Arte di regime senza il regime, i fantasmi della Quadriennale
di Lara CrinòUna sala della sezione storica I giovani e i maestri: la Quadriennale del 1935 al Palazzo delle Esposizioni di Roma
Roma
Si intitola Fantastica la 18esima Quadriennale d’arte presentata a Roma al Palazzo delle Esposizioni e aperta al pubblico da oggi fino al 18 gennaio. Fantastica, come aggettivo e come esortazione a immaginare; il nome così come l’ideazione si devono a Luca Beatrice, già presidente della Fondazione Quadriennale, scomparso prematuramente a gennaio 2025. Si intitola Fantastica ma potrebbe intitolarsi a buona ragione “Fantasmagorica”, per i fantasmi che la popolano. Fantasmi buoni, molti – gli artisti delle passate generazioni che ispirano quelli di oggi – e qualcuno decisamente scomodo, datato 1935. Si tratta dell’omaggio alla storica edizione che, con il fascismo al suo apogeo, mentre glorificava l’arte progettava la guerra in Etiopia e di lì a poco avrebbe condannato con le leggi razziali alcuni degli artisti in mostra.
Roma
Si intitola Fantastica la 18esima Quadriennale d’arte presentata a Roma al Palazzo delle Esposizioni e aperta al pubblico da oggi fino al 18 gennaio. Fantastica, come aggettivo e come esortazione a immaginare; il nome così come l’ideazione si devono a Luca Beatrice, già presidente della Fondazione Quadriennale, scomparso prematuramente a gennaio 2025. Si intitola Fantastica ma potrebbe intitolarsi a buona ragione “Fantasmagorica”, per i fantasmi che la popolano. Fantasmi buoni, molti – gli artisti delle passate generazioni che ispirano quelli di oggi – e qualcuno decisamente scomodo, datato 1935. Si tratta dell’omaggio alla storica edizione che, con il fascismo al suo apogeo, mentre glorificava l’arte progettava la guerra in Etiopia e di lì a poco avrebbe condannato con le leggi razziali alcuni degli artisti in mostra.
Nella Quadriennale vera e propria, 187 opere esposte (in parte realizzate ad hoc) di oltre cinquanta artisti viventi, nati tra gli anni ’60 e i ’90, vogliono dar conto del panorama del contemporaneo italiano del primo quarto del Ventunesimo secolo. Lo si fa in cinque sezioni, ciascuna delle quali rappresenta non solo l’esprit du temps, ma l’esprit del suo curatore. Un’impronta netta, nonostante ieri, in conferenza stampa, proprio i curatori non abbiano preso la parola per raccontare le loro scelte. Assente il ministro della Cultura Giuli, assente Cappello, direttore generale per la Creatività contemporanea del dicastero, tocca a Delogu, a capo di Palaexpo, fare gli onori di casa e, citando l’exploit del sistema museale romano del 2024-2025 (più 24%), augurarsi che il contemporaneo diventi sempre più centrale. Non erano sul palco, i curatori, ma si sono confusi agli addetti ai lavori per raccontare le loro scelte, in un pianterreno del Palazzo trasformato dall’allestimento dello studio Brh+ in un labirinto, dove le diverse sezioni confluiscono l’una nell’altra incrociandosi. In La mia immagine è ciò da cui mi faccio rappresentare: l’autoritratto Luca Massimo Barbero gioca con il tema del doppio a partire da una fotografia di una delle artiste selezionate, Roberta Orio, su un Taglio di Fontana che porta sul fronte la scritta «Io sono un santo» e sul retro «Io sono una carogna»; tra i nomi scelti ci sono i veterani Vedova Mazzei (con un’opera antologica di disegni e documenti, Annali e il busto marmoreo A Crime is a Crime) e i più giovani Marta Spagnoli e Matteo Fato.
Francesco Bonami in Memoria piena. Una stanza solo per sé convoca, tra gli altri, le figure animali di Luca Gioacchino Di Bernardo e gli inchiostri alla Boetti di Lupo Borgonovo. Francesco Stocchi dà una stanza al ragno meccanico di Sassolino e accosta alle pareti i “nastri metallici” di Lulù Nuti. Interessante il lavoro sulla fotografia proposto da Emanuela Mazzonis in Il tempo delle immagini. Immagini fuori controllo?, mentre Il corpo incompiuto di Alessandra Troncone invita a un confronto sulle narrazioni contemporanee.
Per incontrare il fantasma bisogna salire al primo piano: la sezione storica I giovani e i maestri: la Quadriennale del 1935, a cura di Walter Guadagnini, fortissimamente voluta per rievocare l’edizione monstre del 1935. Si era in pieno regime quando Cipriano Efisio Oppo riunì qui la giovane arte italiana. Ora, 90 anni dopo, eccola in tutto il suo splendore: Mafai e Scipione, Morandi e Licini, Leonor Fini e Carlo Levi, Romagnoli e Capogrossi, in un allestimento che mescola gigantografie di documenti e fotografie d’epoca. Ci sono i Savoia, un brillio di divise nere ma non c’è il duce, che pure qui venne in gran spolvero. C’è l’elenco degli artisti; il primo è Afro, che diventato partigiano salverà Oppo nel 1945. Bella istantanea, a stare con gli occhi fissi sui quadri. Peccato che omettendo di raccontare il resto – la dittatura, l’esilio dell’ebreo Cagli, il confino di Levi - gli spettri del passato non possano riposare.