Antonio Scurati: “Oltre ogni rancore c’è un’Italia felice che resiste al degrado”
di Antonio ScuratiNapoli
Esiste un’Italia amata al di là delle divisioni politiche, al di sopra degli odi di fazione, al di fuori del rumore mediatico e delle bolle digitali. Anzi, mi azzarderei a dire che questo amore per il nostro Paese esiste soltanto al di là, al di sopra e al di fuori di tutto ciò.
A meritare il nostro amore è quasi sempre quella che abitualmente si definisce un’Italia “minore” ma che sarebbe più appropriato definire “umile”: una pieve di campagna negletta, una vigna abbandonata, un angolo nascosto di una grande città meravigliosa e perduta. Sebbene questo sentimento amoroso sia profondamente radicato nella terra, non nutre un’idea di Italia come Nazione, e nemmeno come territorio. Nutre piuttosto un’idea di Italia come cultura. Spesso, infatti, questa Italia amata non esiste più materialmente nel presente, o non ancora. Vive nel ricordo, nel rimpianto o nel progetto; unisce gli uomini a cavallo delle generazioni, valicando i confini fisici e temporali, fondendo lo spazio e il tempo, il …
Esiste un’Italia amata al di là delle divisioni politiche, al di sopra degli odi di fazione, al di fuori del rumore mediatico e delle bolle digitali. Anzi, mi azzarderei a dire che questo amore per il nostro Paese esiste soltanto al di là, al di sopra e al di fuori di tutto ciò.
A meritare il nostro amore è quasi sempre quella che abitualmente si definisce un’Italia “minore” ma che sarebbe più appropriato definire “umile”: una pieve di campagna negletta, una vigna abbandonata, un angolo nascosto di una grande città meravigliosa e perduta. Sebbene questo sentimento amoroso sia profondamente radicato nella terra, non nutre un’idea di Italia come Nazione, e nemmeno come territorio. Nutre piuttosto un’idea di Italia come cultura. Spesso, infatti, questa Italia amata non esiste più materialmente nel presente, o non ancora. Vive nel ricordo, nel rimpianto o nel progetto; unisce gli uomini a cavallo delle generazioni, valicando i confini fisici e temporali, fondendo lo spazio e il tempo, il corpo e la mente.
Alcuni anni fa, insieme agli amici del Fondo italiano per l’ambiente, e aiutati da un manipolo di altri amici scrittori, musicisti e artisti, abbiamo lanciato un’iniziativa volta a evocare questa Italia segretamente ma tenacemente amata. Parafrasando il titolo di un grande libro di Alberto Savinio, intitolammo il progetto “Narrate gente la vostra terra”. Invitavamo chiunque desiderasse farlo, qualunque fosse il modo con cui abitualmente si guadagna la vita, a raccontarci in pochi, densi minuti, attraverso lo strumento del podcast, l’angolo d’Italia da lui amato. Il progetto prevedeva che, nel corso del tempo, queste micronarrazioni sentimentali non professionali, accumulandosi e raccordandosi tra loro, potessero disegnare una mappa narrativa del Paese tracciata dal basso, fruibile da tutti e creata potenzialmente con il contributo di tutti. Un Paese patrimonio di ciascuno, proprietà di nessuno.
Ciò che è accaduto in questi pochi anni è stato sorprendente e, lasciatemelo dire, anche confortante. Centinaia, migliaia di persone di ogni estrazione, età, sesso e livello d’istruzione, si sono fatti narratori. Hanno pensato un luogo, poi lo hanno scritto e, infine, lo hanno narrato con la propria voce, spesso tremante. Non si sono limitati ad esprimere una preferenza, a mettere un like o a postare una foto. Hanno pensato la propria terra, spesso la hanno rievocata dopo averla perduta, poi hanno scritto e raccontato. Raccontare, si sa, è uno dei gesti antropologici fondamentali, un modo, ancestrale e attualissimo, di accasarsi nel mondo, di conoscerlo, organizzarlo, renderlo abitabile. La narrazione del paesaggio è una attività fiduciosa perché crede ostinatamente nella possibilità di una realtà vivibile ma, in taluni casi, e questo è uno di quelli, è anche un’azione responsabile: non si limita a osservare e descrivere ma compie un atto di custodia. Raccontare il Paese amato significa custodirlo, ereditare la Terra e trasmetterla alle generazioni a venire.
