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Cristina Comencini: “Ma i ragazzi di oggi sono figli delle piazze di ieri”

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Quello che appare come una rivoluzione è legato a ciò che lo ha preceduto, di cui colma mancanze e limiti
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Quando si annunciano tempi nuovi e rivoluzioni a me viene paura. Penso subito alla rivoluzione russa dell’inizio del secolo scorso che garantiva anche lì tempi nuovi, molto più modestamente ai sommovimenti generazionali degli anni Settanta il cui slogan era allora come ora “blocchiamo tutto”. E la rivoluzione iraniana e le primavere arabe… Negli articoli che hanno replicato al lungo intervento di Baricco sulla fine del Novecento si discute su questo: se le reazioni giovanili di massa allo scandalo dell’eccidio del popolo palestinese da parte del governo israeliano, come reazione al pogrom del 7 ottobre, segnano la fine del Novecento e la nascita di un mondo nuovo. Io ne avrei anche un’altra in tasca di rivoluzione, non citata tranne che da Michele Serra, ma la terrò per ultimo, con tutta la diffidenza che ho per questa parola. Per sintetizzare, Baricco pensa che viviamo su una faglia tra un mondo vecchio e uno nuovo, di cui come sempre non sappiamo granché, anche se forse migliore di …

Quando si annunciano tempi nuovi e rivoluzioni a me viene paura. Penso subito alla rivoluzione russa dell’inizio del secolo scorso che garantiva anche lì tempi nuovi, molto più modestamente ai sommovimenti generazionali degli anni Settanta il cui slogan era allora come ora “blocchiamo tutto”. E la rivoluzione iraniana e le primavere arabe… Negli articoli che hanno replicato al lungo intervento di Baricco sulla fine del Novecento si discute su questo: se le reazioni giovanili di massa allo scandalo dell’eccidio del popolo palestinese da parte del governo israeliano, come reazione al pogrom del 7 ottobre, segnano la fine del Novecento e la nascita di un mondo nuovo. Io ne avrei anche un’altra in tasca di rivoluzione, non citata tranne che da Michele Serra, ma la terrò per ultimo, con tutta la diffidenza che ho per questa parola. Per sintetizzare, Baricco pensa che viviamo su una faglia tra un mondo vecchio e uno nuovo, di cui come sempre non sappiamo granché, anche se forse migliore di questo, incarnato dai giovani che sentono Gaza come limite insopportabile al mondo novecentesco vecchio e guerrafondaio dei padri.

Per Michele Serra invece il Novecento non è solo guerra e massacri, ma conquiste civili del dopoguerra, tra cui cita, unico, il femminismo. Non vede grandi cambiamenti là dove le regole oggi sono sempre le stesse «padroneggiate da pochi e subite da molti» solo con una ferocia nuova della speculazione capitalista. Dunque niente mondo nuovo qui, anzi. Massini si aggira nello spazio piuttosto che nel tempo e si chiede se dal nostro punto di vista di occidentali, abbiamo ancora una centralità per individuare e dissertare su mondi nuovi quando «il mio schema mentale europeo è ormai lontano anni luce dalla fucina reale del domani». Come dire, se ci sono tempi nuovi, li vedono altri non noi. Corrado Augias riporta più realisticamente il ragionamento a quello che conosce, la democrazia, la migliore forma mai elaborata, messa oggi in crisi da una tecnologia senza etica. Michela Marzano ha posto l’accento sui ragazzi che ci insegnano a sperare ancora; Viola Ardone spiega che questa generazione è uscita dalla bolla social per portare nelle strade il proprio corpo.

In un libro difficile ma straordinario, Dio gioca a dadi col mondo, scritto dal fisico teorico Giuseppe Mussardo, viene raccontata la storia umana e scientifica che ha fatto nascere il capovolgimento più incredibile della fisica, la quantistica. Mussardo racconta come da una scoperta all’altra, da un problema non risolto all’altro, dall’impossibilità di spiegare i risultati di alcuni esperimenti, diventa necessario reinventare rappresentazioni fisiche del mondo e apparati formali capaci di descriverlo e prevedere i nuovi fenomeni. Quello che appare come una rivoluzione, un mondo nuovo, è legato intimamente a quello che lo ha preceduto di cui colma mancanze e limiti. Un’impresa collettiva e corale, basata sul lavoro e sul confronto di tantissimi scienziati. Forse perché sono una donna e ho una doppia eredità, quella dei padri e quella delle madri silenti da millenni, io mi sento più incline a vedere i cambiamenti in questo modo, intrecciati al passato, figli di idee incerte e di ricerche, anche di doppi significati a volte.

Mi sembra pericolosa e non realistica l’idea di un nuovo mondo che nasce dalla frattura violenta con quello che lo precede. Certo le rivoluzioni esistono, fenomeni tellurici preparati da rivoli di fatti ignorati, da accumulo di forze e opportunità, ma la realtà non mi appare mai il frutto di una frattura tra due mondi, così come la descrive Baricco.

Le manifestazioni dei ragazzi e delle ragazze su Gaza rivelano qualcosa che conosciamo perché, come dice giustamente Serra, siamo scesi in piazza molti anni fa per le stesse ragioni. Così come conosciamo i pericoli dell’estremismo e della violenza di piazza, mali antichi e non nuovi. E sono incline a vedere anche il potere della tecnologia come un’accelerazione della dominazione secolare della tecnica.

L’ipotesi della frattura inoltre semplifica, purifica, e non entra nella complicazione necessaria a intervenire da esseri umani sulla realtà, a vedere anche i limiti della nostra comprensione, soprattutto a individuare soluzioni non univoche, contraddizioni, scelte. Da ultimo, se c’è un mondo nuovo che sta nascendo è quello degli uomini e delle donne per la prima volta nella Storia affiancati e differenti, ricchezza estrema, non ancora compresa fino in fondo. Ma anche in questo caso, non mi piace chiamarla rivoluzione perché la storia di prima, quella senza di noi, ci appartiene lo stesso e da lì è nata la nostra.

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