Marceau Miller: “Lettore, indovina chi sono. Altro che Dicker”
di Claudia Morgoglione«Ci sono persone che mi hanno incontrato, in carne e ossa: non sono un’intelligenza artificiale». Così parlò il protagonista di un giallo nel giallo che sta appassionando e scuotendo il mondo editoriale europeo, e la cui fine – spoiler – non è ancora nota. Il libro è Il romanzo di Marceau Miller, dal nome dello scrittore che nella finzione letteraria muore misteriosamente lasciando un manoscritto e dando il via a un intreccio ricco di suspense, da assaporare d’un fiato. Pubblicato anonimo sul mercato francese, tradotto in varie lingue, ha conquistato subito i lettori e i giornalisti, con ridda di ipotesi su chi sia l’autore che lo ha partorito. Molti notano grandi somiglianze con lo stile e le atmosfere di Joël Dicker. Alcuni sospettano lo zampino dell’Ia. E ora che arriva qui da noi, per Einaudi Stile libero, il narratore senza volto – che sulla cover nostrana, al contrario di quella originale, firma il volume con il nome del suo personaggio – concede la prima intervista in assoluto,…
«Ci sono persone che mi hanno incontrato, in carne e ossa: non sono un’intelligenza artificiale». Così parlò il protagonista di un giallo nel giallo che sta appassionando e scuotendo il mondo editoriale europeo, e la cui fine – spoiler – non è ancora nota. Il libro è Il romanzo di Marceau Miller, dal nome dello scrittore che nella finzione letteraria muore misteriosamente lasciando un manoscritto e dando il via a un intreccio ricco di suspense, da assaporare d’un fiato. Pubblicato anonimo sul mercato francese, tradotto in varie lingue, ha conquistato subito i lettori e i giornalisti, con ridda di ipotesi su chi sia l’autore che lo ha partorito. Molti notano grandi somiglianze con lo stile e le atmosfere di Joël Dicker. Alcuni sospettano lo zampino dell’Ia. E ora che arriva qui da noi, per Einaudi Stile libero, il narratore senza volto – che sulla cover nostrana, al contrario di quella originale, firma il volume con il nome del suo personaggio – concede la prima intervista in assoluto, via mail. Solo per l’edizione italiana. Senza svelarsi, ma accettando il confronto: pronti a giocare?
Monsieur Miller, la prima domanda, vista l’attualità, è inevitabile: da giallista e da cittadino, che emozioni le suscita il furto dei gioielli al Louvre?
«Mi lascia senza parole, il Louvre è un simbolo universale. Mi ricorda il furto della Gioconda, rubata nel 1911 e ricomparsa in Italia due anni dopo. Aveva attraversato i confini, quasi a ricordare che l’arte non appartiene mai veramente a una nazione, ma all’umanità intera. Come autore di thriller, sono affascinato da tanta audacia e dalle zone d’ombra che questo tipo di evento fa emergere: il confine tra passione e trasgressione, ammirazione e appropriazione. Ma, come cittadino, non posso che rammaricarmi che un gesto del genere privi il mondo di un frammento della sua storia».
I ladri per ora sono senza volto, proprio come lei. E allora devo chiederglielo: sto chiacchierando con Joël Dicker?
«La sua è una domanda che ha il pregio di essere diretta! Sono di nazionalità francese, il che esclude, di fatto, un certo numero di autrici e autori... (Dicker è svizzero, ndr). Comunque vedo che la sua investigazione è già cominciata».
E non è finita. Deve ammettere che le somiglianze con lo scrittore ginevrino, in particolare con il suo “La verità sul caso Harry Québert”, sono numerose. Perfino nel nome del personaggio-scrittore menzionato nel titolo.
«Quasi tutti gli autori creano prima o poi un personaggio scrittore: è un affascinante gioco di specchi. Ma mentre Harry Québert esplorava la ricerca di un autore sui segreti del suo maestro, io ho scelto di iniziare il mio racconto con la morte dello scrittore e di affidare la ricerca a sua moglie, che non è una scrittrice. Il mio territorio è quello della Francia, delle sue foreste, dei suoi laghi, dei suoi segreti sepolti (Harry Québert è ambientato in America, ndr). E poi io ho voluto confondere il confine tra finzione e realtà, tra chi scrive e chi legge. È qui, credo, la vera differenza».
