Una voce oltre la siepe, scavalca la barriera del tempo che è passato. Harper Lee, a quasi dieci anni dalla scomparsa, torna a farsi sentire con otto racconti inediti e altrettanti brevi saggi apparsi su diverse riviste. Tutto gira intorno al romanzo che l’ha resa famosa: alcuni scritti sono confluiti in uno dei capitoli, altri, come quello pubblicato a fianco, contengono considerazioni sul film che ne è stato tratto. Tuttavia, assai più del deludente Va’, metti una sentinella uscito nel 2015 (che fu in realtà il suo primo romanzo) merita leggere questa raccolta. La ragione è nelle prime righe del brano Quando i bambini scoprono l’America. Scrive: «Wordsworth aveva ragione quando diceva che veniamo al mondo trascinandoci dietro nuvole di splendore e che, alla nascita, siamo dotati di un senso di percezione divino. Quando cresciamo, il mondo si chiude su di noi al punto che, gradualmente, finiamo per perdere la freschezza di visione che avevamo da bambini». Ecco: a Harper Lee questo no…
Una voce oltre la siepe, scavalca la barriera del tempo che è passato. Harper Lee, a quasi dieci anni dalla scomparsa, torna a farsi sentire con otto racconti inediti e altrettanti brevi saggi apparsi su diverse riviste. Tutto gira intorno al romanzo che l’ha resa famosa: alcuni scritti sono confluiti in uno dei capitoli, altri, come quello pubblicato a fianco, contengono considerazioni sul film che ne è stato tratto. Tuttavia, assai più del deludente Va’, metti una sentinella uscito nel 2015 (che fu in realtà il suo primo romanzo) merita leggere questa raccolta. La ragione è nelle prime righe del brano Quando i bambini scoprono l’America. Scrive: «Wordsworth aveva ragione quando diceva che veniamo al mondo trascinandoci dietro nuvole di splendore e che, alla nascita, siamo dotati di un senso di percezione divino. Quando cresciamo, il mondo si chiude su di noi al punto che, gradualmente, finiamo per perdere la freschezza di visione che avevamo da bambini». Ecco: a Harper Lee questo non è successo. Ha continuato a guardare ogni cosa con gli occhi della bambina dell’Alabama infilata in un costume da prosciutto.
A pensare che: «non ci sia niente come un inno agghiacciante per far sentire uno a casa». A raccontare di una coetanea che si crede incinta per aver abbracciato un ragazzino con le brache calate.
A osservare Manhattan, dove si era trasferita, con lo stesso sguardo sbigottito e innocente, che andasse a un cinema in cui il pubblico dialoga con gli attori o cercasse, non trovando parcheggio, di guidare intorno allo stesso isolato inseguita dallo stesso poliziotto. Ci sono momenti esilaranti come la ricetta del “pane croccante ai ciccioli”, «bastata a mandare in malora gli Stati condeferati»: «Per prima cosa acchiappate il maiale».
C’è una struggente definizione dell’amore tratta da un articolo per Vogue: «È un paradosso: per averlo dobbiamo darlo». E «a differenza delle virtù, non è di per sé un premio: il premio dell’amore è la pace interiore e la pace interiore è la fine degli appetiti umani».
Nella sua innocenza Harper Lee non riuscì mai a concepire il razzismo, ebbe fiducia nell’esistenza di una morale non al di fuori ma all’interno dell’uomo, e amò: la sua terra (del dolce domani), gli esseri più teneri e irregolari, l’amico Truman Capote, la musica di Händel, la meraviglia di cose che ci ostiniamo a definire “piccole”. E si rese, riga dopo riga, scrivendo da mezzogiorno all’alba, irresistibilmente amabile.