Questo racconto di un’Italia “umile” – nel significato altissimo che Dante attribuiva alla parola –, offertoci da “soggetti umili”, è importante oggi più che mai. Lo è perché, come ci insegna Luigi Zoja in Narrare l’Italia, libro prezioso, l’importanza dei «soggetti umili è una particolarità italiana». È grazie all’operosità, alla creatività, alle abilità artigiane e imprenditoriali di questi “soggetti umili”, confluiti già a partire dall’anno Mille dalle campagne verso le tantissime, variegate, differenziate, piccole, nuove realtà urbane, che nel Basso Medioevo si afferma un primato italiano nel mondo. Quel primato che ancora oggi rende unico, meraviglioso, prestigioso il nostro Paese, quel primato che chiamiamo Rinascimento. Il Rinascimento fu figlio del miracolo italiano di una proto-democrazia «composta di città governate da gente che si aduna in piazza, discute, decide, come nell’antica Grecia», scrive Zoja. Gente “umile” che, aggiungerei io, pensa, racconta, crea il proprio borgo e il paesaggio della campagna circostante come un’opera amata e poi custodita. Rispetto a questa splendida Italia stratificata, policentrica e polimorfica, l’arroganza univoca e identitaria del nazionalismo rappresenta in ogni epoca un fallimentare restringimento di prospettiva.
In questi amorevoli racconti “umili”, giunti da ogni angolo d’Italia, io leggo la possibilità benigna di una narrazione felice del nostro Paese, felicemente alternativa alla narrazione oggi prevalente, rancorosa, vittimisticamente aggressiva e, in fondo malinconica, rassegnata.
L’INIZIATIVA
Nato da un’idea di Antonio Scurati e della giornalista Marta Stella, il contest del Fai “Narrate, gente, la vostra terra” invita tutti gli italiani a svelare il proprio scorcio d’Italia prediletto, raccontandolo vocalmente in un podcast. Il 17 ottobre a Milano, a Villa Necchi, si è svolta la cerimonia di premiazione della seconda edizione del concorso. Sul sito dell’iniziativa (fondoambiente.it/il-fai/grandi-campagne/i-luoghi-del-cuore/narrate-gente-la-vostra-terra), oltre ai contributi di Scurati e Stella, sono disponibili gli audio di Alessandro Baricco, Sonia Bergamasco, Francesco Guccini, Valeria Parrella, Francesco Piccolo, Bianca Pitzorno, Massimo Popolizio, Stefania Rocca.
IL PODCAST VINCITORE: IL PETRAIO DI NAPOLI (di Rita Del Noce)
C’è sempre qualcosa da scoprire a Napoli, o da riscoprire, come la discesa del Petraio, dove lo sguardo precipita verso il mare, mentre, come su di un tappeto mobile e petroso, il corpo gli sta dietro in questo conscendere. Ed è un’illusione credere che le pietre laviche (i basoli), nate dal fuoco, disegnino il percorso che in verticale congiunge in poco tempo e fa ritrovare gomito a gomito più quartieri della città, come il quartiere Vomero, Chiaia, Montecalvario. In realtà le scalinate e le loro curve seguono le impronte lasciate dall’acqua, segnandone le vie di fuga. Sempre in agguato resta l’acqua. Basta una giornata di pioggia intensa per rendersene conto. Pensare al Petraio come un luogo fuori dalla città non è esatto, giacché è nella città: anzi, né parte integrante, anche se segreta. Le sue scale consentono di sobbalzare in un corpo a corpo con Napoli, che si rivela nella vista di scorci di panorami che improvvisi si aprono a chi nel su e giù si lega al filo senza tempo di muri di tufo teneri come il burro. Fra voci improvvise o celate fanno a gara a venire fuori, assieme alle piante grasse, palazzetti, villette, orti, giardini, cappelle votive, panni stesi, mentre i gatti si fanno padroni degli angoli più suggestivi, ad attendere le loro gattare. E si fa pentagramma il Petraio quando la funicolare nel suo percorso fra la piazzetta Fuga del Vomero e la fermata della piazzetta Augusteo di via Toledo emette note metalliche, sull’eco del suono della scuola di tango accovacciata al lato della fermata Petraio. I ballerini cercano di riprendere, nel melodioso e sentimentale corpo a corpo dei loro passi, il verso sonoro del su e giù petroso.
(Questa è la trascrizione del podcast vincitore dell’iniziativa del Fai “I luoghi del cuore”)