Ma almeno, da lettore, Dicker le piace?
«È un narratore formidabile, di grande abilità, appassionato della sua arte. Ha quel senso del ritmo e della suspense che tiene il lettore sveglio fino all’ultima pagina. Ognuno lo fa a modo suo, con la propria voce, le proprie ossessioni. La sua è riconoscibile tra tutte, ed è questo il suo punto di forza».
Alcuni sostengono che lei sia l’autore francese Samuel Delage... vero o falso?
«Le ipotesi si rincorrono, è divertente osservarle. Mi sono già stati attribuiti volti, voci e destini molto diversi: scrittori, attori, celebrità varie. Lascio che ognuno sogni la propria versione. Un giorno la verità verrà a galla. Forse. La cosa più interessante è vedere cosa proietta ogni lettore. Questo dice più di loro, di voi, che di me».
Può almeno dirci se è un uomo o una donna?
«Mi piace l’idea del dubbio. Quello che posso dire è che la storia ha una voce... sensibile, a volte fragile, spesso istintiva».
Nelle note ufficiali si legge che questo è il suo primo romanzo pubblicato come Marceau Miller: significa che ne ha scritti con altri nomi?
«Assolutamente sì».
Ok, resta vago. Passiamo allora al libro. Da quale idea o immagine è partito?
«Spesso inizio da un luogo prima che da un’idea. Il lago Lemano (da noi conosciuto come lago di Ginevra, ndr) mi è apparso come una boccata d’aria fresca, un territorio di emozioni e silenzi. Scrivo di questi paesaggi con cui si entra in comunione: l’acqua, le montagne, le foreste diventano degli amici, dei confidenti. La trama nasce dai personaggi che prendono vita in questi luoghi, dalle loro paure e speranze. La natura offre lo scenario, gli esseri umani il tumulto. Nei miei romanzi (qui usa il plurale, ndr) respira allo stesso ritmo dei protagonisti. Calma, inquieta, osserva».
Il suo è un classico “page turner”, uno di quei thriller che non riesci a lasciare prima di finirlo: quali sono le strategie per catturare chi legge?
«Posso scrivere solo se prima sono io stesso trasportato dalla storia. Se perdo quell’adrenalina, il romanzo mi sfugge. Certo, ci sono regole narrative e strutture, ma sono solo la cassetta degli attrezzi, e il romanzo offre una libertà infinita. Una differenza notevole rispetto ai film o alle serie tv a cui collaboro».
Un altro elemento tipico del genere è il colpo di scena: come si gestisce senza cadere nei cliché?
«Non deve essere mai un espediente, ma una conseguenza naturale del viaggio. Quando scrivo, traccio una rotta verso un faro che vedo in lontananza, un possibile finale, ne ho bisogno. Ma, come in mare, a volte un secondo faro emerge improvvisamente dalla nebbia, inaspettato, ancora più luminoso. Questo è il vero colpo di scena: un momento in cui la storia, di sua iniziativa, sorprende l’autore. E, quando questa sorpresa mi sconvolge, è possibile che sconvolga anche il lettore».
I segreti sepolti che rischiano di riemergere sono l’anima dei mystery: perché ci affascinano tanto?
«Sono i veri motori delle nostre vite. Ciò che taciamo ci plasma molto più di ciò che diciamo. Nella finzione come nella realtà, dormono sotto la superficie, fino al giorno in cui qualcosa li risveglia. E allora tutto vacilla. Credo che i lettori amino confrontarsi con questo confine tra il noto e l’inconfessabile. È un modo per sfidare la paura, senza rischi apparenti. Come quando ci si avvicina al vuoto, con il cuore che batte forte, solo per sentire che si è vivi».
Per chiudere, torniamo ancora sulla questione dell’identità. La sua editrice francese ha categoricamente smentito che lei sia un prodotto dell’intelligenza artificiale: ne siamo proprio sicuri?
«Sarebbe così triste non esistere realmente e dunque non vivere questa prodigiosa avventura! Posso confermarle che la mia agente e la mia editrice hanno incontrato una persona in carne e ossa. E che questa persona sta scrivendo un nuovo romanzo…».
IL LIBRO
Il romanzo di Marceau Miller di Marceau Miller, Einaudi Stile libero, Traduzione di Emanuelle Caillat, pagg. 312, euro 19