In mostra a Roma lo splendore dell’Antico Egitto. Ecco i capolavori arrivati dal Cairo
di Giuseppe M. Della FinaPrima di andare a visitare la mostra Tesori dei Faraoni, allestita a Roma, negli spazi delle Scuderie del Quirinale – resterà aperta sino 3 maggio 2026 – vale la pena rileggere l’intervista che Sergio Donadoni, uno dei maggiori egittologi del Novecento, concesso a Repubblica: a firma Antonio Gnoli, è datata 21 giugno 2015. L’archeologo sarebbe scomparso alcuni mesi dopo, a 101 anni. In quel dialogo vi era il ricordo degli anni della sua formazione avvenuta tra Pisa e Parigi, di alcuni Maestri, di una stagione ormai lontana dell’Egittologia.
Ma, soprattutto, un’affermazione che colpisce: «l’Egitto non sviluppò una cultura della morte come si è creduto sulla base dei reperti e delle migliaia di tombe. Ma una civiltà della vita con una cultura altissima». E ancora, poco più avanti: «Le mode hanno imposto l’immagine dell’Egitto come metafora del funebre. Ma quel mondo seppe esprimere tutt’altro».
Si tratta di una chiave di lettura per visitare l’esposizione romana. Alcune indicazioni…
Prima di andare a visitare la mostra Tesori dei Faraoni, allestita a Roma, negli spazi delle Scuderie del Quirinale – resterà aperta sino 3 maggio 2026 – vale la pena rileggere l’intervista che Sergio Donadoni, uno dei maggiori egittologi del Novecento, concesso a Repubblica: a firma Antonio Gnoli, è datata 21 giugno 2015. L’archeologo sarebbe scomparso alcuni mesi dopo, a 101 anni. In quel dialogo vi era il ricordo degli anni della sua formazione avvenuta tra Pisa e Parigi, di alcuni Maestri, di una stagione ormai lontana dell’Egittologia.
Ma, soprattutto, un’affermazione che colpisce: «l’Egitto non sviluppò una cultura della morte come si è creduto sulla base dei reperti e delle migliaia di tombe. Ma una civiltà della vita con una cultura altissima». E ancora, poco più avanti: «Le mode hanno imposto l’immagine dell’Egitto come metafora del funebre. Ma quel mondo seppe esprimere tutt’altro».
Si tratta di una chiave di lettura per visitare l’esposizione romana. Alcune indicazioni preliminari: la mostra nasce da un’iniziativa congiunta tra Italia e Egitto, che ha reso possibile l’arrivo a Roma di capolavori provenienti dal Museo Egizio del Cairo, dal Museo di Luxor e dal Museo Egizio di Torino. Gli italiani Ales e MondoMostre hanno collaborato con il Supreme Council of Antiquities of Egypt, e hanno avuto il sostegno dei Ministeri italiani degli Affari Esteri e della Cultura e dal Ministero del Turismo e delle Antichità dell’Egitto.
Vi si possono osservare 130 opere di particolare interesse storico e artistico, è curata da Tarek El Awady, si avvale di un catalogo (Allemandi Editore) coordinato da Zahi Hawass e corredato da immagini di Massimo Listri. Lungo il percorso espositivo vengono approfondite tematiche ampie e nei loro sviluppi nel tempo: il potere dei faraoni e la società egizia, le credenze religiose e le pratiche funerarie, la vita quotidiana. Spazio viene dato alle ultime scoperte archeologiche, così da avere un quadro aggiornato delle ricerche in corso.
Seguendo l’affermazione di Donadoni, che la civiltà egizia non va ridotta a “una metafora del funebre”, e volendo osservare le scoperte più recenti, ci si può concentrare sui reperti che provengono dalla Città d’Oro. L’insediamento è stato scoperto nel 2020 e, nell’anno successivo, sono iniziate le campagne di scavo per riportarlo alla luce sotto la direzione di Zahi Hawass.
Si tratta di una città che fu voluta dal faraone Amenhotep III (1387-1348 a.C.): è il padre di Amenhotep IV, che assunse poi il nome di Akhenaton ed ebbe la celebre Nefertiti come sposa regale. La città presentava una zona residenziale, una riservata alle esigenze dell’amministrazione e un’altra dove erano concentrate le officine artigiane. Era, inoltre, suddivisa per quartieri.
In quelli artigianali, gli archeologi hanno riportato alla luce diverse botteghe reali. In una si lavoravano i tessuti, in un’altra la pelle trovata in grande quantità insieme a sandali e guanti non finiti, in un’altra ancora si cucivano abiti. Ulteriori botteghe erano attive: in una si fabbricavano giocattoli per bambini, di cui sono stati ricuperati numerosi esemplari; in un’altra si lavoravano i gioielli. Qui sono state rinvenute diverse pietre preziose provenienti da giacimenti locali, ma anche da regioni lontane: ad esempio, il turchese e la malachite giungevano dal Sinai, il lapislazzuli dall’Afghanistan, il diaspro rosso dalla Nubia. Le pietre erano utilizzate per realizzare gioielli, ma anche per decorare oggetti e, talvolta, i sarcofagi. In un’altra bottega si lavorava il granito per scolpire le statue.
In un quartiere artigianale diverso è stata scoperta un’officina impegnata nella fabbricazione di mattoni crudi: numerosi sono stati trovati ancora impilati e con il cartiglio di Amenhotep III. Aveva spazi per affrontare l’intera fase di lavorazione: l’area per l’impasto, la cisterna per l’acqua, le zone riservate all’essiccazione e allo stoccaggio. Gli archeologi hanno riportato alla luce anche testimonianze legate alla fabbricazione di oggetti dell’artigianato artistico in faïence.
? l’Egitto del lavoro, degli artigiani specializzati, delle maestranze, delle aspirazioni della gente comune a divenire protagonista.
Lungo il percorso espositivo non mancano comunque testimonianze diverse e di splendore notevole, mi limito a ricordare il sarcofago dorato della regina Ahhotep II, il sarcofago di Tuya con il suo corredo funerario, la poltrona dorata di Sitamun, la maschera funeraria d’oro di Amenemope, la Triade di Micerino. Tutte opere che presentano il mondo dell’élite dell’Egitto antico e dei suoi valori.
Infine un’opera singolare, conservata a Torino, che parla della fortuna dell’Egitto già nella Roma antica: la Mensa Isiaca, una tavola realizzata in bronzo e decorata da sessantaquattro figure di divinità con, al centro, la dea Iside. Venne realizzata non in Egitto, ma probabilmente nella stessa Roma, dove era presente il culto di Iside, durante il I secolo d.C.