n. 1. Ma Recami non era solo un sapiente orologiaio di intrighi letterari. Era un autentico, beffardo ingegnere della narrazione. Perché i maledetti toscani la beffa, anche feroce, la portano in dote. Nei suoi libri c’è, eccome. Anche se lui è riuscito a non rimanere intrappolato in quel luogo comune che ai toscani rischia sempre di arrivare addosso, puntuale come un treno proveniente da Curzio Malaparte e passato in corsa da Amici miei e dal primo Benigni. Lo ha fatto con nonchalance, restando spesso narrativamente lontano dalla natia Firenze, il capoluogo che rappresenta per tutti (tranne che per gli altri toscani, ovvio) la Toscana tout court.

Infatti La casa di ringhiera del fortunato ciclo si trova a Milano, mentre il primo romanzo, datato anni Ottanta ma pubblicato da Sellerio (l’editore delle sue opere) nel 2006, è addirittura ambientato nella mia città, Viareggio, in uno dei suoi quartieri più turistici e più anonimi. L’errore di Platini è la storia di una giovane famiglia sfortunata che immagina – sbagliando – di essere stata infine ricompensata dalla sorte tramite una vincita al Totocalcio. Una sorta di filiazione letteraria dalla grande stagione della commedia all’italiana: parafrasando il capolavoro di Scola, si sarebbe potuta intitolare anche “Bruttini, puliti e cattivi”.

Una delle sue opere recenti più riuscite, I killer non vanno in pensione, si svolge invece in Veneto. Una storia, quella del mite e un po’ succube impiegato dell’Inps che come secondo lavoro è uno spietato killer professionista agli ordini di una misteriosa Agenzia, di cui la serialità italiana, spesso asfittica e ripetitiva, si sarebbe dovuta impadronire già da tempo.

Niente di questo è casuale. Per denudare la radice culturale che Firenze gli aveva dato, Recami ha spostato le sue narrazioni altrove, anche in posti in cui non aveva vissuto o che non conosceva a fondo, e grazie a questo ha potuto distillare in purezza l’essenza del “fiorentino cinico e feroce”, ma liberandosi di tutto il folklore e del già detto.

Tempo fa mi capitò di presentare il suo bellissimo romanzo ambientato nella Firenze degli anni ’70. Ricordo ancora che, dal momento che il libro si intitolava L’educazione sentimentale di Eugenio Licitra, il quale è uno studente che arriva in quella Firenze là da Ragusa. E non sarà un caso, credo, se anche quella volta Recami ha preferito uno sguardo poco “interno” su un luogo che pure conosceva benissimo. Forse una delle parole chiave del suo modo di guardare alle storie e ai personaggi è stata “distacco”.

Un distacco che non è indifferenza ma che è forse concetto più calzante di quelli tradizionalmente usati, come “ferocia” o “cinismo”. Perché il distacco significa non prendere le parti di Tizio, non condannare Caio e non abbandonarsi alla nostalgia che può far anche vendere bene, si sa.

Un sano distacco che Francesco usava in maniera equanime, anche come strumento di studio dei suoi consimili. E che esercitava anche nei confronti di se stesso. Perché lui non era una persona diversa da ciò che scriveva. Riprendendo una distinzione di Flannery O’Connor, Recami non faceva lo scrittore. Era uno scrittore.

Giampaolo Simi è autore di romanzi, molti dei quali noir. Il suo ultimo libro è “Tra lei e me” (Sellerio)

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