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Olga Tokarczuk: “Il mondo che verrà è una fiaba nera”

Olga Tokarczuk

 

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Il nuovo romanzo della scrittrice premio Nobel si ispira a Mann e attualizza le sue intuizioni sulle metamorfosi dell’Europa
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Un giorno dell’anno 1913, un anno prima dell’inizio della Prima guerra mondiale, un giovane polacco di Leopoli arriva in un sanatorio a Görbersdorf, nella Bassa Slesia. La trama di Empusium. Una storia di natura e orrore (Bompiani) di Olga Tokarczuk, premio Nobel per la letteratura del 2019, in apparenza è un romanzo, in dialogo con La montagna magica di Thomas Mann. Ambientazione simile, dialoghi sui massimi sistemi fra i protagonisti, metafore sulla fine di un mondo. Ci sono anche morti misteriose, streghe, citazioni di autori fondamentali per la nostra cultura, da Agostino a Ovidio a Swift, e come tema centrale la metamorfosi. Ci fermiamo per non fare spoiler, perché nel libro c’è anche un aspetto da thriller, quasi gotico.

Signora Tokarczuk. Perché è affascinata dalla metamorfosi?…

Un giorno dell’anno 1913, un anno prima dell’inizio della Prima guerra mondiale, un giovane polacco di Leopoli arriva in un sanatorio a Görbersdorf, nella Bassa Slesia. La trama di Empusium. Una storia di natura e orrore (Bompiani) di Olga Tokarczuk, premio Nobel per la letteratura del 2019, in apparenza è un romanzo, in dialogo con La montagna magica di Thomas Mann. Ambientazione simile, dialoghi sui massimi sistemi fra i protagonisti, metafore sulla fine di un mondo. Ci sono anche morti misteriose, streghe, citazioni di autori fondamentali per la nostra cultura, da Agostino a Ovidio a Swift, e come tema centrale la metamorfosi. Ci fermiamo per non fare spoiler, perché nel libro c’è anche un aspetto da thriller, quasi gotico.

Signora Tokarczuk. Perché è affascinata dalla metamorfosi?

«Perché provengo da quella parte del nostro continente, un tempo chiamata Europa Centrale, dove la mutevolezza e l’instabilità si manifestano in modo particolarmente evidente, e talvolta doloroso. Da lì proviene, dopotutto, Zygmunt Bauman, che come filosofo descrisse in modo geniale la categoria della liquidità. Nel mio mondo, la metamorfosi ha un significato più grande del semplice “essere”. Accompagnare in modo letterario le metamorfosi delle persone, dell’ambiente, della natura, dei concetti, è una grande avventura. Ciò che è fra è più interessante. Non vale la pena occuparsi di quello che è definito e cristallizzato ma di ciò che resta implicito, incerto, non ovvio. Aggiungo: questa prospettiva del perpetuo cambiamento mi sembra una chiave di volta del cambiamento di paradigma del Ventunesimo secolo».

Il suo romanzo dialoga con “La montagna magica” di Mann. Non aveva paura?

«Credo che lo stesso Mann avrebbe incoraggiato gli scrittori venuti dopo di lui a un simile dialogo. Per uno scrittore è un sogno: che molti anni dopo la sua morte altri autori continuino a riferirsi a lui, che i suoi libri restino vivi. Così intendo l’essenza della cultura: un incessante dialogo con ciò che hanno creato le generazioni precedenti. Nella ricezione de La montagna magica si è formato un atteggiamento reverente, patetico, una sorta di buffa devozione, forse dovuta anche alla mole dell’opera. Ma quando lo si rilegge per la terza o la quarta volta, si comincia a ridere».

A ridere?

«C’è così tanto umorismo, ironia, gioco con il lettore. Da sotto il testo emerge costantemente l’occhiolino di Mann, e tutta la storia del protagonista Hans Castorp suona in modo diverso, un po’ canzonatorio, divertente, ma pieno di tenerezza. Ecco perché amo tanto questo libro, che splende e cambia riflessi. Scritto negli anni Venti del Novecento, dopo la Prima guerra mondiale, è un drammatico tentativo di cercare nel passato i germi del presente, di comprendere ciò che è accaduto, di trovare un senso nella Storia. Pare che Mann prendesse dalle cronache dell’epoca le parole dei suoi personaggi, raccogliendo i discorsi più vivi e vibranti del suo tempo. Le sue intuizioni si rivelarono profetiche. Leggendolo si ha la pelle d’oca».

