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La neurobiologa Marta Paterlini: “Torniamo ad abbracciarci. Il tatto è un senso troppo trascurato”

Marta Paterlini 

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In un libro la scienziata spiega come cervello e pelle siano collegati e perché la carenza di contatto produce stress e ansia. Negli uomini come negli animali
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Torniamo ad abbracciarci, riscopriamo il tatto. Sembra un invito retorico ma in realtà tutto congiura nel mondo di oggi per allontanare i corpi dal contatto: i rapporti sempre più virtuali e la tirannia degli schermi, le paure legate alle molestie, il timore del contagio che la pandemia ha esasperato. Ma la distanza dagli altri può essere dannosa non solo in termini di socialità ma anche di benessere psico-fisico. E’ appena stato pubblicato un libro, edizioni Codice, dedicato proprio a questo tema: La pelle che pensa, autrice la neurobiologa Marta Paterlini (in libreria dal 15 ottobre). L’autrice attualmente lavora come senior scientist presso l’Istituto Karolinska di Stoccolma.

Molte distopie, pensiamo al “Ritorno al nuovo mondo” di Huxley, immaginano un mondo futuro senza abbracci. Un mondo in cui toccarsi è considerata una pratica primitiva.

“Nel mio libro cito un altro film profetico, Demolition Man, cult degli anni Novanta, dove ogni incontro fisico diventava socialmente inaccett…

Torniamo ad abbracciarci, riscopriamo il tatto. Sembra un invito retorico ma in realtà tutto congiura nel mondo di oggi per allontanare i corpi dal contatto: i rapporti sempre più virtuali e la tirannia degli schermi, le paure legate alle molestie, il timore del contagio che la pandemia ha esasperato. Ma la distanza dagli altri può essere dannosa non solo in termini di socialità ma anche di benessere psico-fisico. E’ appena stato pubblicato un libro, edizioni Codice, dedicato proprio a questo tema: La pelle che pensa, autrice la neurobiologa Marta Paterlini (in libreria dal 15 ottobre). L’autrice attualmente lavora come senior scientist presso l’Istituto Karolinska di Stoccolma.

Molte distopie, pensiamo al “Ritorno al nuovo mondo” di Huxley, immaginano un mondo futuro senza abbracci. Un mondo in cui toccarsi è considerata una pratica primitiva.

“Nel mio libro cito un altro film profetico, Demolition Man, cult degli anni Novanta, dove ogni incontro fisico diventava socialmente inaccettabile. La stretta di mano non esisteva più – sostituita da un balordo high-five in movimento circolare senza contatto – e per i momenti di intimità un casco creato ad hoc consentiva un’unione virtuale con il proprio partner. Dobbiamo ribellarci. Ecco perché scrivo che l’abbraccio ha un che di rivoluzionario”.

Nel libro critica le politiche no-touch della scuola e in qualche modo anche gli eccessi del movimento MeToo.

“Il movimento MeToo ha portato alla ribalta la questione del tocco indesiderato e delle molestie, soprattutto sul posto di lavoro. Non critico il movimento, la cui importanza è fuori discussione, ma gli eccessi delle politiche no-touch sempre più diffuse, soprattutto negli Stati Uniti. Il contatto fisico è vitale per il nostro benessere come ci spiega la scienza, invece in molte scuole insegnano che non va bene. Sono misure nate forse con l’intento di proteggere i bambini, ma hanno finito per privarli di qualcosa di fondamentale: il contatto umano. Tiffany Field, studiosa del tatto e conosciuta soprattutto per i suoi lavori sui neonati prematuri, lo ripete da decenni: il tocco non è solo piacere fisico, ma un bisogno primario per lo sviluppo cognitivo, emotivo e fisiologico. Negli Stati Uniti, Field mi raccontava, che agli insegnanti è stato vietato persino di consolare un alunno ferito o di abbracciare un bambino”.

C’è dietro la paura di essere fraintesi?

“Insegnanti che temono una denuncia, colleghi che rinunciano a un gesto di vicinanza: tutto questo alimenta isolamento, solitudine, perdita di connessione”.

In una scena bellissima dell’Odissea, che lei cita, Ulisse, in visita nell’Ade, cerca di abbracciare l’ombra della madre Anticlea. L’abbraccio è vita?

“Credo proprio di sì. L’abbraccio può essere una forma di cura dell’anima, di educazione, di relazione. L’abbraccio è antico. Sappiamo che gli abbracci fanno parte del repertorio comportamentale umano da migliaia di anni, facendo pensare che evoluzionisticamente siano funzionali per la nostra specie. Sono state studiate le somiglianze tra i saluti umani e quelli delle scimmie antropomorfe, mostrando come entrambi siano strumenti sociali per ridurre tensioni e creare legami amichevoli. I saluti, sia tra le scimmie che tra gli uomini, seguono schemi ritualizzati, quasi coreografici. L’antropologo Robin Dunbar, che ha studiato l’atto dello spulciarsi nelle scimmie, vede nei saluti e negli abbracci l’evoluzione dello spulciamento”.

Lei racconta nel libro anche esperienze personali: quella di sua madre bisognosa di carezze nonostante le metastasi e quella di sua figlia che soffriva di anoressia nervosa e rifuggiva il contatto.

