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La sconfitta di Machiavelli nell’era delle tecnologie, i mezzi hanno vinto sui fini

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Nel nuovo saggio il filosofo racconta come sono cambiati nei secoli i nostri concetti di base. Fino all’avvento delle macchine pensanti
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Con il termine “tecnica” intendiamo sia l’universo dei mezzi (le tecnologie) che nel loro insieme compongono l’apparato tecnico, sia la razionalità che presiede il loro impiego in termini di funzionalità ed efficienza. Essa consiste nel conseguimento del massimo degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi.

Nonostante la sua apparente semplicità, questa razionalità è la più alta e la più stringente mai raggiunta nella storia. È la stessa perseguita anche dall’economia, con la differenza che l’economia ospita ancora una passione umana: la passione per il denaro, da cui la tecnica è del tutto esonerata. A questo punto, il primo criterio di leggibilità che va modificato nell’età della tecnica è quello tradizionale che prevede l’uomo come soggetto e la tecnic…

Con il termine “tecnica” intendiamo sia l’universo dei mezzi (le tecnologie) che nel loro insieme compongono l’apparato tecnico, sia la razionalità che presiede il loro impiego in termini di funzionalità ed efficienza. Essa consiste nel conseguimento del massimo degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi.

Nonostante la sua apparente semplicità, questa razionalità è la più alta e la più stringente mai raggiunta nella storia. È la stessa perseguita anche dall’economia, con la differenza che l’economia ospita ancora una passione umana: la passione per il denaro, da cui la tecnica è del tutto esonerata. A questo punto, il primo criterio di leggibilità che va modificato nell’età della tecnica è quello tradizionale che prevede l’uomo come soggetto e la tecnica come strumento a sua disposizione, che può essere impiegato nel bene o nel male a seconda delle decisioni umane.

Questo poteva essere vero nel mondo antico, quando la strumentazione tecnica era modesta, ma oggi, per effetto del suo incremento quantitativo e qualitativo, la tecnica non è più uno strumento nelle mani dell’uomo per dominare la natura, ma è il mondo in cui abita l’uomo, ciò che lo circonda e lo costituisce secondo le regole di quella razionalità che, misurandosi sui criteri della funzionalità, dell’efficienza, della produttività e della velocizzazione del tempo, non esita a subordinare alle esigenze dell’apparato tecnico le stesse esigenze dell’uomo. A questo punto sorge inevitabile la domanda: “Ma i fini della tecnica sono anche i nostri fini?”.

Finché la strumentazione tecnica disponibile era appena sufficiente per raggiungere quei fini nei quali si esprimeva la soddisfazione degli umani bisogni, la tecnica era un semplice mezzo il cui significato era interamente assorbito dal fine. Ma quando la tecnica aumenta quantitativamente al punto da rendersi disponibile per la realizzazione di qualsiasi fine, allora muta qualitativamente lo scenario, perché non è più il fine a condizionare la ricerca e l’acquisizione dei mezzi tecnici, ma sarà la cresciuta disponibilità dei mezzi tecnici a dispiegare il ventaglio di qualsivoglia fine che, per loro tramite, può essere raggiunto.

Così la tecnica da mezzo diventa fine, non perché la tecnica si proponga qualcosa, ma perché tutti gli scopi e i fini che gli uomini si propongono non si lasciano raggiungere se non attraverso la mediazione tecnica. La tanto contestata espressione di Machiavelli «il fine giustifica i mezzi» nell’età della tecnica non ha più alcun senso, non perché si è pervenuti a un più alto grado di moralità, ma perché nessun fine più giustifica i mezzi, dal momento che solo la disponibilità dei mezzi giustifica la raggiungibilità di un fine.

L’antropocentrismo, che è l’ambito in cui la tecnica è nata e si è sviluppata, non è più il luogo in cui si possono decidere i destini dell’uomo, né con l’etica individuale, né con l’etica collettiva rappresentata dalla politica, perché da questo luogo la tecnica si è congedata da quando il mezzo tecnico si è a tal punto ingigantito in potenza ed estensione da ridurre l’uomo a funzionario dell’apparato tecnico, vero soggetto della storia, rispetto al quale, come dice Heidegger in Oltrepassamento della metafisica (1951), l’uomo si configura sempre più come «im-piegato (Be-stellt)», ossia piegato al suo funzionamento e alla sua efficienza, se non diventa addirittura materiale della tecnica, anzi «la materia prima più importante (Der Mensch der wichtigste Rohstoff ist)».

Qui l’orizzonte antropocentrico è completamente dissolto perché il potere non è più dell’uomo, ma della tecnica che dètta al presunto detentore del potere (l’uomo) la sua utilizzazione, rendendo quest’ultimo mero esecutore delle possibilità tecniche, le quali si esercitano sulla natura e sull’uomo che passivamente le subiscono.

La memoria culturale, grazie al suo tratto narrativo che riattualizza tramite il ricordo il passato e tramite il progetto il futuro, ha consentito all’uomo di orientarsi nella storia. Oggi questa memoria è stata sostituita dalla memoria tecnica che ci ha resi a-storici dal momento che, come scrive opportunamente Giacomo Marramao in Potere e secolarizzazione (1983): «Il futuro non è più intenzionato e prospettato come finalità, ma come tappa da bruciare: esiste solo per essere consumato il più rapidamente possibile e depositato alle spalle del margine pericolosamente minimo lasciato all’esperienza». Inoltre la memoria informatica non ci chiede di pensare, ma solo di digitare perché ritiene, come avverte Jean-François Lyotard ne L’inumano (1988), che «si possa pensare senza corpo». È il sogno dell’intelligenza artificiale. Se infatti tutta la fisiologia e la patologia del nostro corpo sono controllate dal cervello, perché non controllare anche il controllore? E in effetti ci stiamo arrivando, affascinati dall’idea che si possa controllare tutto, vita e morte, salute e malattia, vulnerabilità e invulnerabilità.

L’idea di poter anticipare gli eventi, sondare le preferenze, scomporre la vita emotiva nelle sue componenti elementari, onde poterle meglio conoscere e nel caso manipolare, è un puro piacere di potere, di cui la memoria informatica, nella versione dell’intelligenza artificiale, pare si sia innamorata e, nella sua euforia vertiginosa, non ha timore di utilizzare anche l’uomo come materia prima. Eppure la sapienza greca ci ricorda che chi non conosce il suo limite ha da temere il destino.

Un avvertimento, questo, che risuona in perfetta sintonia con il messaggio giudaico-cristiano, dove Iddio mette in guardia dall’aver troppa confidenza con l’albero della conoscenza. L’Occidente, che è nato da queste due matrici, ha dimenticato il monito e si avventura in quell’esercizio di potere che spoetizza l’anima.

Il libro

Le disavventure della verità di Umberto Galimberti (Feltrinelli, pagg. 144, euro 12). Il testo di queste pagine è tratto dal libro

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