Lei costruisce i discorsi dei personaggi maschili in modo che emerga una cultura tossica, che esclude e umilia le donne.

«Ho un ricordo, un’immagine: io adolescente davanti alla biblioteca dei genitori che prendo in mano uno dopo l’altro i capolavori della letteratura. Avevo già stabilito un ordine e lo seguivo con costanza. Fino a quando feci una triste scoperta: in quella letteratura, in quel canone che il mondo considera il più alto, non c’era per me nessuno specchio, nulla in cui potessi riflettermi come donna in crescita. Era un mondo, una civiltà esclusivamente dei padri, degli uomini, in cui le donne appaiono solo nei ruoli sociali imposti dal patriarcato: ombre, etichette, funzioni. Questa difficoltà d’identificazione, allora inconsapevole, era comune a molte ragazze come me. In Mann, ne La montagna magica, praticamente non ci sono donne: il suo è un mondo dove parlano solo gli uomini. Madame Chauchat è in realtà un “meme”, non un personaggio, come anche le cuoche o le cameriere. L’asse della realtà è occupato da uomini “discorsivi” che tentano di comprendere intellettualmente un mondo che fra poco cesserà di esistere. Questa esperienza mi portò oltre: tornai alla lettura di grandi autori maschi. Le frasi sulle donne erano così spaventose da risultare quasi comiche: una misoginia nascosta, velenosa, piena di complessi. Cominciai a guardarla da vicino. Così sono nati, molti anni dopo, molti dei dialoghi del mio libro».

“Empusium” è ambientato nel 1913, vigilia della fine di un mondo. Vede analogie con l’oggi?

«In una certa misura sì. Mi riferisco ai grandi meccanismi della Storia, alla loro pulsazione organica, che ne fa un processo vivo. Nel 1914 crollò l’intero ordine mondiale, benché fino a poco tempo prima molti sostenessero che il mondo aveva raggiunto la stabilità definitiva. È spiacevole constatare che le guerre sembrano essere un meccanismo demoniaco e naturale dei grandi cambiamenti. Oggi guarderei a Est, al cambiamento del ruolo della Russia, al suo progressivo indebolimento e alla sua perdita di influenza, all’ascesa della Cina. In Occidente, mi interessa lo smantellamento del potere statunitense. Non sappiamo cosa accadrà ma sentiamo che il mondo sta per capovolgersi, che il processo di metamorfosi è iniziato proprio quando pensavamo di aver raggiunto una certa stabilità. Eppure non si possono cercare analogie semplici – la tecnologia, la velocità della vita e dell’informazione ci rendono diversi dagli uomini che vissero prima delle guerre mondiali. Abbiamo altre malattie dell’anima e del corpo, vediamo il futuro in modo diverso. Credo che il vero rischio della fine del nostro mondo, come ambiente sicuro e stabile per l’homo sapiens, porterà finalmente a una presa di coscienza».

Lei parla di fiabe, streghe, demoni. Esistono?

«Sono convinta che il mondo non possa essere raccontato solo in modo realistico. È troppo complesso, funziona su troppi livelli. Una parte della nostra psiche resta ancorata ai miti e alle metafore. Sono felice di fare letteratura, perché posso attingere a diversi mezzi espressivi. La finzione è uno strumento potente che ci aiuta a comprendere il mondo».

Lei scrive: “Interessante è ciò che non si vede”….

«L’arte e la letteratura sono una forma di lavoro psicologico collettivo: portare alla luce ciò che è stato omesso, precisare ciò che è vago e sfocato, afferrare ciò che è fluido e multiforme. Le menti semplici credono che servano a intrattenere, ma non è vero. Sono invece linguaggi complessi e raffinati con cui comunichiamo tra noi e con il passato ai livelli più profondi. È questa l’essenza dell’esistenza umana come comunità».

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