“Non capivo perché un lenzuolo fosse così doloroso per mia mamma in fase terminale, le pesasse, ma le carezze delicate sul braccio la calmassero. Documentandomi per il libro, ho poi capito che sta tutto nel senso del tatto e nei recettori della pelle: ci sono recettori che trasmettono il dolore e altri che trasmettono il tocco. Alcuni di questi, le cosiddette fibre C-tattili, rispondono in modo particolare a una carezza lenta e leggera, generando una sensazione di conforto e benessere. È quello che gli scienziati chiamano tatto affettivo, scoperto circa una ventina di anni fa: un canale sensoriale che nelle cure palliative può diventare un vero strumento di sollievo, capace di ridurre ansia e dolore e di restituire, anche solo per un momento, un senso di pace e vicinanza”.

E nel caso di sua figlia?

“L’altro fenomeno che mi ha turbato e ha catturato il mio interesse è l’esempio molto evidente di quanto possa incrinarsi il rapporto con il proprio corpo in disturbi come l’anoressia nervosa, in cui la percezione corporea appare profondamente alterata. Si tratta di condizioni complesse, nelle quali gioca un ruolo anche un’elaborazione anomala del tatto affettivo. Chi ne soffre, spesso si allontana da quel tipo di tatto. È stato osservato, ad esempio, che le persone con anoressia nervosa tendono a percepire le carezze lente come meno piacevoli rispetto a chi non è affetto dalla malattia”.

Toccare, toccarsi, come incide sui nostri neuroni?

“La scienza ci dice che il contatto fisico attiva reti neuronali e sistemi ormonali che modulano il tono emotivo e la plasticità. Per esempio, il contatto pelle-a-pelle (skin-to-skin o kangaroo care) nei neonati riduce i livelli di stress (cortisolo), favorisce il rilascio di ossitocina e migliora la regolazione autonoma (battito cardiaco, respirazione), condizioni che a loro volta promuovono processi di apprendimento e sviluppo cerebrale. Quindi il tatto non è solo un input sensoriale passivo: è un potente modulatore dello stato interno e dell’organizzazione neurale”.

Può fare degli esempi per capire in pratica come incide nella storia di ognuno avere ricevuto carezze o non averne ricevute?

“Negli anni Trenta e Quaranta il medico René Spitz osservò e documentò per la prima volta il fenomeno che chiamò ospedalismo; descrisse come neonati e lattanti cresciuti in istituzioni con scarso contatto umano sviluppassero gravi ritardi fisici, affettivi e sociali nonostante fossero alimentati e curati dal punto di vista medico, evidenziando così che la sola assistenza materiale non basta se manca la cura emotiva e il contatto. Decenni dopo, la cosa ebbe conferma in seguito allo shock suscitato dalle condizioni delle case-famiglia e degli orfanotrofi rumeni alla caduta del regime di Ceausescu nel 1989. Studi degli ultimi anni mostrano che la carenza cronica di contatto aumenta vulnerabilità ad ansia, depressione e sentimenti di solitudine. Un altro contesto di assenza del tatto è quello carcerario, dove l’isolamento prolungato produce effetti altrettanto drammatici”.

Il carcere rappresenta la condizione limite di questa fame di contatto negata?

“Mi sono imbattuta in un esempio particolarmente sconvolgente: Peter Collins, condannato all’ergastolo per omicidio, trascorse trentadue anni in isolamento in una prigione canadese, fino alla morte per cancro. Collins raccontò nel suo cortometraggio Fly in the Ointment di aver creduto per un attimo di sentire le dita della moglie sulla gamba, mentre in realtà era solo una mosca: tale era la sua “fame di contatto” che preferì immaginare fosse lei. Arrivò persino a usare piccole tracce di sangue per attirare le mosche, perché rappresentavano l’unico surrogato possibile di contatto vivo”.

Come mai il tatto è stato a lungo bistrattato? Siamo ancora figli della divisione cartesiana mente-corpo?

“Aristotele considerava il tatto il primo dei sensi, ma poi già Platone, prima di Cartesio, aveva relegato il senso del tatto ad una dimensione inferiore rispetto alla vista. Direi che ora la dualità corpo e mente in filosofia ma soprattutto nelle scienze, è stata superata. Approcci come la cognizione incarnata, la fenomenologia (con Merleau-Ponty in testa) e le teorie sensorimotorie sostengono che il corpo e il contesto non siano semplici accessori della mente, ma elementi attivi e inscindibili del nostro modo di percepire, pensare e conoscere il mondo. Neuroscienze, psicologia cognitiva avanzata e filosofia della mente riconoscono che percezione, emozione e cognizione sono intrecciate con il corpo”.

Non siamo l’unica specie, lei scrive. Privarsene fa male anche agli animali?

“Vecchi esperimenti mostrano che nei vermi caenorhabditis elegans l’assenza di stimoli meccanosensoriali rallenta la crescita e riduce la reattività agli stimoli. Nei ratti, quando i cuccioli vengono accarezzati, leccati o puliti si producono effetti duraturi: minore risposta ormonale allo stress e migliori capacità esplorative”.

Il libro – La pelle che pensa di Marta Paterlini (Codice Edizioni, euro 22, pag. 288)

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